Domenica di Pasqua (Anno A)

Gesù risorge! La Domenica più importante per un Cristiano

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Domenica di Pasqua
Risurrezione del Signore

At 10,34a.37-43 Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
Sal 117 Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo oppure Alleluia, alleluia, alleluia.
Col 3,1-4 Cercate le cose di lassù, dove è Cristo oppure 1Cor 5,6b-8 Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova.
Canto al Vangelo (cf. 1Cor 5,7b-8) Alleluia, alleluia. Cristo, nostra Pasqua, è immolato: facciamo festa nel Signore. Alleluia.
Gv 20,1-9 Egli doveva risuscitare dai morti (nella Messa del giorno)
Lc 24,13-35 Resta con noi perché si fa sera (nella Messa vespertina).

«Noi siamo testimoni»

L’evento della Risurrezione diventa forza propulsiva per coloro che ne sono stati testimoni. Un testimone di Cristo è primizia dei salvati. Egli acquista una luminosità che lo trascende, diviene qualcuno che non si appartiene più, che non può più separare la sua vita dall’impatto con Colui che lo ha ferito, rapito, trasformato. Il testimone è un “espropriato”, parla di sé alla luce di un altro che non lo depaupera di sé, ma lo arricchisce e lo completa del suo dono. Questo è quanto accade a Pietro, trasfigurato dal dono che è la persona di Cristo e dal dono di Cristo che è la sua Pasqua, trionfo della vita su ogni morte. Questo discepolo della prima ora ha seguito tutto l’itinerario di Gesù. Lo conosce e sa ricapitolarlo con estrema agilità. Il contesto in cui lo vediamo predicare è quello di un primo annuncio rivolto al centurione romano Cornelio e alla sua casa. Pietro è forte dell’evento della risurrezione di Cristo, ma anche di un effetto che ad essa consegue: l’allargamento del perimetro della salvezza. Pietro viene istruito interiormente da Dio perché comprenda che la salvezza è per tutti gli uomini. Egli non cancella il privilegio d’Israele come popolo che ha ricevuto la rivelazione, ma sostiene che il Vangelo nato in seno al popolo eletto produce una salvezza che travalica i confini d’Israele per raggiungere ogni carne. Pietro riassume il ministero di Gesù menzionando luoghi, eventi, persone e soprattutto elaborando una teologia del miracolo, dove l’attività terapeutica di Gesù rappresenta la garanzia della sua identità messianica. Egli non parla da singolo, ma utilizza il plurale per significare la comunione che caratterizza il collegio apostolico, l’unione dei testimoni, di coloro cioè che hanno condiviso con Gesù il ministero, la prova della passione (anche se zoppicando), e persino il pasto dopo la sua risurrezione, ricevendo il mandato di predicare la sua signoria di Giudice universale e di annunciare il perdono dei peccati a chiunque crede in lui. Senza trascurare la priorità d’Israele nel progetto salvifico divino, la predicazione di Pietro apre alla missione universale, preannunciata dai profeti e realizzata dalla Pasqua di Cristo.

La vita nuova

L’effetto della risurrezione di Cristo è la caduta dei privilegi e dei muri di separazione, ma anche una capacità nuova di illuminare la storia dal di dentro per comprendere che non ci è data un vita terrena e basta, ma che questa nostra vita è innestata in quella divina che la riossigena continuamente. Paolo e la tradizione paolina invitano i credenti non solo ad essere testimoni della risurrezione di Cristo ma a vivere essi stessi da «risorti». A questa vita nuova si accede con il battesimo e in essa si può perseverare eliminando il «lievito vecchio» che è «lievito di malizia e di perversità» (1Cor 5,6-8) – che rimanda alla contaminazione dovuta al peccato – e sottraendosi alla superficialità del mondo protesi alla manifestazione di Cristo che è la «nostra vita», imparando che ciò che è stabile non si trova nelle cose «della terra» ma in quelle «di lassù», cioè in Cristo stesso (Col 3,1-4). La vita nuova è descritta come esistenza luminosa perché vissuta all’insegna della sincerità e della verità. Essere «azzimi», liberi dal lievito del peccato, significa certamente accogliere il dono di Cristo ma al tempo stesso anche impegnarsi a vivere un’esistenza trasparente in responsabile coerenza con la nuova condizione di risorti.

«Vide e credette»

L’evangelista Giovanni ci conduce fin dentro al sepolcro dove si sprigionano le fragranze inedite della Risurrezione di Cristo. La vita entra laddove prima regnava solo il tanfo della morte. Prima testimone di questa incredibile vittoria è una donna mattiniera che si lancia solitaria al sepolcro. È ancora buio, ma si tratta di un buio che prelude all’inizio di un nuovo giorno, giorno che non è uno qualunque, ma il «primo» della settimana e l’alba di una creazione nuova. Questa donna che non teme le tenebre è Maria di Magdala, discepola che nel IV Vangelo entra in scena solo al momento della crocifissione, dove appare accanto al piccolo resto dei discepoli fedeli che Gesù pone sotto il manto della Madre. Con perseveranza e coraggio ha seguito il Cristo fino alla Croce e ora lo segue al sepolcro. Il corpo del Maestro, anche se rinchiuso in un sepolcro, continua ad essere calamita per Maria che si lascia attirare, malgrado il buio. Solo l’amore può trattare un corpo morto alla stregua di un corpo vivo. Il corpo, infatti, non è un dettaglio accidentale ma è la manifestazione della persona totale, della sua capacità relazionale, della sua unicità, realtà dinamica che permette la rivelazione e la comunicazione. È il terreno dell’incontro con l’altro, il giardino dove sboccia ogni sorta di relazione. Per questo Maria si dirige al sepolcro e non ha paura del buio. Desidera onorare chi ha toccato la sua vita e ossigenato l’orizzonte in un modo così significativo da continuare a vivere in lei e con lei. Giunta al sepolcro, Maria è destabilizzata: la pietra è stata tolta dal sepolcro. Che vuol dire? Al dolore per l’assenza del suo Signore si aggiunge quello per la scomparsa del suo corpo. Senza indugio, questa “donna dell’aurora” corre da Pietro e dal discepolo amato, inizia la sua indagine appellandosi alla comunità, a quei discepoli così intimi a Gesù che, credendo alla sua parola, vengono da lei coinvolti e con lei decidono di correre al sepolcro. Il discepolo amato arriva prima, vede i teli funerari deposti, ma si arresta per dare la precedenza a Pietro che entra nel sepolcro e trova anche il sudario. Ci sono solo gli abiti della morte, ma dov’è la morte? Dove il suo pungiglione? Il discepolo amato decide di entrare e l’esperienza che fa in quel luogo, che sembrava avesse ingoiato per sempre il Maestro, è letta da un efficace «vide e credette». Un’intuizione luminosa lo attraversa ed è come se percepisse il mistero dell’eternità incastonata nel tempo, della vita in pienezza che sgorga da una morte abbracciata per amore e infine vinta. Ma quei teli e quel sudario piegati, che non avvolgono più il corpo di Gesù, restano un punto interrogativo. È ancora buio per la mente umana… La fede deve ancora fare i conti con i deserti del cuore. La luce può venire solo dal Risorto e dalle sue parole che aiutano a comprendere le Scritture, scaldano il cuore e aprono la mente e gli occhi del cuore.

Riconoscere il Risorto che vive in mezzo a noi

Quando la ragione non riesce a comprendere il mistero non può fare altro che arrendersi e lasciarsi illuminare dal mistero stesso che si rivela facendosi presenza, esperienza. L’evangelista Luca lo testimonia a proposito di due discepoli del Signore, la cui comprensione sembra infrangersi contro lo scoglio della morte di croce. Per i due di Emmaus, che esprimono la loro delusione totale nei confronti di quel Maestro che avevano seguito e nel quale avevano tanto sperato, non resta altra soluzione che il regresso alla sfera del privato, cioè tornare a casa e farla finita con l’attesa della liberazione e del riscatto di Israele, ormai naufragata definitivamente. La strada da Gerusalemme a Emmaus, breve stando alla geografia, diviene un itinerario piuttosto lungo perché percorsa col cuore gonfio di delusione. Se si dilata lo spazio, però, si dilata anche il tempo e si apre in esso una fessura: il Risorto fa capolino per disinfettare le ferite dell’incredulità e raggiungere quell’abisso della separazione da lui dove i suoi due discepoli sono andati a finire. Lo fa delicatamente, non imponendosi, ma proponendosi come un interlocutore sconosciuto e senza un secondo fine, con il quale rileggere gli eventi, raccontare le attese. Dal ministero pubblico alla tomba vuota viene rivisitato tutto l’evento Cristo. La catechesi dei due al forestiero è precisa, ma piatta, spenta. Manca il sale della fede a darle sapore. E Gesù provoca la fede mostrando ai suoi la circolarità ermeneutica tra le Scritture e la sua Pasqua: la sua croce è conforme alle Scritture. Il dono totale della sua vita mostra come la potenza si manifesta proprio nella debolezza. L’ermeneutica offerta da Gesù alle Scritture e alla sua Pasqua scalda il cuore dei discepoli e i gesti dell’ultima cena, ripetuti per loro soltanto, sciolgono definitivamente i nodi del cuore. Gli occhi si aprono e la fede protrae la presenza del Cristo Risorto che non si manifesta più in carne ed ossa ma nei sacramenti della Chiesa, che rigenerano continuamente la vita dei credenti, accendendo sui loro volti il sorriso radioso di Dio.

Fonte: Sussidio CEI Quaresima 2017

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