Ascensione del Signore (Anno C)

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Letture del Giorno:

At 1,1-11;

Sal 46;

Eb 9,24-28;10,19-23;

Lc 24,46-53;

Dell’odierna solennità, cioè l’Ascensione di Gesù al cielo, parla ampiamente già la prima lettura, costituita dalla pagina iniziale degli Atti degli apostoli (1,1-11), composti da Luca come seconda parte del suo scritto, la cui prima parte è il vangelo che porta il suo nome.

Luca comincia gli Atti riprendendo la dedica con cui aveva cominciato il vangelo, cioè a Teòfilo: un personaggio a noi sconosciuto, che però, considerando il significato di questo nome (“amico di Dio”), può essere identificato in ogni lettore che voglia essere appunto amico di Dio. Subito dopo, Luca riassume la prima parte del suo scritto, cioè il vangelo: “Nel mio primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo”. E del vangelo ripete quasi alla lettera la conclusione: “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre” (si riferisce alla Pentecoste, che celebreremo domenica prossima). Aggiunse poi il Maestro: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo, (dal quale riceverete la forza di essere) testimoni di me a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”.


Per quaranta giorni, dunque, il Risorto si è fatto vedere dai suoi, e per fugare ogni dubbio sulla concretezza della sua nuova vita si è fatto toccare e ha mangiato con loro. Poi, a significare che intendeva mettere fine alle sue manifestazioni, si è fatto vedere a salire in cielo. Questo tratto esprime la sua condiscendenza verso il modo di pensare e di esprimersi degli uomini, i quali quasi per istinto collocano Dio in cielo. In realtà non esiste un cielo in cui Dio abita: semmai è il mondo intero, cieli compresi, che “abita” in Dio. Altrettanto simbolico è quanto si aggiunge, riprendendolo da altre parti della Bibbia, nel Credo: “E’ salito al cielo, siede alla destra del Padre”. In realtà in paradiso non occorrono sedili; l’espressione riprende un’usanza umana: il Padre dà il posto d’onore al Figlio, per significare che ha gradito il suo sacrificio.


I sacri testi aggiungono poi che la sua partenza da questo mondo non è definitiva. La prima lettura si conclude dicendo: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”; nel Credo, alle parole appena riportate seguono queste: “E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti”. Dunque tornerà: e intanto, che fa? Alla domanda risponde la seconda lettura (Lettera agli Ebrei 9-10), che lo presenta nel costante atteggiamento di nostro avvocato difensore, per consentirci di arrivare a condividere, dopo questa, la sua stessa vita.


Ma l’ascensione presenta anche altri significati. Ad esempio, tornando al Padre, Gesù non si disinteressa del mondo: lascia qui la sua Chiesa, la sua Parola, i sacramenti, i poveri (in ogni senso) nei quali egli si identifica. E a tutti il suo ascendere al cielo, nel significato che si è detto, vuole dare anche la direzione del cammino. Viviamo in tempi di smarrimento: si sente ripetere che ormai sono morte tutte le ideologie, che mancano “figure di riferimento” capaci di dare ordine e senso alla vita. Chissà se è proprio vero (e se lo è, forse non c’è da piangere, considerando i guasti che anche di recente le ideologie hanno prodotto, a destra e a sinistra); in ogni caso al cristiano una figura di riferimento non manca: ed è l’unica che dà senso alla vita presente, coordinandone tutti gli aspetti verso una meta che la trascende. Là dove Lui ci ha preceduto.

Fonte: Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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