Domenica di Pasqua

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Letture del giorno:
At 10,34a.37-43;
Sal 117 (118);
Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8);
Lc 24,1-12

Il Sal 117 è un inno di gioia e di vittoria, proclamato in ogni eucaristia della settimana pasquale e nella liturgia delle ore di ogni domenica. Il salmo forma parte del “hallel egiziano”, così chiamato perché si cantava specialmente in occasione del memoriale della liberazione degli Israeliti dall’Egitto, durante il sacrifico dell’agnello e durante la cena pasquale. La liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore.

La risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano. Il vangelo narra l’evento storico della risurrezione di Gesù, ripensato e raccontato a scopo di fede: Giovanni sottolinea che si tratta di una vera risurrezione, ma l’interesse prevalente dell’evangelista sembra essere di carattere ecclesiale; egli infatti sottolinea anzitutto l’itinerario di fede dei discepoli nel Cristo risorto. Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata.

Ci soffermiamo brevemente sulla seconda lettura alternativa, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, dove l’affermazione centrale del brano è: “Cristo, nostra Pasqua è stato immolato!”, parole riprese poi dall’antifona alla comunione. Il prefazio pasquale I parla di Cristo “vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo”. La sequenza adopera l’espressione: “vittima pasquale”, riferita sempre a Cristo, e aggiunge: “L’agnello ha redento il suo gregge”. Nell’Antico Testamento l’immolazione dell’agnello era l’elemento essenziale della celebrazione della Pasqua (cf. Es 12). Il Nuovo Testamento, e particolarmente il vangelo di Giovanni, hanno considerato l’agnello pasquale come figura di Gesù. Egli muore sulla croce nella Paresceve, nell’ora in cui nel tempio si immolavano gli agnelli per la celebrazione della cena pasquale. Lo stesso apostolo Giovanni nell’Apocalisse descrive la glorificazione dell’Agnello: “L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione […] A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli” (Ap 5, 12-13). L’agnello sgozzato e glorificato è la nostra Pasqua!

Giovanni Crisostomo, parlando dell’eucaristia, dice: “Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei 17,3). Compiendo il rito pasquale gli Israeliti sono stati partecipi, di generazione in generazione, della stessa liberazione e salvezza sperimentata dai loro padri nella notte in cui il Signore li fece uscire dall’Egitto. Celebrando l’eucaristia, i cristiani siamo partecipi dell’Agnello pasquale, del “corpo donato” e del “sangue versato” di Cristo, quale evento decisivo della liberazione di tutta l’umanità dalla forza del peccato e dal potere della morte.

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