4 Marzo: II Domenica di Quaresima

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II DOMENICA DI QUARESIMA

Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18;

Sal 115 (116);

Rm 8,31b-34;

Mc 9,2-10

Questa seconda domenica di Quaresima sta sotto il segno dell’obbedienza nella fede. Ci introduce già nel tema la prima lettura, che esalta l’obbedienza estrema della fede di Abramo, in cui il dramma della fede è ricondotto al suo stadio più puro, senza appoggi umani. Abramo, che già si era separato dalla propria terra e dalla propria casa, ora è chiamato a manifestare la sua fede distaccandosi dall’unico figlio, nato per l’intervento di Dio, e unica speranza e possibilità per la discendenza promessa. Abramo è pronto al sacrificio, ma l’angelo del Signore ferma la sua mano: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito”.

 

E’ soprattutto il brano evangelico a guidare la nostra riflessione. In esso viene raccontato l’evento della trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor davanti ai tre discepoli prediletti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Notiamo l’apparizione di Elia e Mosè. San Marco colloca questo racconto tra due predizioni della passione. Morte e risurrezione costituiscono un mistero unitario da non scindere, pena la riduzione del Cristo alla sola umanità o alla sola divinità separata e lontana dall’uomo. La trasfigurazione di Gesù prefigura l’evento finale della piena vittoria sulla morte, è per così dire un’apparizione pasquale anticipata. Il cammino che Gesù ha intrapreso conduce quindi alla risurrezione. E’ alla luce di questa luminosa realtà che i discepoli sono invitati ad accettare ed interpretare i momenti bui della passione e della croce. Così come il racconto evangelico mira a premunire gli apostoli di fronte allo scandalo della croce, così la nostra riflessione oggi non può prescindere dal riflettere sul senso cristiano della sofferenza e della croce.

 

L’assurdità della croce può essere integrata nei valori dell’esistenza umana solo facendo una lettura di fede della vita e della parola di Gesù. Il momento culminante, il vertice del racconto della trasfigurazione sono le parole del Padre ascoltate dai tre discepoli presenti all’evento: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. Se prima si diceva ascoltare Mosè, ora bisogna ascoltare Gesù; la Legge data da Mosè ha raggiunto il suo scopo; il nuovo Legislatore è Gesù. Come commenta san Leone Magno, in Cristo “si sono compiute le promesse delle figure profetiche” (Ufficio di letture, seconda lettura). Elia e Mosè rappresentano la Legge e i Profeti che trovano  nel Cristo il loro compimento.

 

Gesù trasfigurato sul monte e poi risorto dal sepolcro e glorificato alla destra del Padre non ha cancellato la croce, ma ci ha assicurato che attraverso l’accettazione obbediente della croce possiamo giungere anche noi al “trionfo della risurrezione” e alla pienezza della vita (cf. prefazio). San Paolo nella seconda lettura ci rassicura che “Dio è per noi”, ma lo è attraverso la croce perché Egli è colui che “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi”. Il tempo nel quale viviamo è tempo di attesa nella speranza e la parola di Dio ci invita a credere che la fatica, la ricerca, i dolore di oggi fanno parte anche della felicità del domani. Qualunque cosa accada, quand’anche tutto sembrasse rimesso in discussione, una certezza, sulla quale bisogna basarsi fermamente, si impone: Dio è fedele; non ritira le sue promesse (cf. prima lettura).

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