Introduzione alla Settimana Santa

Il significato della Settimana Santa

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Il periodo quaresimale ci ha offerto più volte la riflessione sulla Passione e Morte di Gesù. Lo stupore con cui abbiamo guardato al Figlio di Dio nato per noi a Betlemme ha lasciato il posto al profondo e attonito meditare sull’amore di Lui che si è fatto dolore, sofferenza, morte. Ci siamo arrestati di fronte alla sintesi dell’apostolo Giovanni: “avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine”. Il poeta francese Joachim du Bellay ha scritto: “E’ il Venerdì santo il giorno in cui l’eterno amante con la sua morte fa vivere l’umanità; chi questa morte in cuore non ha impresso, Signore Dio, più duro è del diamante”
Gesù è morto non solo in modo drammatico e violento, ma anche di una morte che i suoi contemporanei consideravano maledetta. Ha sperimentato un senso di fallimento personale e della sua opera, il rifiuto da parte degli uomini beneficati e soprattutto arriva a dire, Lui che è il Figlio eterno del Padre, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”.
Dal nostro punto di vista tutto ciò sembra contraddittorio e inconciliabile: sembra assurdo mettere insieme la perfezione umana di Gesù e il suo senso di fallimento, il suo amore verso tutti ed il rifiuto degli uomini, l’essere Figlio di Dio e il sentirsi abbandonato da Lui.
La luce di Gesù che risorge dà valore e significato a tutto quanto di tragico è accaduto prima. Il Buon Pastore che dà la vita volontariamente e risorge nello splendore della Risurrezione fa capire che la fatica, il dolore, la sofferenza e la morte hanno un senso. Gesù innalzato da terra sul legno, sintesi di ogni fatica e dolore umano, trasforma nella vita risorta il peso della croce.
L’uomo-Dio non si cala solo nella storia, ma si immedesima nel tessuto dell’umanità, fino ad assumerne la qualità specifica, cioè il limite del soffrire e del morire. Nella croce di Dio si raggruma tutto il dolore dell’uomo che, così, diventa il dolore di Dio. Ma Dio non cessa di essere Dio, il salvatore, l’infinito, l’eterno, il redentore. Dolore e morte si aprono, così, alla vita ed alla risurrezione.
La Pasqua compie e ci fa intravedere proprio l’unità tra le parti che sembrano in contraddizione: la realizzazione umana passa attraverso lo svuotamento di sé che fa posto al disegno del Padre; il male accettato e vissuto con amore può diventare, come quello di Gesù, grazia e salvezza; ogni solitudine e senso di abbandono può rivelarsi luogo d’incontro nuovo e inaspettato con Dio e con ogni uomo.

Un grande scrittore inglese, Gerard Manley, ha lasciato una preghiera di primavera spirituale: “Fa Pasqua in noi, Signore. Sii alla nostra opacità fontana di luce e di speranza. Trafiggi la crosta delle nostre resistenze e del nostro peccato con il torrente della tua luce. Una luce che feconda il terreno arido dell’umanità facendolo germogliare. Una luce che si trasforma in fuoco perché torni a far fremere il cuore gelido dell’uomo indifferente. Sii Tu, Gesù, la méta del nostro viaggio mentre navighiamo nelle tempeste della storia”.
Un poeta, in pochi versi guarda con sicurezza in faccia un nemico che sembra invincibile e che fa sentire talvolta un senso di turbamento e di impotenza: “Morte, non andare fiera se anche t’hanno chiamata possente e orrenda. Non lo sei. Coloro che tu pensi di rovesciare non muoiono, povera morte, e non mi puoi uccidere. Perché, dunque, ti gonfi? Un breve sonno e ci destiamo eterni. Non vi sarà più morte dal sepolcro vuoto di Cristo in poi. E tu, morte, morrai”.

Otto secoli fa S. Francesco chiedeva, in una breve ed incisiva invocazione, cinque doni. “Altissimo glorioso Dio, illumina le tenebre del core mio. E dame fede dricta, speranza certa e carità perfecta, senno e cognoscimento, Signore, che faccia lo tuo santo et verace comandamento”.Il primo dono è “fede dricta”, cioè la trasparenza del credere che permette di scoprire in ogni realtà la presenza dell’amore divino che tutto trasfigura e salva. C’è poi nella “speranza certa” il tipico ottimismo francescano che è vitalità, fiducia nella presenza divina in tutto il cosmo ed è perciò sorgente di gioia e di pace. Desiderando la “carità perfecta” invoca quell’amore che è scintilla, deposta in noi, dell’infinito fuoco della carità divina. Il quarto dono invocato è il “senno”, cioè la sapienza vitale che nasce dall’esperienza e non solo la conoscenza teorica. Da ultimo il “cognoscimento” che è la chiarezza dell’intelligenza, così da scoprire, senza deviazioni o sentimentalismi, la volontà divina, il bene e il male, la verità e la menzogna.
Colui che riceverà le Stimmate come partecipazione alla Passione sente in sé, davanti al Crocefisso, tutta la luce della Pasqua che rinnova e fa rinascere..

A Pasqua la faccia oscura della vita si illumina! I problemi non vengono risolti automaticamente con un colpo di bacchetta magica, ma riceviamo il dono di accogliere tutto ciò che fa male con un
supplemento d’Amore che non siamo noi soli a produrre. La partecipazione alla Liturgia, nella ricchezza della Settimana Santa, è rivivere il percorso di Gesù nel duplice aspetto di passione e di risurrezione. E’ anche ricevere come dono – specialmente nell’Eucarestia – la dimensione d’amore per vivere le nostre croci insieme a Lui e come Lui.
La vita diventa autentica e piena non perché si eliminano le contraddizioni, si sfuggono i contrasti, si evade la realtà, si chiudono gli occhi di fronte al dolore e alla morte: ma perché in ogni negativo si è fatto presente l’Amore che lo trasforma.
In Gesù Crocifisso e abbandonato tutto risorge.

Fonte: Qumran.net

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