III Domenica di Pasqua (Anno C)

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Letture del Giorno:

At 5,27-32.40-41;

Sal 29;

Ap 5,11-14;

Gv 21,1-19;

“Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti”: lo precisa il vangelo di oggi (Giovanni 21,1-19), riferendo quanto avvenne un giorno sul lago di Tiberiade. Un manipolo di apostoli, non sapendo che fare (l’avrebbero saputo di lì a poco, al momento della ascensione di Gesù al cielo), erano tornati al loro mestiere di pescatori; avevano faticato tutta la notte, ma senza prendere nulla; soltanto dopo avere accolto le indicazioni del Risorto, con loro meraviglia le reti si riempiono di 153 grossi pesci: e, si precisa, “benché fossero tanti, la rete non si squarciò”.

Il numero non è casuale: è quello delle specie di pesci allora conosciute; assume pertanto un valore simbolico, specie considerando la promessa fatta da Gesù ai primi apostoli che chiamò a seguirlo: “Vi farò pescatori di uomini”. Quella rete dove trovano post simbolicamente tutti i pesci è la Chiesa, voluta da Gesù per accogliervi tutti gli uomini.
 Segue un passo da cui si comprende chi Gesù ha messo a capo della Chiesa. Forse, fossimo stati noi, avremmo scelto Giovanni, il discepolo amato e fedele, l’unico coraggioso tanto da aver seguito Gesù sino ai piedi della croce. E invece no; Gesù sceglie Pietro, un uomo capace di slanci generosi ma anche di viltà, dunque incostante, inaffidabile. Se ne deduce che se la Chiesa “pesca” in abbondanza, non è per l’abilità di Pietro (e dei suoi successori e relativi collaboratori) ma per la volontà del suo divino Fondatore; se la Chiesa non si squarcia, se malgrado mille avversità continua ad accogliere in sé uomini d’ogni condizione e latitudine, è perché a guidarla in realtà è Lui, sempre e solo Lui.

Lo prova il fatto che a rappresentarlo come capo della Chiesa terrena Egli sceglie proprio chi pochi giorni prima l’aveva rinnegato, offrendogli la possibilità di riscattarsi. Pochi giorni prima, nel momento terribile della passione, tre volte Pietro aveva negato di conoscerlo, e ora, con una magnanimità senza limiti, tre volte Gesù gli pone la domanda riparatrice: “Mi ami tu?” Ogni volta l’interpellato risponde di sì (“Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”); Gesù si fida, e gli conferisce l’incarico: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore”.
 Ovviamente Gesù sapeva di potersi fidare; egli legge i cuori, e in quello di Pietro ha letto che non l’avrebbe rinnegato più, rimanendogli fedele sino al martirio. La prima lettura di oggi (Atti degli Apostoli 5,27-41) ne dà conferma, con un episodio accaduto qualche tempo dopo l’ascensione. Obbedienti al comando ricevuto, gli apostoli si impegnano ad annunciare instancabili la divina redenzione, malgrado le autorità gliel’abbiano proibito. Allora li arrestano e il Sinedrio (il consesso dei capi del popolo d’Israele) rinnova il divieto: “Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo”.

La risposta, coraggiosa, viene proprio da Pietro: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. Per dare consistenza alla rinnovata proibizione, le autorità li fanno flagellare; ma invano: “Essi se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”.
 Bisogna obbedire a Dio, non agli uomini, anche se questo comporta sofferenze. E’ l’atteggiamento dei martiri, che non cercano la morte, ma la affrontano se necessaria per mantenersi fedeli. E’ l’atteggiamento dei martiri, e con loro di ogni cristiano coerente, che non si cura se per essere fedele deve affrontare incomprensioni e ostilità.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

 

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