II Domenica dopo il Natale

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Letture del Giorno:

Sir 24,1-4.12-16;

Sal 147;

Ef 1,3-6.15-18;

Gv 1,1-18;

La celebrazione del Natale è accompagnata da una serie di feste che concorrono a conferirgli un clima di letizia e nello stesso tempo ne mettono in luce particolari aspetti. Domenica scorsa, festa della famiglia di Nazaret, l’attenzione era sul fatto che venendo nel mondo Gesù ha voluto, come tutti gli uomini, avere una famiglia, con i benefici e le difficoltà che la cosa comporta. Questa domenica si colloca tra due solennità di speciale rilievo: quella appena celebrata del 1° gennaio, e quella imminente del prossimo giorno 6.

La solennità dell’altro ieri è da sempre una grande festa; ma, a differenza di quanto in genere si pensa, non perché era capodanno: l’anno liturgico segue un calendario diverso da quello civile. Nell’ottica della fede, era festa perché, ricorrendo l’ottavo giorno dal Natale, del neonato Bambino si celebrava la Madre: anzi, questa è la principale delle feste della Madonna, perché ne richiama il maggior titolo di gloria, quello di essere la Madre di Dio.

Quanto poi all’imminente festa del 6 gennaio, essa dà evidenza a un altro aspetto basilare del Natale: Gesù è nato nel nascondimento; solo pochi pastori e poi i Magi ne hanno avuto notizia; ma egli è venuto per farsi conoscere, da tutti gli uomini di tutti i tempi: di qui il titolo della celebrazione, “Epifania”, che significa “Manifestazione”.

Anche il passo evangelico di oggi, costituito dalla pagina iniziale del vangelo secondo Giovanni, si collega con il Natale, presentandone per così dire l’antefatto e le conseguenze. Mentre gli evangelisti Matteo e Luca espongono le vicende relative alla nascita di Gesù a Betlemme, Giovanni si direbbe abbia cura di rispondere a due inespresse domande di ogni lettore attento: chi sarà mai questo Bambino, che nasce in una stalla ma tra segni tanto straordinari? E come e perché la sua nascita riguarda anche me?

La risposta è appunto nell’esordio solenne del quarto vangelo (1,1-18), uno dei brani-chiave dell’intera Bibbia. “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta”. Puntualizziamo: il Verbo (cioè la Parola) è il Figlio di Dio, Dio come il Padre, depositario della vita che egli comunica agli uomini. I simboli di cui l’evangelista si avvale, luce e vita, sono tra loro connessi ed esprimono con chiarezza gli effetti dell’ingresso del Verbo nel mondo degli uomini. Sono effetti spirituali, per i quali però vale la stessa dinamica che si registra sul piano fisico: se si spegnesse il sole, spiegano gli scienziati, la terra diventerebbe fredda e buia; mancando la luce, apportatrice di calore, non vi sarebbe più alcuna forma di vita. Sul piano dello spirito la luce è Dio, il calore è Dio, la vita è possibile grazie a lui: e lui si è comunicato agli uomini, vincendo le tenebre costituite dal male, dai malvagi.

Dice poi Giovanni: “A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo ma da Dio sono stati generati”. Credere in lui (il “nome”, nel linguaggio biblico, indica la persona) significa trascendere i limiti della generazione umana per acquisire un dono incommensurabile, impensabile anche dalla più fervida immaginazione, incredibile se non ce lo dicesse lui stesso: il dono di diventare figli di Dio. E prosegue: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, la gloria del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”.

Ecco dunque l’antefatto, ed ecco le conseguenze della nascita di Gesù; ecco la spiegazione profonda degli avvenimenti di Betlemme. Per dirla con la forza sintetica di Sant’Agostino, “il Figlio di Dio si è fatto uomo, perché gli uomini si facciano figli di Dio”.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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