Francesco nella Puglia di don Bello. Volti e luoghi della santità

Di Mimmo Muolo da Avvenire.it

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Lungo le strade della Penisola, il Papa sta fissando con le sue visite apostoliche le coordinate di una nuova geografia della santità. Bozzolo e Barbiana, i borghi di don Mazzolari e don Milani. Pietrelcina e San Giovanni Rotondo, i paesi di padre Pio. E adesso Alessano e Molfetta, dove nacque, fu sacerdote e vescovo, e ora riposa, Tonino Bello, morto esattamente 25 anni fa e da molti ritenuto un antesignano di questo pontificato. Sullo sfondo c’è inoltre, il 10 maggio prossimo, l’itinerario che toccherà Nomadelfia – capolavoro di don Zeno Saltini – e Loppiano, la cittadella del Movimento dei Focolari, nel decennale della morte della fondatrice Chiara Lubich.

Papa Bergoglio viaggia in maniera diversa dai suoi predecessori. E lo si era intuito fin dalla prima visita a Lampedusa e Linosa, nel luglio del 2013. Mentre infatti Giovanni Paolo II si muoveva in estensione, facendo delle sue visite pastorali anche un’occasione per studiare la «diletta nazione italiana», e Benedetto XVI sembrava essere attratto, proprio lui grande teologo, dalla fede del popolo testimoniata nei piccoli e grandi santuari del nostro territorio, per Francesco il viaggio segue e sottolinea le grandi direttrici pastorali del suo pontificato. Lo sguardo dalle e sulle periferie geografiche ed esistenziali, i luoghi della sofferenza umana e degli “scartati” e, appunto, la testimonianza della santità.

Con quest’ultima serie di visite – alle quali si può aggiungere anche quella del 2015 a Torino, in occasione del bicentenario della nascita di don Bosco –, il Papa sembra voler mettere in rilievo in particolare la santità sacerdotale. O, per dirla con una delle sue espressioni più famose, l’opera di quei presbiteri che nella loro vita terrena sono stati «pastori con l’odore delle pecore». Se papa Ratzinger aveva voluto e celebrato un anno dei sacerdoti, papa Bergoglio ne sta quasi tirando le conclusioni, e secondo il suo personalissimo stile. In pratica con queste visite egli mostra concretamente, attraverso alcuni testimoni, in quanti modi si può incarnare il ministero presbiterale ed episcopale a servizio del popolo di Dio.

In ogni caso il denominatore comune è la vicinanza ai poveri, che poi ognuno declina in maniera diversa: attraverso la formazione professionale ed il riscatto dall’ignoranza don Bosco e don Milani; dialogando con tutti, anche i “lontani”, don Mazzolari; offrendo le proprie sofferenze per la salvezza dei peccatori padre Pio; e nell’aiuto agli orfani e alle famiglie don Zeno.

Sono, in altri termini, i volti contemporanei di quella «parresia » che è «audacia e slancio evangelizzatore » e che «lascia un segno nel mondo», come ha scritto proprio Francesco nella esortazione apostolica Gaudete et exsultate, che in tema di santità si intreccia con questi viaggi non solo dal punto di vista dei tempi di pubblicazione.

In tale contesto la figura del servo di Dio don Tonino Bello appare come una sorta di compendio. Di lui sono rimasti famosi gesti profetici come la marcia di pace a Sarajevo sfidando guerra e cecchini, l’opposizione al dispiegamento dei bombardieri Nato in Puglia, la difesa dei lavoratori a rischio di licenziamento, l’accoglienza in episcopio ad alcune famiglie di sfrattati. Ma quello che a venticinque anni dalla morte continua a risplendere anche attraverso i suoi scritti – pregevoli pure sotto il profilo letterario – è la profonda spiritualità evangelica, che lo portava a essere contemporaneamente uomo di preghiera e di contemplazione e pastore attento alle necessità dei fratelli. «Un vescovo con il grembiule », come è stato giustamente definito. Un profeta capace di cambiare i segni del potere in potere dei segni, a partire da quello più eloquente di tutti: l’essere sempre chino ai piedi dell’altare, come nell’atto di una lavanda dei piedi senza tempo, per coniugare – direbbe Francesco – la carne di Gesù e quella dei poveri. «Ogni impegno vitale, ogni battaglia per la giustizia, ogni sforzo di liberazione e ogni sollecitudine per la verità – scriveva infatti – devono partire dalla ‘tavola’, dalla consuetudine con Cristo, dalla familiarità con lui, dall’aver bevuto al calice con tutte le valenze del suo martirio».

Da oggi, grazie al Papa che ce lo indica come esempio, anche don Tonino e i suoi luoghi entrano a pieno titolo nella nuova geografia della santità del nostro Paese. E quindi del mondo intero.

(Mimmo Muolo da Avvenire.it)

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