Celebrare il Giovedì Santo

Come celebrare correttamente il Giovedi Santo

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Nella memoria dell’ultima cena di Cristo con i suoi discepoli, prologo del Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, la Chiesa è invitata a riconoscere con animo stupito la sua origine nel dono nuziale che Cristo fa di sé. Il dono eucaristico e il gesto del Maestro che si china a lavare i piedi dei discepoli sono simbolo della vita di ogni credente chiamato ad attingere alla mensa pasquale lo stile della dedizione all’altro.

L’omelia, secondo l’indicazione del Messale Romano (p.136), dovrà sapientemente raccordare i doni dell’Eucaristia, del ministero ordinato e dell’amore fraterno all’interno dell’unico grande mistero pasquale evitando ogni forma di pietismo o di moralismo. Si tratta di «misteri» innanzitutto da celebrare e non semplicemente temi da svolgere. In questa e in ogni omelia non può essere trascurata la forma, oltre i contenuti, se è vero che «la verità si accompagna alla bellezza e al bene» (Evangelii gaudium, 142). In questa celebrazione, nella quale effettivamente si celebrano i grandi misteri della mensa pasquale dove il Signore dona il suo Corpo e il suo Sangue come cibo e come bevanda, del comandamento della vera carità e del sacerdozio ministeriale, l’omelia non può disattendere il monito di papa Francesco a «far vibrare il cuore dei credenti dinanzi alla grandezza della misericordia» (Misericordia et misera, 6). Non è tanto in gioco l’esplicazione dei contenuti, che potrà essere adeguatamente svolta in altri contesti, ma il suscitare l’accoglienza cordiale dei doni di Dio da parte dei credenti. In questa sera, nella quale si fa grata memoria del ministero dei presbiteri, il discorrere omiletico, breve e intenso, punterà a far comprendere che l’Eucaristia, la carità e il ministero ecclesiale scaturiscono dalla donazione totale di Cristo che amò i suoi fino alla fine (Gv 13,1). In altri termini, l’omelia stessa, quale atto squisitamente ministeriale (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 66), sarà la conferma che «comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio» (Misericordia et misera, 6).
Si studi la possibilità di attuare la lavanda dei piedi «dove motivi pastorali lo consigliano» (Messale Romano, p. 136). Evidentemente tale gesto non deve limitarsi a drammatizzare il racconto evangelico. Coloro che vengono scelti per tale gesto possono rappresentare le varie componenti della comunità (ragazzi, giovani, adulti, anziani, uomini e donne) in modo tale che appaia con chiarezza «il significato del gesto compiuto da Gesù nel Cenacolo, il suo donarsi “fino alla fine” per la salvezza del mondo, la sua carità senza confini» (Lettera di papa Francesco al Prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti sul rito della “lavanda dei piedi” ), senza discriminazione alcuna. Il Messale offre indicazioni precise circa i canti che accompagnano questo momento.
Si dedichi un’attenzione particolare al segmento rituale della presentazione dei doni. Come ricorda il Messale (p. 138), «si può disporre la processione dei fedeli che portano doni per i poveri» insieme con il pane e il vino per l’Eucaristia: tale gesto, compiuto al termine della Quaresima, si armonizza con i misteri celebrati e annunciati nell’omelia e può essere adeguatamente introdotto e raccordato a tutta la celebrazione da una sobria monizione. Lavanda dei piedi, carità per i poveri e memoria del comandamento nuovo trovano la loro sorgente nel Corpo e nel Sangue del Signore.
Oltre il prefazio, si potrebbe valorizzare con il canto il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia (Messale Romano, pp. 1072-1075 e 1116-1119): è l’inserzione anamnetica all’interno della grande preghiera che riallaccia l’agire della Chiesa alle parole e i gesti di Cristo e alla sua volontà che tali parole e gesti fossero ripetuti quale sua memoria.
In questa sera, con l’ausilio di ministri ordinati e di ministri straordinari della comunione, la comunione anche al calice (per intinzione) esplicita al meglio la volontà di Gesù che ha racchiuso la memoria della sua Pasqua nel mangiare il Corpo e nel bere il Sangue dell’alleanza (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, 281).

Fonte: Sussidio CEI Quaresima 2017

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