Chi vuol essere il primo sia il servo di tutti

Il cristiano e la politica

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È possibile, anzi talvolta è necessario delegare alcune forme dell’esercizio della politica, ma a nessuno è consentito abdicare all’impegno politico. A ogni cristiano, in quanto cittadino, compete dunque impegnarsi direttamente nell’azione politica. Ma come?

Unità e pluralismo delle scelte nella vita pubblica

Occorre subito riconoscere la legittimità di vari orientamenti politici tra i cristiani. La prassi politica, che è realtà storica, legata alle circostanze concrete e appartenente all’ordine del possibile, non è immediatamente deducibile dall’assoluto che è Dio, dall’unicità della sua parola, dal primato irrinunciabile della persona umana, pur essendo da queste certezze illuminata e orientata.
L’unità dei cristiani nell’ambito politico non è dunque automatica; non è sempre possibile; anche quando sussista, deve essere rigorosamente distinta dall’unità della fede; deve essere motivata con considerazioni etico-politiche e perciò aperta al consenso anche di chi credente non è. Fatte queste precisazioni, una tensione verso l’unità, anche in ambito politico, può essere fattore di efficacia per la presenza della testimonianza evangelica nella storia.
Di fronte a particolari situazioni o a problemi singoli, che investono più immediatamente la comune coscienza cristiana, una forma di unità dei cattolici nella vita politica può divenire un bene o anche un dovere. La norma resta, tuttavia, quella dell’autonomia di giudizio politico da parte dei cristiani e quindi della legittimità del pluralismo di scelte, sempre in coerenza con i valori fondamentali della persona umana e della società. Non ogni idea o visione del mondo è difatti compatibile con la fede cristiana e non si può giustificare l’adesione a forze politiche che si oppongono ai principi della dottrina morale e dell’insegnamento sociale della Chiesa. In ogni caso, non potrà mai mancare il convergere di tutti i credenti quando sono in gioco diritti fondamentali dell’uomo o valori irrinunciabili per la fede, come il diritto alla vita, le esigenze elementari della solidarietà, la pace, la libertà religiosa.
L’impegno politico esige specifica competenza, conoscenza delle compatibilità reali che ne condizionano il successo. Ma il cristiano ispira la sua azione politica, oltre che a questa necessaria competenza, soprattutto alle indicazioni della sua fede e della sua coscienza morale.
Il cristiano che si impegna in politica deve essere anzitutto un costruttore di giustizia. Le strutture della società possono essere dette giuste solo se assicurano a tutti in maniera imparziale il godimento dei diritti fondamentali della persona: il diritto alla vita, allo sviluppo economico-sociale, alla libertà di opinione e di partecipazione, all’espressione della propria fede. “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e popoli, così che i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e compagna la carità” (Gaudium et spes, 69). Il credente è quindi impegnato, anche in forza della propria fede, a promuovere le condizioni oggettive della giustizia sociale. La giustizia è fondata ultimamente sull’uguale dignità di ogni persona umana e si ispira alla “regola d’oro”: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12).
Il discepolo di Cristo non limita il suo impegno sociale all’attuazione delle esigenze minimali della giustizia; egli si apre a quelle ben più esigenti della carità. La carità assume in sé, ma insieme trascende, le esigenze della giustizia. Ispirate dalla carità, le opere della giustizia divengono una prova di amore ai fratelli e a Cristo che si fa presente in loro. La carità va oltre ogni forma puramente interessata di solidarietà e di collaborazione vicendevole e sfocia nella volontà di rispettare, aiutare, servire, amare il prossimo, al di là di ogni interesse personale e di ogni calcolo egoista.
Soltanto il vangelo rende ultimamente sensato questo miracolo dello Spirito, portandoci a riconoscere vera la certezza, di significato anche politico, per la quale chi perde la propria vita la ritroverà (Mt 10,39), certezza che ha trovato il suo inveramento definitivo nella risurrezione dai morti di Gesù di Nazareth e che sarà misura della nostra appartenenza al regno di Dio; infatti, “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco”, cioè colui che è preoccupato solo di avere per sé, di tenere, di accumulare, “entri nel regno dei cieli” (Mt 19,24). La fede riconosce nell’amore “la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo” (Gaudium et spes, 38).

Bene comune e principio di sussidiarietà

Oggetto specifico della sollecitudine dello stato, e quindi dell’azione politica, è il bene comune, cioè la realizzazione di quell’insieme di condizioni strutturali della convivenza, che permettano a ogni cittadino la più ampia possibile esplicazione delle proprie qualità e attività umane.
Fanno parte del bene comune non soltanto il rispetto dei diritti di libertà individuale e l’accesso equo di tutti i cittadini ai beni economici e culturali prodotti dalla comune collaborazione, ma anche la promozione dell’iniziativa autonoma dei singoli, delle famiglie e delle società intermedie, come vuole il “principio di sussidiarietà”, uno dei punti qualificanti dell’insegnamento sociale della Chiesa: la società di ordine superiore – in questo caso lo stato – non deve sottrarre agli individui e alle società intermedie, come sono anzitutto le famiglie e poi le istituzioni di grado inferiore e i gruppi sociali o culturali, quei compiti e quegli ambiti di autonomia che esse possono gestire con pari efficacia e beneficio sociale.
Il bene comune è tale non solo perché ricade su tutti i membri della società, ma anche perché è il prodotto del loro impegno comunitario. La promozione di questo bene incombe quindi su ogni cittadino e su ogni corpo intermedio della società civile, come dovere in certo qual modo comprensivo di tutti gli altri doveri, legati alla loro appartenenza sociale.
Promuovere il bene comune significa anzitutto rispettare le leggi, praticare la giustizia, pagare le tasse, assumere con onestà e gestire con sollecitudine tutte le eventuali responsabilità civiche affidate al singolo dalla situazione concreta in cui viene a trovarsi o dalla fiducia delle autorità e dei cittadini. Promuovere il bene comune può richiedere il superamento del proprio interesse immediato. Ma il bene comune, almeno come realizzazione di sé, ricade su coloro cui richiede sacrifici e rinunce.

Giustizia e pace tra i popoli e le nazioni

Per molti secoli lo stato ha rappresentato il vertice della socialità umana organizzata e perciò a lungo considerato sovrano nel suo ordine, tale cioè da non ammettere altro potere politico al di sopra del suo. Oggi i confini fra gli stati sono sempre più intensamente attraversati dalla circolazione di informazioni, influssi culturali, merci, capitali e uomini; l’interdipendenza economica e politica degli stati si fa ogni giorno più forte e i confini che li separano diventano sempre più labili e anacronistici.
Molti uomini di buona volontà sognano per un futuro non troppo remoto una comunità politica di dimensione planetaria, dotata, come afferma il papa Giovanni Paolo Il, di “un grado superiore di ordinamento internazionale, a servizio delle società, delle economie e delle culture del mondo intero” (Sollicitudo rei socialis, 43), dei popoli e delle nazioni. Forse questo futuro non è ancora così vicino, ma già fin d’ora si impone a tutti gli uomini di buona volontà il problema di una concertazione giusta e seria dei rapporti tra gli stati sovrani. F un problema reso acuto dai conflitti locali che insanguinano ancora l’umanità, dai rischi connessi alle tensioni tra le grandi potenze e dalle sperequazioni vistose e crescenti tra i diversi paesi nello sviluppo economico e nella fruizione dei beni della terra.
Come esiste una giustizia tra le persone, all’interno delle singole comunità nazionali, così esiste e va considerato altrettanto urgente il problema di una giustizia e di una solidarietà tra i popoli e gli stati nell’ambito della famiglia umana. “Dati i crescenti e stretti legami di mutua dipendenza esistenti oggi tra tutti i cittadini e i popoli della terra, la ricerca e il raggiungimento più efficace del bene comune universale richiedono che la comunità delle nazioni si dia un ordine che risponda ai suoi compiti attuali, tenendo particolarmente conto di quelle numerose regioni che ancor oggi si trovano in uno stato di intollerabile miseria” (Gaudium et spes, 84).
La fede impegna il cristiano a vedere un suo fratello in ogni uomo, a qualsiasi popolo appartenga. Egli vive l’impegno politico con un’apertura di carità universale, che lo porta a superare ogni confine nazionale e a perseguire obiettivi di bene comune di dimensione universale. Egli sa che ogni scelta, politica o economica, anche se compiuta nel piccolo contesto di un villaggio, nel segreto di una banca, nel titolo di un giornale, ha un riflesso di carattere mondiale. Non si può ignorare l’effettiva solidarietà, nel bene e nel male, che unisce i destini dei singoli e delle nazioni al destino del mondo intero. E un aspetto tipico della società contemporanea, che non costituisce soltanto una responsabilità accresciuta, ma anche maggiori possibilità di dare efficacia alla nostra carità. Anche le nostre scelte personali e nazionali, piccola cosa nel concerto mondiale, incidono sulle sorti dell’umanità.
Occorre rendersi responsabili, anche per riconoscere quando la coscienza ci impone di sottrarre il nostro consenso, in parole e azioni, a quelle che riteniamo consuetudini o politiche ingiuste. “Così fanno tutti” o “Non posso farci niente” sono alibi infondati. Per il cristiano è sempre possibile, e talvolta doverosa, l’obiezione maturata in coscienza e concretizzata in un effettivo ritiro della nostra adesione a certi comportamenti giudicati non conformi alla volontà di Dio e che dunque nemmeno la legge civile può imporci. Alla luce della solidarietà mondiale, nella quale siamo avvolti, e insieme della nostra irrinunciabile responsabilità personale, molte persone, anche giovani, hanno pagato di persona, in nome del vangelo, l’opposizione a leggi e comportamenti ingiusti.

Responsabilità del futuro della terra

La responsabilità morale del credente non riguarda soltanto i fratelli e le sorelle che vivono nel suo tempo; essa comprende ormai tutti gli uomini e le donne che abiteranno il nostro mondo nel futuro, più o meno lontano. Quel futuro, infatti, dipende in maniera decisiva e irreversibile dal nostro comportamento nel presente. Questa responsabilità riguarda soprattutto, ma non esclusivamente, il campo economico.
Il tipo di sviluppo fin qui perseguito dai paesi industriali avanzati, fra i quali si pone il nostro, rischia di lasciare alle generazioni che ci seguiranno un mondo non più vivibile. Lo spreco delle risorse limitate e non rinnovabili del pianeta, l’accumulo progressivo e, in molti casi, irreversibile dell’inquinamento, il degrado dei delicati ecosistemi della terra, l’insieme di quei fenomeni di disgregazione sociale, cui si dà il nome di “entropia sociale” e che possono essere considerati come un sottoprodotto di questo modello di sviluppo, hanno già alterato in modo grave aspetti irrinunciabili della qualità della vita. Ma la cumulazione dei loro effetti potrebbe portare a catastrofi di portata imprevedibile.
L’unica via di uscita è costituita dalla conversione a un modello di sviluppo diverso, centrato sull’uomo invece che sulle cose. Ma una simile conversione presuppone anche motivazioni adeguate, capaci di fare quanto finora la sola paura della catastrofe non è riuscita a fare. Per poter affrontare le rinunce richieste da questa difficile conversione, l’umanità avrà bisogno di una motivazione e di una speranza che le permettano di sentire che vale la pena di sacrificarsi per la sopravvivenza dell’uomo sulla terra. Nella sua fede, il credente può trovare per sé e offrire agli altri una simile motivazione e una simile speranza. Non solo perché riconosce il diritto delle generazioni future a godere dei beni della terra e di una vita degna dei figli di Dio, ma anche, e forse soprattutto, perché è consapevole del compito affidato da Dio all’uomo di essere non sfruttatore, ma custode e coltivatore del creato.

Fonte: Educat.it

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