Il mio primo giorno con padre Pio

Il Settimanale di Padre Pio

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Giunto a San Severo, nel mio smarrimento, ci misi poco a impietosire il padre Arcangelo Perrotti, che ritenevo il primo responsabile della mia vocazione e che sapevo molto sensibile alle mie disavventure fratesche: lo indussi ad accompagnarmi a San Giovanni Rotondo, per iniziarvi, con il suo incoraggiamento, il mio periodo di penitenza.
In convento mi calmai abbastanza, anche perché vi trovai un altro santo avvocato: fra’ Gerardo da Deliceto. Questi mi consolò subito dicendomi che ricordava mia nonna e mi assegnò la stanza n. 18, con un buchetto nella parete, fatto per distinguere il giorno dalla notte e un altro buchetto nella volta fatto per salire in soffitta, un tavolaccio traballante, una coperta sdrucita e certe lenzuola, rattoppate con pezze vistose e massicce.
Meno male che fra’ Gerardo conosceva mia nonna! Le lenzuola erano pulite, e, non capisco perché, mi sembravano anche profumate. Potevo ritenermi sistemato bene!
Ma, quando mi ricordai che, per un dovere di educazione, avrei dovuto salutare padre Pio, fui ripreso dal terrore: egli, secondo me, era un Angelo dell’Apocalisse, capace di «stutarmi» (mettermi fuori gioco) con un solo sguardo per i miei difetti palesi ed occulti ed ora, pensavo, stava già accingendosi, con una calma divina e piena di unzione, al mio linciaggio.
Combattuto dal timore di essere incenerito e dalla vergogna di apparire scostumato, preferii subito il supplizio, e mi misi in cerca del mio formidabile giustiziere, cercando di darmi un contegno adatto a mascherare la paura.
Il pacifico Confratello si fece trovare subito: uscito proprio in quel momento dalla stanza n. 5, in compagnia di un signore, si avviava verso il coro della chiesetta. Bastò uno sguardo e per me fu il colpo di fulmine: non avevo mai visto un uomo più virilmente aggraziato. Mi avvicinai attratto dal suo fascino, libero ormai dalla paura di essere bruciato vivo, lieto di baciargli la mano, impacciato, soltanto un poco, da un certo timore reverenziale.
Con mia somma gioia e sorpresa si lasciò baciare la mano: quindi non era per le soluzioni radicali ed affrettate; oppure mi aveva graziato! Ma dopo avermi squadrato un poco, con un particolare e insistente riferimento alla selva di capelli arruffati, che vedeva sulla mia testa e intorno al mio mento, mi domandò: «E tu d’addò sì asciute?» (E tu da dove sei uscito?). Era una disdetta: forse mi credeva evaso da qualche foresta vergine.
Riebbi l’impressione di trovarmi di fronte a un giudice inquisitore; ma non mi feci sfuggire il carezzevole lampo di affetto paterno balenante nei suoi occhi. Mi affrettai a rispondere: «Vengo da Montefusco, Padre». Poi, credendomi obbligato a giustificare la mia presenza nel convento, aggiunsi: «Mi hanno mandato qua i Superiori». Avrebbe potuto dirmi: bravo! bene! Invece tentennando sconsolatamente la testa commentò: «Tutte a ‘mme i mannene!» (Tutti a me li mandano!). Mi sentii definitivamente scacciato anche da colui nel quale già cominciavo a riporre le mie segrete e piccole speranze.
Pur notando sulle labbra del suo accompagnatore una smorfia che in quel momento giudicai mefistofelica, rassegnato ormai ai ripieghi e ai raffazzonamenti, mi aggrappai a lui e gli domandai sottovoce: «Ma che vuole questo Padre? Che me ne vada via?». Padre Pio sentì e intervenne per completare il fiaccamento delle mie speranze e del mio morale: «No! Resta! Tante, une cchiù une mene, a setuazione a San Giuvanne nen cagne» (No! Resta! Tanto, uno in più uno in meno la situazione a San Giovanni non cambia). […].
Quel simpatico Cappuccino, spuntato da chi sa quale bella stella per attraversare il mio cammino, per salutarmi con quattro battute pungenti e per allontanarsi, nella calma e nella indifferenza più assoluta, con il suo fedele accompagnatore più fortunato di me, aveva dato fuoco, proprio in quel momento, alla Santa Barbara dei miei interessi intellettuali, spirituali e sentimentali e, alla chetichella, senza parole grosse, si era appropriato delle chiavi del mio cuore e se le era messe in tasca, lasciandomi, ancora oggi, in attesa della restituzione. […].

Pensieri serali

La sera, prima di addormentarmi, ricominciai a riflettere sull’accoglienza poco lusinghiera e volutamente contegnosa, ricevuta da quell’eccellente alunno del Sacerdote Eterno. Egli mi aveva indispettito, perché, pur avendo fatta la “mossa”, non mi aveva dato, come gli altri Confratelli salutati prima, il fraterno abbraccio, allora doveroso fra noi Cappuccini. […]. Padre Pio non aveva etichette da rispettare o far rispettare, ma aveva interposto fra lui e me, quale ostacolo all’abbraccio fraterno, la corona del Rosario, che in quel momento egli stringeva al petto, come l’Avaro di Molière il suo tesoro.
Un altro strano pensiero mi frullava per la mente: un pensiero forse tutto personale, forse un po’ fantastico, forse un po’ presuntuoso, o forse vero per me come per tanti altri e, cioè, che padre Pio, un essere angelico, avesse bisogno di un povero diavolo come me e che avesse riposto su di me la segreta speranza di spogliarmi dei miei difetti. Io intanto mi ripromettevo di fargli pagare a caro prezzo la eventuale realizzazione di questa sua speranza. Faceva seguito una riflessione, meno riguardosa e più buffa delle precedenti: come mai un frate così estroso e così pronto alle osservazioni mordaci e irrefrenabilmente umoristiche, anche se perfettamente armonico in tutto il suo comportamento, aveva i capelli lisci? Secondo me, avrebbe dovuto averli tutti ricci per natura.
Preso da questi dubbi di carattere psico-somatico, accompagnati dal desiderio di scoprire le sue virtù, non di cambiargli i connotati, mi addormentai, contento, dopo tutto, della piacevolissima conoscenza e confortato dalla speranza di trasformarla in amicizia con il tempo.
Ma quella prima notte mi si mise contro pure Morfeo. Se questo idolo si prende davvero l’impegno di cullare e far riposare beatamente gli stanchi mortali, perché poi nel sonno ci mette in balia di qualche altro spiritello burlone e, a volte, ostile e sadico?! Sognai infatti di essere stato condannato a morte e a morte per impiccagione. […].

Alla vostra presenza

Finalmente fui svegliato dal mio stesso rantolo. Mi accorsi subito di aver pagato un prezzo troppo alto per una morte non tanto ignominiosa quanto finta: ero immerso in un mare di sudore. Non ebbi il tempo di rilassarmi, perché, attraverso l’uscio aperto della stanza, sentivo ancora provenire dal corridoio le cadenze di quel passo ovattato, un po’ strisciante e, stavolta, terribilmente reale.
Capace, in quello stato d’animo, di scambiare per un orco anche mia madre, mi rannicchiai sotto le lenzuola in attesa dell’ingresso “dell’anima dannata”. Questa invece proseguì e, aperta la porta del coro, disse con una voce che mi fece accapponare la pelle: «Alla vostra presenza». Entrò e richiuse. Capii solo allora l’identità del passeggiatore notturno, ma non ebbi la forza di abbordarlo, perché non tenevo a disposizione una brocca di acqua potabile da ingurgitare e incanalare nelle vene vuote.
Rimasi a letto per sognare ad occhi aperti: padre Pio non era venuto a godersi lo spettacolo della mia impiccagione, (mi diede in seguito le prove di non esserne capace), e forse passava dinanzi alla mia cella, senza neppur considerare la presenza del nuovo arrivato; andava infatti ad appiccicarsi alla grata del coro con la testa fra le mani e gli occhi fissi giù, sul tabernacolo dell’Altare maggiore, per godersi il suo intimo colloquio di amore con Gesù Eucarestia. A Gesù aveva rivolte quelle dolci (per me, qualche minuto prima, terribili) parole, in cui aveva concentrato l’unzione e il fuoco di Jacopone da Todi, il cuore e la tenerezza del Poverello d’Assisi, la grazia di sant’Alfonso M. dei Liguori e tutta l’armonia e le risonanze del proprio spirito, per lasciarmele indelebilmente impresse nella mente e nel cuore.
Per questo confratello così composto e così devoto, dicevo tra me, quel pane azzimo consacrato, che sta, come qualsiasi natura morta, chiuso fra le pareti del tabernacolo, è veramente vivo e capace di arricchire il mondo di mistici e il paradiso di santi. Ma lui, già tanto occupato nel fare miracoli, nel confessare penitenti, nel consigliare dubbiosi e nel costruire ospedali, come trova il tempo per venire a farsi queste interminabili chiacchierate con Gesù?! Possibile che riesce ad essere così “pazzamente” innamorato di quell’Ostia?
Verso le due e mezzo dopo la mezzanotte lo avevo sentito entrare in coro, ma non riuscii a sentire la fine del suo colloquio: dopo aver subita una esecuzione capitale, con quasi tutti i crismi della realtà, avevo diritto a una specie di resurrezione, con il recupero delle forze, in un riposino, per fortuna non ancora eterno. Lo lasciai alla contemplazione del suo Gesù e mi addormentai tranquillo, entusiasmato anch’io dalla sua fede, ma assolutamente incapace di fare un duetto con lui, a quell’ora, in quelle condizioni.

Padre Pellegrino Funicelli,
Padre Pio tra sandali e cappuccio,
pp. 49-58

(fonte: settimanaleppio.it)

Servizio Liturgico “Francesco Buenza”

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