Aumentano gli italiani nel collegio cardinalizio

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Aumentano gli italiani nel collegio cardinalizio, ma nel nostro Paese s’indebolisce la fede con una crescita impressionante dell’indifferenza religiosa tra i giovani e le donne.

L’Italia ha ancora una radicata anima cattolica? Il sì sembrerebbe scontato, se si considerano le nomine cardinalizie appena annunciate da Papa Ratzinger (su 22 futuri cardinali, di cui 18 elettori, ben sette, tutti elettori, sono italiani, anche se solo uno non appartiene alla Curia romana) o l’enfasi dei media sul rinato protagonismo dei cattolici che ha accompagnato la formazione del governo Monti. Tuttavia, se si sposta l’attenzione dall’immediata cronaca per cercare di capire quali siano le tendenze in atto nel Paese, la risposta si fa meno scontata. Tre recenti indagini offrono indicazioni inattese e permettono qualche ipotesi di prospettiva.

Tutte concordano nell’individuare tre fratture che attraversano l’Italia cattolica. La prima, evidenziata in particolare da Roberto Cartocci, è di carattere geografico: mentre al di sotto di un’ipotetica linea tesa tra Roma e Pescara persiste un cattolicesimo dai tratti fortemente tradizionali, al Centro Nord il processo di secolarizzazione ha conosciuto negli ultimi vent’anni una fortissima accelerazione, che ha portato una significativa quota di popolazione, specie nei maggiori centri abitati, a distaccarsi dalla Chiesa e dalla pratica religiosa nei suoi vari aspetti. Va sottolineato come un’area in precedenza saldamente cattolica come il Nord Est risulti ora più vicina di altre alla zona tosco-emiliana, storicamente la più secolarizzata del Paese.

La seconda frattura riguarda il rapporto tra i fedeli e l’insegnamento della Chiesa. Si diffonde una religiosità generica, slegata da specifici contenuti dottrinali ed etici: se circa il 73 per cento degli italiani, secondo Franco Garelli, ritiene che spetti alla coscienza individuale stabilire ciò che è giusto e che ad esempio si possa essere buoni cattolici anche senza conformarsi ai precetti di morale sessuale, più di un italiano su due nega che esista una sola vera religione e auspica un sostanziale sincretismo tra le grandi tradizioni religiose del mondo. Se l’avversario da combattere è il relativismo, per la Chiesa cattolica la battaglia appare dunque già compromessa a metà.

La terza frattura è meno visibile, ma appare più decisiva: i nati dagli anni Ottanta in poi risultano estranei alla religione più di ogni altra generazione precedente, nella misura del 15 per cento; si raggiunge il 20 per cento di giovani che non hanno alcuna fiducia nella Chiesa cattolica né ritengono valida l’identificazione tra «cattolico» e «italiano»; viene meno anche la maggiore religiosità delle donne, che tra le nate dopo il 1980 mostrano i medesimi atteggiamenti dei loro coetanei maschi. Unico dato in controtendenza, sia pure ben lontano dal compensare il trend generale, è il rovesciamento dell’atteggiamento maschile verso la religione secondo il grado di istruzione: ora l’indifferenza cresce tra i meno acculturati, decresce tra chi ha studiato di più. Come osservano Gianfranco Brunelli e Paolo Segatti, siamo di fronte a un vero e proprio salto generazionale, non semplicemente a un’accelerazione nel processo di secolarizzazione.

Quest’ultima frattura induce a compiere un passo ulteriore, solo accennato dalle ricerche che si limitano a parlare di una «religione all’italiana» o di un’Italia «genericamente cristiana e non più cattolica». Si può ipotizzare che quel 15-20 per cento di giovani post 1980 che non manifesta alcun interesse per il cattolicesimo e che sta ora iniziando a fare figli non avrà alcun interesse a farli battezzare né a offrire loro un’educazione religiosa, tanto più che il tradizionale canale femminile per la trasmissione della fede appare anch’esso, come visto, in declino.

Si può dunque ritenere che nel giro di non molto tempo anche in Italia vi sarà una visibile componente di bambini non battezzati che, unitamente a quel 5 per cento di popolazione che appartiene ad altre fedi (tra cui i cristiani non cattolici sono soltanto una parte), renderanno sempre più difficile parlare di un’Italia tout court cattolica, anche solo in termini socioculturali — e ad esempio giustificare il mantenimento dell’ora di religione così come viene attualmente intesa.

Tutto questo pone grandi sfide alla Chiesa italiana. Anzitutto, ripensare canali efficaci di trasmissione della fede e le stesse strategie della sua presenza nella società, se vuole impedire che l’Italia si assimili velocemente alle società europee più secolarizzate. Infatti, per compensare l’abbandono della fede non sembra sufficiente la maggiore propensione alla natalità dei credenti, come ha osservato Rodney Stark su queste pagine; proprio i suoi studi sulla diffusione del cristianesimo primitivomostrano infatti che altrettanto importanti risultano la mediazione femminile e soprattutto la permeabilità e l’interscambio con la società circostante. Ora, a partire dagli anni Ottanta, la Chiesa italiana guidata dal cardinale Camillo Ruini ha perseguito un disegno di forte compattamento interno e di diretta azione nello scenario politico e legislativo, contando sul protagonismo di movimenti come Cl o Sant’Egidio. Tuttavia, per conservare compattezza i movimenti tendono a stabilire forti confini con l’esterno e a favorire l’endogamia; passato il boom iniziale, la loro crescita numerica e geografica si arresta e il numero degli aderenti si stabilizza, come è facile constatare. Si è così creata una evidente contraddizione tra un cattolicesimo impegnato sempre più di minoranza e la pretesa di rappresentare l’anima del Paese, in nome della intrinseca cattolicità dell’Italia. Indubbiamente, significativi risultati — specie sul versante del peso politico dell’istituzione — sono stati conseguiti. Tuttavia questo sembra essere avvenuto a scapito dei contenuti specifici della fede e della sua stessa diffusione; insistere nel disegno di una rinnovata presenza politica dei cattolici potrà sanare questa contraddizione, o — al di là dei risultati strettamente politico-amministrativi conseguiti — contribuirà ad aggravarla, nel momento in cui tutte le ricerche confermano che il fattore religioso non è più discriminante per le scelte politiche?

Allargando lo sguardo, quanto sta accadendo nel nostro Paese dovrebbe forse indurre la Chiesa cattolica a bilanciare meglio le proprie attenzioni tra l’Europa — che secondo il Pontefice «naviga a vista, senza una direzione» — e gli altri continenti, specie Africa, America Latina e Asia, in cui per via delle dinamiche demografiche si giocherà gran parte del futuro. Sicuramente, come ha osservato Alberto Melloni, non conta il luogo di nascita dell’élite ecclesiastica, ma la sua disponibilità all’ascolto delle diverse Chiese. Al di là dei complessi equilibri curiali, su cui Massimo Franco ha fornito interessanti indicazioni sul «Corriere» del 12 gennaio, c’è da chiedersi se non pesi ancora una visione eurocentrica, per cui le Chiese dell’Africa, dell’Asia e dell’Africa restano, anche solo inconsciamente, «terra di missione» come trent’anni fa, e non la frontiera decisiva per il cattolicesimo, in competizione con la forte presenza evangelica. In fondo, anche la crescita nel Nord America rilevata da Stark è debitrice dell’immigrazione, oggi ispanica, cent’anni fa italiana e irlandese.

Marco Rizzi

(fonte: corriere.it)

 

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