Istituzione dell’Eucaristia

Il Quinto mistero della luce

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«Dacci oggi, o Padre, il pane mostro quotidiano. Ma qual è questo pane? In questa domanda di Gesù, salvo sempre migliore interpretazione, io vi avviso l’eucaristia principalmente. Ed oh! Quale eccesso di umiltà di quest’uomo Dio!», (Padre Pio, Epistolario II, 23 LI-1915 a Raffaelina Cerase, pag. 342).

“Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo».  Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.” (Mt 26, 26-28)

Nell’ Istituzione dell’Eucaristia, Cristo si fa nutrimento con il suo Corpo e il suo Sangue sotto i segni del pane e del vino, testimoniando sino alla fine il suo amore per l’umanità (Gv 13, 1),per la cui salvezza si offrirà in sacrificio» (Rosarium Virginis Mariae, n. 21)

È il gesto d’amore supremo di Gesù: Avendo amato i suoi, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1) Egli non dà un ricordino prima della sua partenza, non esorta gli Apostoli con lunghi discorsi, bensì dona loro se stesso perché venga mangiato, assimilato per la loro trasformazione nella carne del Figlio di Dio. È un gesto stupendo di intimità: Gesù unisce a sé chi lo mangia, trasforma in sé chi si accosta a lui, dà la vita eterna a chi si alimenta di
Lui, fa diventare forte chi si sente debole, dà coraggio a chi non si stima e scappa di fronte al nemico.

La cena è la celebrazione dell’alleanza di Dio con gli uomini, è un gesto di convivialità e di amicizia, è segno della riappacificazione. Mentre fuori dal Cenacolo si complotta, dentro si consuma l’atto supremo d’amore: «Dare se stesso alla persona amata» (Gv 13, 37; Gal2, 20; Ef 5, 2)
Né l’incapacità della comprensione, né l’impossibilità di partecipazione piena, né l’indifferenza di quanti lo circondano fermano Gesù dal donarsi all’uomo che ha bisogno di salire al Cielo per ritrovarsi ed essere vivo

Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). Senza sceneggiatura, né coreografia liturgica Gesù perpetua la sua presenza sacerdotale. Il passato e il futuro si incontrano in quel momento che diventa il monumento della permanenza di Gesù tra gli uomini: «Chi accoglie voi, accoglie me; chi ascolta voi, ascolta me» (Mt 10, 4). L’amante non lascia sola la persona amata, così Gesù: «Sarò con voi fino alla fine dei tempi» (Mt 28, 20). Gesù si storicizza nella Chiesa che cammina tra gli uomini, lenisce i dolori di questi, assolve peccati e fa l’eucaristia per la salute di chi s’incammina incontro al Padre

«Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue» (Lc 22, 20). Gesù cambia radicalmente il pane e il vino come pure modifica intimamente la vita dell’uomo: da peccatore lo fa Santo e la sua storia è di salvezza. Gesù ha trasformato in amicizia quanto il peccato aveva reso in odio, in libertà la schiavitù, in dono la visione egoistica, in gioia il turbamento, in trascendenza la paura. L’essere diventati uomini nuovi ci ha resi corpo e sangue di Cristo per la salute di tutti. Siamo diventati presenza sacramentale per essere mangiati e bevuti, per ricevere e dare la vita al mondo. Senza la presenza cristiana il mondo è un giocattolo nelle mani di uomini capricciosi, turbolenti, egoisti. Con noi i deserti fioriscono e la terra arida verdeggia.

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