Grandi cose ha fatto il Signore per noi

Il settimanale del Catechismo

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“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto” (Ef 1,3-6). Così l’apostolo Paolo esprime stupore e gioiosa gratitudine contemplando il disegno di Dio.
La Chiesa continua questa “benedizione”, ricevendola e donandola nel tempo. Per non dimenticare le “grandi cose” compiute dal Signore dalle quali ha avuto origine, non smette di annunciare con la parola e di celebrare con segni visibili l’evento di passione, morte, risurrezione e glorificazione di Gesù Cristo, centro del disegno di Dio e della storia.
Parola e sacramento tracciano l’itinerario della sequela e offrono al discepolo di ogni tempo l’esperienza reale del “venire, vedere e dimorare” presso Gesù. L’annuncio della Parola fa risplendere in ogni cuore l’immagine di Dio e attira verso di lui. I sacramenti ristrutturano l’esistenza del discepolo secondo quell’immagine e la uniscono al Maestro.

Il dono della Parola
Chiesa vuol dire “assemblea”, “convocazione”. La Chiesa si ritrova in assemblea perché Dio l’ha convocata per rivelare se stesso e farsi conoscere. Egli lo ha fatto nel corso di tutta la storia della salvezza: già attraverso la creazione Dio dà testimonianza di sé (Rm 1,19-20), ma lo fa in modo particolare rivolgendosi agli uomini – come singoli e come popolo –, fino a comunicarsi personalmente in Gesù di Nazareth, il Figlio che “proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura” (Gv 3,34). “I suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l’uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l’accettazione del suo sacrificio totale sulla croce per la redenzione del mondo, la sua risurrezione sono l’attuazione della sua parola e il compimento della rivelazione” (Giovanni Paolo II, Catechesi tradendae, 9).
La Chiesa riconosce da sempre il dono della Parola. Per questo si reca all’appuntamento ogni ottavo giorno, il giorno della risurrezione del suo Signore, per ascoltare ciò che il Risorto ha da dirle, per nutrirsi dei doni che egli vorrà farle e per rispondere a quella Parola e a quei doni con il suo canto di grazie. Di questo vitale scambio vive la liturgia, dialogo permanente tra Dio e il suo popolo.

I santi segni
Il dono della salvezza annunciato dalla Parola si realizza mediante il segno sacramentale. Al cuore del sacramento stanno lo Spirito e la Parola, e in esso lo Spirito e la Parola diventano azione efficace di salvezza e di vita. Parola e gesto insieme costituiscono l’intima struttura di ogni sacramento, in conformità all’intera economia della rivelazione e della salvezza che “avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro” (Dei Verbum, 2).
I sacramenti sono gesti di Gesù: è sempre lui che li compie. Per questo sono efficaci. Non sono soltanto un ricordo di ciò che egli ha fatto per noi, ma una ripresentazione dei suoi gesti salvifici. I sacramenti sono attualizzazione di una presenza, non una evocazione nostalgica.
I sacramenti sono gesti della Chiesa: da essa e per essa. A lei Gesù ha affidato la sua parola e i suoi gesti, non ai singoli credenti. Ed è sempre la Chiesa che li ripete e li celebra. Per questo nessun sacramento è gesto privato, ma pubblico, comunitario e festoso, celebrato davanti alla comunità e nella comunità, all’interno di una liturgia e di una ritualità che esprimono la fede, la memoria e la preghiera della Chiesa.
La tradizione della Chiesa ha precisato in sette il numero dei sacramenti. E facile riconoscervi un’idea di pienezza: come sette sono stati i giorni della creazione, così sette sono anche i doni attraverso cui Dio ricrea e vivifica i credenti.
I sacramenti investono l’intera esistenza del credente. Grazie ad essi la vita di fede nasce e cresce, riceve sempre nuove energie e la forza per la missione. L’unico dono della salvezza assume tonalità diverse: nel Battesimo è liberazione dal peccato, rigenerazione e passaggio dalla morte alla vita; nella Confermazione è crescita e forza per la testimonianza, la diffusione e la difesa del vangelo; nell’Eucaristia è comunione con il Signore risorto e dono di sé; nella Penitenza è riconciliazione con Dio e con la Chiesa; nell’Unzione degli infermi è purificazione, guarigione e conforto; nell’Ordine e dono per il servizio autorevole di pastore, maestro e sacerdote del popolo di Dio; nel Matrimonio è alleanza coniugale fondata sull’amore di Cristo per la sua Chiesa.

Dire grazie
Il dono ricevuto suscita nel cuore dei credenti una risposta che è anche un cammino: è anzitutto una professione di fede capace di riconoscere e confessare apertamente gli eventi prodigiosi compiuti dal Signore per la salvezza del suo popolo; è un atto di conversione, perché l’incontro con la salvezza giudica, rimprovera e stimola la vita e insieme la perdona, la conforta, la rincuora, la riapre alla fiducia e alla speranza; è un atto d’amore, poiché fiorisce nel cuore il desiderio di riamare Dio e tutti coloro che lui ci ha fatto riconoscere come nostri fratelli; è preghiera che si tramuta in ringraziamento, spontaneo e gioioso, della creatura al Creatore, del figlio al Padre. Riprendendo la preghiera di lode e di ringraziamento di Gesù al Padre, la Chiesa la prolunga nei secoli: “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre Santo…” (Messale Romano, Preghiera eucaristica II).

Inviati per la missione
Il dialogo tra Dio e l’uomo porta con sé un passo ulteriore: la missione. Tutti i vangeli, esplicitamente o implicitamente, terminano con la consegna di Cristo ai suoi discepoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Chi ha conosciuto “il dono di Dio” (Gv 4,10) è inviato a comunicarlo anche agli altri. Per realizzare questa missione, Gesù inviò lo Spirito di santità e di verità, vincolo di unione tra il Maestro e i discepoli, garanzia di sintonia tra la Parola rivelata e il destinatario dell’annuncio. Il cristiano potrà essere testimone del Risorto solo se ne avrà fatto l’esperienza, se cioè l’avrà incontrato, vivente tra i suoi.
Il mandato di Gesù trova corrispondenza nel discepolo quando questi decide di mettersi completamente in gioco per il vangelo e accetta di conformare il proprio pensiero al pensiero di Cristo per poter vedere la storia come lui, giudicare la vita come lui, scegliere ed amare come lui, sperare come insegna lui, vivere in lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo.

Il culto e la vita
Il culto e la vita sono necessariamente legati. Per loro natura i riti liturgici tendono alla vita, suscitandola e orientandola, aprendola in direzione di Dio e del prossimo. Un rito che concretamente non si apra alla carità è come un gesto di Dio impedito, rifiutato.
Separare il culto dalla carità, la liturgia dalla vita è menzogna, come ha scritto Paolo ai cristiani di Roma: il culto vero, cioè il culto conforme a Dio e all’uomo, è “offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio” (Rm 12,1). “Corpo” sta per tutta la persona nella sua concretezza, nella sua esistenza nel mondo, nelle sue relazioni visibili, anche sociali e politiche. E che cosa significhi “offrire”, termine eminentemente cultuale, è detto da Paolo subito dopo: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la mente” (Rm 12,2). Il vero culto non si esaurisce nel momento della preghiera e nel rito liturgico, ma investe di sé tutta la vita: una vita vissuta nel dono di sé, come l’esistenza di Gesù.

In Spirito e verità
Parlando con la donna di Samaria, Gesù afferma che il luogo della vera adorazione non è più il tempio, né quello in Gerusalemme né quello sul Garizim, perché è giunto il momento “in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità” (Gv 4,23). “Adorare” è più del semplice pregare, perché dice un modo di porsi davanti a Dio, nella preghiera come nella vita. L’adorazione è il modo di vivere di chi riconosce in tutto il primato di Dio.
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È menzogna, dunque, separare il culto dalla vita (Is 1,10-20Mt 7,21-23). Ma non meno grave, è pretendere di entrare in comunione con Dio autonomamente, con le proprie forze, senza la mediazione dei gesti di Cristo, cioè del suo corpo che è la Chiesa. E difatti alla donna di Samaria Gesù precisa che lo spazio della vera adorazione è lo Spirito e la verità.
La verità è Gesù: la sua persona, la sua vita, la comunione con il Padre. È questo il vero luogo dell’incontro con il Padre. Lo spazio dell’adorazione è l’esistenza di Gesù, non la nostra; la sua carità, non la nostra; la nostra vita soltanto nella misura in cui si inserisce nella sua vita; la nostra carità soltanto se si inserisce nella sua carità. Ma nessun uomo può fare questo da solo. Soltanto lo Spirito può sollevarci e inserire la nostra vita in quella del Figlio, il nostro amore nel suo, mediante il suo corpo, la Chiesa, che ne prolunga la presenza visibile nel tempo.

Il linguaggio simbolico per esprimere la fede
Gli eventi e le parole che hanno originato la fede della comunità ecclesiale sono espressi mediante un linguaggio simbolico e su di esso sono strutturali anche i riti. Nel simbolo, l’uomo esprime se stesso e la propria comprensione di sé e del mondo che lo circonda. L’uomo cresce con i suoi simboli e i simboli lo aiutano a crescere, lo plasmano, lo formano, gli comunicano cultura e ne condizionano lo sviluppo.
Già nell’esperienza religiosa del popolo ebraico attestata dalla Bibbia, ritroviamo simboli e riti.
Gesù ha frequentemente valorizzato la dimensione simbolica, sia nel linguaggio – le parabole ne sono un esempio evidente – sia nelle azioni: il fango imposto sugli occhi del cieco, il toccare le orecchie e la bocca del sordomuto, l’imposizione delle mani benedicenti sui bambini, i pasti condivisi con i poveri, l’ultima cena consumata con i discepoli, il lavare i loro piedi, l’umile silenzio di fronte ai suoi accusatori.
La Chiesa ha seguito l’esempio del Maestro sin dalle origini, ripetendo le sue azioni, le sue parole e i suoi gesti, nella certezza che, grazie alla presenza dello Spirito, il Risorto continua ad operare prodigi proprio attraverso quelle realtà.

Nella liturgia la presenza di Cristo risorto e della sua Pasqua
I riti cristiani, e i sacramenti in particolare, collegano il loro simbolismo a situazioni e gesti tipici della vita: un’acqua che lava, un pane condiviso, un’unzione… Ma il senso e il fondamento di questa simbologia e della stessa azione liturgica in cui si inserisce non vanno ricondotti al semplice bisogno umano di rendere culto a Dio. La celebrazione dei riti cristiani ha la sua motivazione originaria nella Pasqua di Cristo, cioè nella sua risurrezione che vince la morte e comunica il dono dello Spirito. Se Gesù non fosse risorto, oggi non ci sarebbe una liturgia cristiana, e senza la presenza dello Spirito, il culto cristiano sarebbe simile a qualunque altro culto.
Il mistero pasquale è un momento decisivo e riassuntivo: dà significato a tutto quanto è accaduto prima e a quanto accadrà dopo nella storia della salvezza. E un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma non rimane ancorato al passato, perché, in forza del suo legame con la realtà divina di Cristo abbraccia tutti i tempi. Questo evento viene ripresentato nell’Eucaristia e dispiega la sua efficacia in vari modi negli altri sacramenti e in tutta la liturgia.
“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20): il dono dello Spirito agli Apostoli assicura la presenza del Risorto per sempre e conferisce loro il potere di santificazione.
Le azione liturgiche si configurano come azioni in cui Cristo è presente: “È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro… sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza… È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura… E presente, infine, quando la Chiesa prega e loda” (Sacrosanctum Concilium, 7). In forza di questa presenza la celebrazione cristiana non si risolve in un semplice ricordo, come nel caso di una rievocazione o di un anniversario. Essa rende attuale ed efficace ai fini della salvezza l’evento pasquale di Cristo.

Fonte: Educat.it

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