II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

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Letture del Giorno: Is 49,3.5-6;Salmo 39;1Cor 1,1-3;Gv 1,29-34; 

Terminato il tempo natalizio, in cui siamo stati nuovamente invitati dalla liturgia a contemplare e meditare in particolare il mistero dell’incarnazione del Verbo, questa domenica del Tempo Ordinario estende in un certo modo il mistero dell’Epifania, cioè della manifestazione di Gesù: egli è stato riconosciuto dai Magi, si è manifestato come il Figlio eletto nel Battesimo al fiume Giordano, Giovanni oggi lo riconosce ed annuncia come «l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Vangelo).

Il vangelo di oggi (Giovanni 1,29-34) rappresenta l’episodio di domenica scorsa, vale a dire il battesimo di Gesù, stavolta narrato attraverso la testimonianza del Battista, arricchita però da una espressione molto importante, per capire la quale è forse utile una premessa. Si sente dire talvolta che i cristiani, avendo il vangelo, non hanno più bisogno del farraginoso, oscuro, talora imbarazzante Antico Testamento; avendo Gesù, possono lasciare agli ebrei tutto quanto l’ha preceduto. In realtà una simile affermazione non regge; sarebbe come pretendere di capire un romanzo leggendone solo l’ultimo capitolo, o spiegare un frutto, ignorando il lungo lavorìo di radici tronco ramo e fiore. Gli stessi vangeli del resto rimandano continuamente (il solo Matteo lo fa oltre 140 volte) ai testi precedenti, cioè appunto a quella parte della Bibbia che va sotto il nome di Antico Testamento.

La citata espressione aggiuntiva del vangelo odierno ne dà un clamoroso esempio. “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, esclama Giovanni Battista all’avvicinarsi di Gesù: parole chiare per i suoi ascoltatori, i quali ben conoscevano i libri in cui era narrata la storia del loro popolo e quelli in cui erano raccolti gli insegnamenti degli antichi profeti; ma parole oscure per noi, se quei libri pretendessimo di poterli accantonare. Perché Gesù è chiamato agnello? In che senso è “di Dio”? Che c’entra il peccato? E come lo può togliere?

La risposta viene da lontano, da un anno intorno al 1250 a.C., quando gli ebrei riuscirono a lasciare l’Egitto dove erano stati resi schiavi. Prima di partire, tramite Mosè, Dio comandò loro di mangiare in ogni famiglia un agnello il cui sangue, spruzzato sulla porta di casa, preservò chi vi abitava dallo sterminio che colpì invece i primogeniti egiziani: l’innocente agnello, dunque, salvò gli amici di Dio dalla morte. Da allora, nell’anniversario (la Pasqua), ogni famiglia d’Israele ricordò il fatto con il pasto sacrificale di un agnello, e anche nel tempio di Gerusalemme, dove quotidianamente si offrivano animali in sacrificio per espiare i peccati, gli agnelli erano i privilegiati.

Ma potrà mai bastare un animale a compensare un’offesa a Dio? Ecco allora, alcuni secoli dopo, il profeta Isaia annunciare la venuta di un uomo, innocente e caro a Dio, che si sarebbe fatto carico dei peccati di tutti e per espiarli si sarebbe lasciato condurre a morte. “Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come un agnello condotto al macello” (Isaia 53,5-7).

Questa e altre analoghe profezie hanno trovato compimento in Gesù: ecco perché il Battista lo poté indicare come un innocente agnello, caro a Dio, così preannunciando e spiegando il senso della sua morte in croce. Ma la sua vicenda non è finita al calvario; proprio per la sua totale disponibilità, come lo stesso Isaia aveva predetto, Dio l’ha esaltato, ponendolo per sempre su un trono da dove riceverà l’omaggio di tutte le genti. Ed è significativo che, lanciando lo sguardo al futuro, il libro dell’Apocalisse (capitolo 5) presenti Gesù in trono sotto forma di agnello, vivente ma con i segni del suo sacrificio: e intorno a lui, lo stuolo innumerevole di coloro che del suo sacrificio hanno beneficiato.

Le parole del Battista sono di così intenso significato, che la Chiesa le fa risuonare in ogni Messa: subito dopo l’invito ad accostarsi alla mensa del Signore, il sacerdote richiama chi è Colui che si va a ricevere, ripetendo le parole di Giovanni Battista: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. Parole di intenso significato, e sempre attuali: in ogni Messa il mistico Agnello si fa presente e coinvolge i suoi amici in una dinamica grandiosa, che si dispiega da un passato di promesse adempiute ad un futuro di condivisione e di gloria.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli – chiesacattolica.it –  la-domenica.it

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