Anche Gesù userebbe Twitter

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“Ma chi ha convinto o costretto anche Lei a ridursi ai 140 caratteri del Twitter, Lei che pure conosce e usa subordinate, congiuntivi, concessive, sinonimi e tutte le figure retoriche? Perché mai cinguettare quando potrebbe cantare?”. Comincia così la lettera (cartacea) che un lettore de “L’Espresso” di Morbegno mi ha indirizzato, dopo aver appreso da Fiorello che avevo sdoganato le “Twittomelie” di un vescovo francese e che io stesso mi ero imprigionato in quella gabbia virtuale.

Certo, ho avuto anch’io le mie perplessità a entrare in quel mondo – ove, però, già operavano alcuni miei colleghi (si parla persino di una cyberteologia!) – soprattutto quando sono stato investito dagli strali polemici, spesso intemperanti, sull’Ici degli edifici ecclesiastici. A questo proposito la palma del tweet più originale va a una mia “follower” che ha riciclato il leggendario detto di Sant’Agostino: “Fammi casto, ma non subito!”, in un ironico: “Fammi catasto, ma non subito!”.

Ho, però, continuato lo stesso, proponendo ogni mattina una frase desunta da quel “grande codice” della fede ma anche della cultura occidentale che è la Bibbia. Ma non solo la Bibbia: “La vita si svolge sotto i nostri occhi; purtroppo noi siamo spesso occupati a guardare altrove nel vuoto”, ho scritto qualche giorno fa. E la frase era di John Lennon. Cercherò, comunque, di rispondere al lettore valtellinese, spiegando in modo semplificato e pubblico questa scelta a prima vista strana.

Innanzitutto c’è una ragione personale: il linguaggio mi ha sempre incuriosito. Il più bel regalo che ebbi da bambino fu il mitico Nuovissimo Melzi “linguistico” e “scientifico” che sfogliavo instancabilmente (ce l’ho ancora nella mia casa paterna!). La televisione, prima, e il computer, poi, hanno cambiato non solo quel linguaggio ma anche il modello antropologico: un ragazzo “nativo digitale”, che passa ore e ore davanti allo schermo a chattare e a navigare adotta una modalità “fredda” di relazione, ben diversa dal dialogo “caldo” diretto, fatto di calore, colore, odore, sguardi, contatti a cui siamo abituati noi adulti che siamo solo “migranti digitali”.

C’è, però, un’altra spiegazione, se si vuole, più “ufficiale” ed ecclesiale. Ho passato una vita a parlare in pubblico, in chiese e piazze, aule e teatri, sale e studi televisivi. Mi sono, così, convinto che un serio messaggio “teologico” può risuonare in ogni ambiente e su ogni arteria comunicativa, creando sempre un interesse, anzi un fremito – di accoglienza o di rigetto – tant’è vero che persino il linguaggio informatico usa non di rado il lessico religioso (icona, save, justify, convert…). L’effetto può essere provocatorio soprattutto in un paese come l’Italia, non di rado solo verniciato di religiosità.

Ad esempio, mi ha sorpreso che, di fronte a un tweet evangelico formidabile come: “Quello che avete sentito nel segreto, gridatelo sui tetti!”, alcuni Twitter mi abbiano chiesto, senza imbarazzo, se la frase era di McLuhan o di Montaigne! C’è, però, un terzo motivo per questo mio interessamento. La potenza e l’incisività del messaggio cristiano, capaci di ferire la superficialità e la banalità contemporanee, sono spesso diluite nell’oratoria dell'”ecclesialese” che – era Voltaire a dirlo, ma non aveva tutti i torti – è “come la spada di Carlo Magno, lunga e piatta”.

Certo, non abbandonerò mai le subordinate, i ragionamenti e i discorsi complessi, ma non posso ignorare questa nuova grammatica che costringe all’essenzialità e alla chiarezza, facendoti dismettere i panni dell’enfasi e della verbosità, soprattutto quando vuoi interloquire coi giovani. Ci sono molte altre ragioni, anche più profonde (certi tweet di Cristo sono insuperabili: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”), ma ho esaurito le 4 mila battute di questa pagina stampata. Finisco, allora, con un tweet un po’ minatorio: “Il sapiente sa quel che dice, lo stupido dice quel che sa”. E a “cinguettarlo” non è stato Karl Kraus, ma un anonimo antico rabbino.

Gianfranco Ravasi (l’Espresso 19 gennaio 2012)

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