E ci credo!

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I giovani non credono più? Non è proprio così.

Il settore Giovani propone “E ci credo” , un testo che racconta la storia di 11 giovani che tra difficoltà ordinarie e straordinarie, piccole e grandi gioie, hanno imparato a “diventare grandi insieme”. Lo presenta Chiara Finocchietti in un’intervista per Segno

Sono storie. Ma storie vere. Di giovani che guardano, talvolta un po’ di traverso, alla vita e alle sue preoccupazioni. Di altri giovani, appassionati, generosi, che nella vita si tuffano, senza remore e senza calcoli. Ragazze e ragazzi immersi in tanti “mondi”: la famiglia, la scuola, gli affetti, le amicizie, il volontariato, la professione, la parrocchia. Under30 – talvolta si dice così – che alzano lo sguardo all’Altro, alla fede, a una spiritualità, la quale, come un lievito, fa fermentare la pasta di un’esistenza in cerca di significati, che si dà degli obiettivi, che prova a cambiare un pezzettino di mondo. Francesco, Laura, Sara, Roberto… Dieci storie intense e undici protagonisti costituiscono la trama del volume E ci credo!, edito da Ave, firmato dai responsabili nazionali del settore Giovani di Ac: i vice presidenti Chiara Finocchietti e Marco Iasevoli, assieme all’assistente don Vito Piccinonna. Segno approfondisce con Finocchietti qualche tema che scaturisce dalla lettura del libro.

Come è venuta l’idea di questo lavoro? Le vicende che raccontate trovano spunto in incontri che avete vissuto in questi anni, sostenendo la responsabilità del settore Giovani di Ac?

Era già da tempo che pensavamo all’idea di raccontare delle storie di giovani che credono, un’idea nata da Marco e che abbiamo subito condiviso tutt’e tre. Abbiamo colto l’occasione del 30 ottobre per passare dall’idea alla pratica: ci sembrava l’occasione più bella per provare a realizzare questo piccola raccolta di testimonianze. La proposta nasce semplicemente dal desiderio di raccontare come l’esperienza del gruppo di Ac e della comunità ti trasforma la vita. Le storie che raccontiamo sono le storie di giovani e giovanissimi delle nostre parrocchie e delle nostre diocesi, con cui siamo cresciuti insieme in gruppo o che abbiamo a nostra volta accompagnato nel percorso di formazione e di crescita. Sono anche le nostre storie, e idealmente, rappresentano le storie di tutti i giovani e giovanissimi di Ac: giovani con problemi in famiglia, giovani che nell’associazione maturano il desiderio di impegnarsi in politica per il bene di tutti, che scoprono la propria vocazione, che ritrovano una casa dopo essersi perduti… In fondo è questo l’elemento comune di tutte le storie: l’incontro con un amore che ti cambia la vita. In tutte si racconta di giovani che nell’accompagnamento di un educatore o di un assistente, nell’abbraccio di un gruppo, nelle amicizie autentiche sperimentate nel raggio d’azione di una parrocchia, si sentono amati, e scoprono un bene e un affetto segno di un Amore più grande. Un Amore che genera alla vita e alla fede, che aiuta a uscire dalla solitudine, a ricucire le ferite e ad orientare il proprio percorso esistenziale.

Quali gli obiettivi di questa pubblicazione?

Raccontare storie di persone che credono significa testimoniare innanzitutto che non solo credere è possibile, ma è anche bello! Questo, nella sua semplicità, è sicuramente il primo obiettivo del libro. Un modo di testimoniare anche che nessun giovane è perso, o buono o cattivo in assoluto, ma che spesso tante decisioni vengono prese perché non c’è niente o nessuno che aiuti a indirizzarle e guidarle. Queste storie testimoniano che se un giovane non viene lasciato solo, ma viene accompagnato, con amore e discrezione, è più facile trovare la giusta traccia su cui orientare la propria vita. Il secondo obiettivo è quello di raccontare che è bello credere insieme. Tutti i giovani che raccontiamo hanno sperimentato la bellezza dell’incontro con una comunità, rappresentata innanzitutto dal loro gruppo di Ac: questo libriccino vuole raccontare anche il lavoro silenzioso, faticoso e tenace di tutti quegli educatori, laici e sacerdoti, giovani e adulti, che quotidianamente in associazione spendono letteralmente la loro vita nell’impegno educativo verso i loro coetanei o i più giovani. È il volto più bello del nostro Paese, anche se quello che appare meno, ma che continua a rinnovare il piccolo miracolo di aiutare a crescere insieme. È un segno di amore e gratitudine verso queste comunità, una gratitudine che ci impegna a continuare quest’opera silenziosa di bene.

Famiglia, amore, studio, valori, lavoro, sport, mille altri tipi di impegno. Cosa riempie la vita di un giovane oggi? Resta il tempo per interrogarsi sulla propria “vocazione”?

Normalmente di tempo ne rimane ben poco tra i tanti impegni di ogni giorno nella vita di un giovane! Però per un giovane che crede ognuno di questi ambiti – l’amore, lo studio, il lavoro… – non è qualcosa a sé stante, ma uno spazio di realizzazione di sé, di impegno e di testimonianza di ciò che si ritiene più importante. Gli ambiti della vita sono lo spazio di ricerca e di attuazione della propria vocazione. I tanti santi e beati che l’Ac ha dato alla Chiesa e al Paese ci testimoniano che è proprio come studenti, lavoratori, fidanzati, mariti e mogli che possiamo farci santi. La ricerca spirituale, la parola di un educatore e di una assistente, servono proprio a orientare le tante piccole grandi scelte in questi ambiti: penso alla storia di Marco, che cerca di capire insieme al suo assistente come vivere la storia con Mariangela, la sua fidanzata; o a Laura, che proprio in associazione matura il desiderio di impegnarsi in politica; o ancora a Gianni, che in una vita serena da commercialista, che sembra già piena e realizzata, sente la domanda e il desiderio di ricercare una vocazione più grande.

Quali sono i problemi che toccano più da vicino le giovani generazioni?

I problemi sono tanti, e molti abbiamo provati a raccontarli: le difficoltà in famiglia, che segnano in modo profondo, nel bene e nel male, la vita di un giovane, molto di più di quanto nessuno di noi sarebbe disposto ad ammettere. Questo è il cuore proprio della prima storia del libro, quella di Francesco: “Cerco solo un po’ di felicità. Francesco e una casa che invoca pace”. Poi le difficoltà del lavoro, di una ricerca di un pizzico di stabilità economica e professionale che sembra sempre senza esito per i più giovani. Difficoltà che si sommano spesso alle difficoltà economiche, vissute nella dignità e nel sorriso di chi in quella povertà ha imparato a scoprire e a salvaguardare ciò che più vale. E ancora la solitudine, una delle grandi paure dei giovani insieme alla noia, che spesso porta a perdersi a sé stessi, e a fare “scelte” estreme: Francesca, rigenerata dall’abbraccio del suo gruppo, dice “In alcuni momenti potevo godere solo della compagnia del mio spacciatore”. E poi ancora le grandi difficoltà della crescita, l’amore, lo studio, la testimonianza della propria fede nel luogo di lavoro e a scuola e all’università, la ricerca di giustizia che può diventare impegno politico tra le tante contro testimonianze anche di chi si professa credente…

Quanto spazio ha la fede nella quotidianità dei vostri protagonisti? E, più in generale, come si pongono i giovani di oggi dinanzi al mistero di Dio?

La fede ha uno spazio grandissimo, che è lo spazio stesso della loro vita: uno spazio che è vissuto come dialogo personale con Dio, a volte di affidamento e di accompagnamento, a volte di domanda e di incomprensione per le tante difficoltà che sembrano non trovare soluzione, e che continuano a ferire. Una vita e una fede vissuta in una comunità che ti accompagna e ti guida. Potremmo rispondere a questa domanda con una frase di un Padre della Chiesa citata nel libro: “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre”. Per tutti i protagonisti del libro il cammino di fede è vissuta non in solitudine, ma insieme agli altri ragazzi del gruppo. Il Mistero di Dio per loro è il mistero della propria umanità, un mistero sperimentato in un percorso di ricerca fatto di preghiera, di silenzio, ma anche di impegno e di condivisione. Il mistero dell’amore di Dio è per Francesco la sofferenza della sua famiglia, per Sara la nascita di sua figlia Aurora, per Marco il suo amore per Mariangela… Le storie che raccontiamo provano a dire, nella loro umiltà, che tutti i giovani, come tutti gli uomini, sperimentano il mistero dell’amore di Dio: alcuni di loro hanno la fortuna di incontrare delle persone sul loro cammino con cui condividere questa domanda, e forse da essa far nascere un percorsi di crescita e di ricerca.

Bambini, adolescenti e giovani di Ac hanno incontrato il 30 ottobre il Papa in piazza San Pietro. Cosa resta, a suo avviso, di C’è di più? Cosa si può “costruire” a partire da quella festa?

Penso che “C’è di più” abbia lasciato tre cose: una testimonianza luminosa, semplice e bellissima, della gioia di credere come giovani e come ragazzi. La testimonianza di Piazza San Pietro e di Piazza del Popolo e Piazza di Siena è uno “scandalo” e una domanda aperta per tutti i giovani e gli adulti che vogliono smettere di interrogarsi e che vivono la presunta comodità di una vita senza ricerca di un “oltre” da raggiungere.
In secondo luogo i giovanissimi e i ragazzi hanno scoperto che la famiglia dell’Azione Cattolica, non è solo la loro parrocchia e la loro diocesi, ma è qualcosa grande come tutta l’Italia e tutto il mondo, segno del nostro essere a servizio della Chiesa locale e in essa di tutta la Chiesa universale.
Infine, “C’è di più” è stata la grande festa anche di tutte quelle persone, genitori, giovani e adulti, laici e sacerdoti, insegnanti, che ogni giorno si impegnano nel compito educativo: persone che vivono nella comunità questo servizio. Il 30 ottobre testimonia che l’impegno educativo dell’Azione Cattolica, oggi come più di 140 anni fa, non solo è essenziale più che mai per il Paese, ma è anche una grande speranza e un grande ponte per il futuro delle persone e delle nostre comunità.

 

(fonte: giovani.azionecattolica.it)                            

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