I miei primi matrimoni: testimonianza di un assessore sui matrimoni civili

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Quando mi sono trovato lì, con la fascia tricolore addosso per accogliere il consenso di quelle coppie di giovani, qualche riflessione me la sono pur fatta.

L’altro giorno ho celebrato i miei primi matrimoni. No, tranquilli, non mi sono fatto prete… Ho solo assunto la carica di assessore alla demografia nel mio Comune e dunque, su delega del sindaco, “vestito nel debito modo (ovvero con la fascia tricolore di traverso) e in una sala comunale aperta al pubblico” (così recita l’atto ufficiale), ho assistito in qualità di ufficiale di stato civile al matrimonio di due giovani coppie.

E quando mi sono trovato lì, con la fascia tricolore addosso, dietro a un tavolo per accogliere il consenso di quelle coppie di giovani, qualche riflessione me la sono pur fatta. Il matrimonio ­- anche se civile, anche se celebrato davanti ai due soli testimoni, senza abito bianco e nella “tristezza” di una sala comunale – è pur sempre un atto solenne, un gesto che significa assunzione adulta di responsabilità e trasmette il senso di un impegno sociale che non può essere indifferente a nessuno. Sposarsi in Comune non è affatto qualcosa che si compie “alla leggera”, come magari noi cattolici siamo con troppa faciloneria portati a credere; non è uno sposalizio “di serie B”.

Forse non molti sanno, per esempio, che il nostro Codice civile impone come obbligo ai coniugi anche la fedeltà: a tutti, non solo a quelli sposati davanti al prete! E poi si richiedono (e se ne comunica esplicitamente il dovere davanti agli sposi) altri obblighi come la coabitazione, l’istruzione della prole “secondo la sua indole”, il concorso al mantenimento della famiglia “in base alle proprie possibilità” professionali nel lavoro o a casa… Mentre declamavo queste regole, guardavo negli occhi i giovani che se le stavano assumendo davanti a me e vi leggevo una consapevolezza tutt’altro che banale. Magari volevano soltanto sposarsi “per stare insieme”; ma certo ora quei ragazzi, di fronte a un estraneo, dimostravano che il loro amore era tanto forte che non si sarebbe tirato indietro di fronte a quei valori. Che li sentivano veri, persino necessari.

Da assessore e soprattutto da cristiano, dunque, mi interrogo sulle possibilità di far circolare a beneficio di tutti ­- dagli sposi stessi ai parenti, agli amici, al mondo – la “grazia” che è comunque presente anche in un gesto non esplicitamente religioso come quello. Se sono sinceri e innamorati, quei cuori, come potrà Dio non farne tesoro, in qualche sua misteriosa maniera?

E qui il discorso s’allarga, aprendo breccia nel nostro modo un po’ settario di considerare tutto ciò che non è secondo le “regole” del catechismo, quanto è apparentemente “fuori” dalla Chiesa. Negli occhi dei giovani che si scambiano davanti a me gli anelli vedo una forza che non può andare dispersa, che è comunque una ricchezza preziosa: come difenderla, preservarla, renderla feconda? E lo stesso avviene per tanti altri che sono in situazioni cosiddette “irregolari” per la morale cristiana: da chi cerca una ricostruzione di sé in un nuovo matrimonio, a quanti si incamminano invece verso una convivenza; da chi ha abbandonato il ministero sacerdotale ma non la fiducia nella vita, a coloro che inseguono il dono di un figlio rivolgendosi alla provetta…

Frutti buoni nascono anche fuori dal campo arato. Noi siamo pronti ad accoglierli?

Fonte: www.vinonuovo.it

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1 Commento

  1. trasloco-roma dice

    Grazie per il vostro articolo, mi sembra molto utile, proverò senz’altro a sperimentare quanto avete indicato… c’è solo una cosa di cui vorrei parlare più approfonditamente, ho scritto una mail al vostro indirizzo al riguardo.

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