Cristo, Alfa e omega

L'approfondimento settimanale dal Catechismo della Chiesa Cattolica

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Quando la vita viene messa alla prova e le speranze sembrano naufragare, quando siamo di fronte a interrogativi decisivi per il nostro futuro e per quello dell’umanità, è spontaneo chiederci su quale patrimonio possiamo far affidamento e verso quale direzione possiamo orientare il nostro cammino. Emergono così le domande circa l’inizio e la fine, intesi non come punti cronologici, ma come radici ultime della nostra esistenza e della nostra libertà.
Certo, dell’inizio e della fine noi non abbiamo esperienza diretta: nessuno può raccontare la propria nascita né la propria morte. Così è per l’umanità intera: essa non può afferrare da sé il suo sorgere e il suo finire. La scienza ha sviluppato un grande interesse per le origini del cosmo e della vita; talora calcoli specialistici cercano di prevedere il futuro ancora a disposizione del mondo. Sono problemi che meritano attenzione e forse conducono a fare crescere l’atteggiamento della meraviglia e una utilizzazione più rispettosa delle risorse della natura.
La scienza però, per suo statuto, si occupa del “come” possano essere descritti l’inizio e la fine, non del loro “perché”. La scienza intende descrivere il nascere e lo spegnersi del mondo, ma lascia ad altri, alla filosofia, all’esperienza religiosa, alla fede intuire il volto e il cuore del Creatore e dell’ultimo Custode del mondo.
Il libro che raccoglie la testimonianza fondamentale e normativa della fede cristiana, la Bibbia, dedica proprio le pagine iniziali e finali, la Genesi e l’Apocalisse, all’inizio e alla fine della storia umana. Non sono racconti informativi, non hanno pretesa scientifica: sono invece l’interpretazione che la fede ebraico-cristiana dà al significato trascendente della vita e della storia e quindi al patrimonio che è in mano all’uomo per affrontare la corsa della storia e il suo esito finale.
Al centro di tutto sta la Pasqua di Gesù, la sua solidarietà con noi fin dentro la morte, una morte ingiusta, e la sua solidarietà di Risorto attuata nel dono dello Spirito. È a partire da questa solidarietà di Cristo con noi, da ciò che essa ci rivela del volto del Padre, che la fede intuisce la ricchezza degli inizi, la fecondità e il dramma della storia, le possibilità di compimento custodite nella fine nostra e del mondo.

Il principio

Già la sapienza ebraica, sulla base dell’esperienza di Dio salvatore, del suo appassionato impegno per la libertà del suo popolo, era giunta a formulare in testi di grande efficacia letteraria il progetto di Dio nella creazione dell’uomo.
Sono i racconti che costituiscono le prime pagine della Bibbia. Essi raccolgono varie tradizioni, maturate lungo i secoli, sollecitate da domande diverse: perché Israele è popolo singolare tra gli altri? ad animare la storia è la potenza degli imperi o la presenza fedele di Dio in essa? che senso ha il ritmo del lavoro e del riposo? perché la fatica e il dolore? perché il dramma della malvagità e della morte? nei problemi tragici della vita dov’è Dio e dove il suo disegno? quale efficacia ha la sua benevolenza per l’uomo?
Sono domande su cui si misurano ancora oggi l’umanità e la Chiesa. I cristiani trovano ad esse risposta alla luce di Gesù Signore, che si presenta a noi come il compimento delle attese e della storia di Israele.
Il racconto della creazione è contenuto in due quadri diversi nei primi capitoli della Genesi: 1,1-2,4a e 2,4b-25. Essi rispondono a preoccupazioni e sensibilità differenti e concordano su alcune affermazioni fondamentali.
Il primo racconto (Gen 1,1-2,4a) mette al centro della sua narrazione la Parola. Tutto scaturisce dalla Parola creatrice. Il ritornello: “Dio disse… e così fu” regge tutto il racconto. Inoltre Dio accompagna ogni cosa creata con il suo sguardo: “Dio vide che era buono”. Dopo la creazione dell’uomo, questa esclamazione viene rafforzata: “Dio vide che era molto buono”.
Lo schema settimanale, su cui è strutturato il testo, colloca la creazione divina dentro i tempi normali dell’uomo. È un modo per dire che l’offerta iniziale di Dio creatore rimane disponibile, presente per sempre nella storia dell’uomo. Il concludersi del racconto della creazione nel settimo giorno, nel riposo di Dio che l’uomo è chiamato a condividere, fa intendere che Dio si propone all’uomo non soltanto come origine di ogni dono, ma anche come compimento e fine. Nei suoi doni, è Dio stesso che si promette all’uomo.
Ponendolo come sua immagine nel mondo, Dio rende l’uomo messaggero della sua presenza nella storia e gli si offre come interlocutore sempre appellabile, come sua perenne benedizione. Dio affida alla libertà dell’uomo il progetto della storia; all’uomo è chiesta la saggezza di affidare a Dio la buona riuscita del suo cammino nella storia.
Il secondo racconto (Gen 2,4b-24) è costruito attorno alla ricchezza e al dramma dell’essere uomini. L’uomo, fatto di corpo e di spirito, vi emerge come il fiduciario di Dio. A lui il mondo è affidato come un giardino da coltivare. Nell’uomo e nella donna, dotati di pari dignità, Dio suscita il dono della reciproca confidenza, fino alla fedeltà nel matrimonio, e la responsabilità della generazione della vita.
Si tratta di un quadro solo apparentemente ingenuo. In realtà, attraverso immagini poetiche, secondo i canoni del tempo, il racconto suggerisce i significati di fondo dell’esperienza relazionale dell’uomo, che ha nella corporeità il suo registro espressivo e nel suo spirito il centro ispiratore. Tutto intero, nella sua globalità di corpo e spirito, l’uomo sta a cuore a Dio, che ne alimenta l’alito di vita, in una libertà responsabile.
Entrambi i racconti convergono su alcune convinzioni fondamentali: nel suo inizio il mondo esce dalla mano di Dio integro e buono, e tale viene affidato all’uomo, alla sua libertà e responsabilità. Sviluppando la propria libertà nel mondo, l’uomo realizza se stesso, mentre si apre a tutta la realtà e investe in essa la vita, tenendo conto del diverso valore delle creature che lo circondano. Dio stesso è sempre disponibile come ricchezza ultima e inesauribile di quanto ha creato. Da lui l’uomo riceve la vita e la capacità di realizzarla creativamente. In Dio l’uomo vede anche il pieno compimento della vita.
La libertà e l’intelligenza che l’uomo ha ricevuto da Dio gli permettono di riconoscere l’amore gratuito di Dio creatore. Il mondo non è creato come spazio di un dominio in cui l’uomo è chiamato a esistere per essere servo; al contrario, egli è invitato partecipare della stessa gioia di Dio, celebrandone la bontà
Il “principio” alla prova della storia

L’autore biblico sa bene che la condizione storica dell’uomo e del mondo non riflette il quadro dell’inizio. Già i capitoli successivi del libro della Genesi documentano tensioni e lacerazioni che ritroviamo ancora oggi nella nostra esistenza.
Nasce inevitabile la domanda: perché il quadro delle origini si è infranto? All’inizio della storia – afferma la Scrittura – sta un atteggiamento fuorviante che compromette il rapporto positivo con il mondo e con la vita. Ne è segno anzitutto il racconto del peccato dei progenitori Adamo ed Eva, che pretendono di realizzare la loro vita senza Dio. Il loro gesto di autosufficienza li spinge a non fidarsi del Creatore e nello stesso tempo a soccombere alle lusinghe del serpente tentatore. Abusano della loro libertà, disobbediscono al comandamento di Dio, spezzando l’amicizia con il Creatore e infrangendo l’armonia con se stessi e con il creato. È questa la realtà del primo peccato.

Il ripiegamento dell’uomo su se stesso prende varie forme: ci sono fratture nell’ambito della famiglia tra l’uomo e la donna (Gen 3), ma anche tra fratelli (Gen 4); nell’ambito del clan si fa strada la vendetta (Gen 4,23-24); anche il rapporto con il mondo è compromesso, come denunciano le diverse tradizioni del diluvio (Gen 6-9); infine, è l’umanità intera, la sua capacità di essere famiglia umana che entra in difficoltà (Gen 11).
Il racconto delle origini non è cronaca della preistoria umana, ma è una riflessione sapienziale, che, alla luce del modo con cui Dio fa storia con noi – sempre dalla parte della libertà, del dialogo, del rispetto e della condivisione –, cerca di cogliere il perché del rovescio della storia e la scopre proprio in quell’atteggiamento, insieme di diffidenza e di orgoglio, che rifiuta di riconoscere la proposta di Dio.
La Chiesa ha approfondito questa riflessione e, stimolata dal pensiero di Paolo, ha sempre insegnato che la grande miseria che opprime gli uomini e la loro inclinazione al male e alla morte non si possono comprendere al di fuori di un legame con la colpa di Adamo: “Per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna… Per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori” (Rm 5,18-19).
Questo legame per cui ogni uomo è in Adamo “come un unico corpo di un unico uomo” (San Tommaso d’Aquino, Sul male, 4, 1) fa sì che il peccato delle origini si propaghi a tutta l’umanità, la cui natura rimane intaccata, privata della bontà originaria. La situazione dell’umanità diventa drammatica: “Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno” (Gaudium et spes, 37).
Il peccato dei progenitori, tuttavia, non costituisce una condanna definitiva dell’umanità, una sottomissione invincibile al potere del maligno. Dopo la caduta, l’uomo non è stato abbandonato da Dio, ma subito ha potuto ascoltare la buona notizia della misericordia e della salvezza. Infatti, già nel racconto del primo peccato è presente anche il primo annuncio del Messia redentore, della lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un suo discendente (Gen 3,14-15).
La riflessione sugli “inizi”, fatta dal libro della Genesi, si propone di aiutare il cuore e l’intelligenza dell’uomo a ritrovare nella storia il tracciato delle promesse di Dio, poiché nella sua benevolenza egli ha voluto rivelarsi come il Salvatore. In tal modo la lettura credente dei grandi eventi della storia di Israele – liberazione dalla schiavitù, dono della terra, ritorno dall’esilio… – e la riflessione sapienziale tengono alto l’orizzonte del traguardo, della fine e del fine del mondo e della storia. Sarà insieme fine della prova del male e approdo al compimento e al coronamento della promessa di Dio per ogni uomo.

La fine

Come l’inizio anche la fine non può essere raccontata come frutto di esperienza umana. Il significato e la ricchezza del compimento si lasciano però intuire, anzi si manifestano nel modo in cui Dio reagisce ai nostri insuccessi e alla nostra sfiducia. Il Dio che Israele ha conosciuto, ha celebrato, specialmente nella Pasqua annuale, il Dio che in Gesù Signore ha svelato del tutto il suo volto, non è un Dio che si arrende. Dio non invade il campo dell’uomo e ne rispetta le scelte; ma neppure si eclissa o si nega. È sempre in grado di suscitare testimoni del suo amore e di provocare azioni che rilanciano il cammino della storia. Per Israele ciò costituisce il filo conduttore della speranza messianica; per la Chiesa quello della fecondità inesauribile dello Spirito del Signore risorto.
Queste esperienze consentono di dire, mediante quadri a contrasto, il traguardo della storia. Esso sarà magnifico superamento di tutte le fratture e le disavventure della storia umana. Sarà pace ricchissima, che raccoglie tutto il bene perseguito nella vita, e sconfitta definitiva del male, catastrofe che trascina con sé ogni pretesa orgogliosa che ha segnato di lutti e di lacrime la vicenda umana. Si tratta dei cieli nuovi e della terra nuova annunciati dai profeti, come frutto ultimo dell’azione di Dio per l’uomo (Is 11,1-965,17-18). Nella piena luce di ogni promessa mantenuta in Gesù risorto, Giovanni scrive nell’Apocalisse: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il ‘Dio-con-loro’. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”” (Ap 21,1-5).
Il riconoscimento di Gesù, risorto da morte, come centro della storia, come luogo umano ove ci è dato di leggere ciò che Dio, il Padre suo e nostro, accorda e custodisce tenacemente per noi, ci consente di sollevare il velo sull’inizio e sulla fine. Non come operazione di curiosità o di sforzo scientifico, che pure ha il suo significato, ma come apertura al dono che abita la storia pur dentro la sua contraddizione. Questa lettura, a cui ci provoca la parola di Dio, ci domanda di non perdere il senso profondo della storia, di non accorciare la speranza, di contribuire ad annodare il filo prezioso della fecondità delle promesse di Dio e del soffio innovativo del suo Spirito. Essa consente di godere davvero di ogni passo positivo dell’uomo, senza invaghirsene come d’un privilegio, di invocare il perdono e la bontà nei fallimenti, di non scartare nessun uomo come indegno ad abitare la vita. Proprio in questa grazia, già oggi accolta e vissuta, proprio nel poter dire per essa grazie a Dio, noi già intuiamo in anticipo, ma realmente, l’accoglienza ultima di Dio e la sua inimmaginabile ricchezza, come misura dell’eternità.

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