IV Domenica di Pasqua (Anno B)

Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. (Gv 10,14)

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Parola di Dio

At 4,8-12: In nessun altro c’è salvezza
Sal 117: R. La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo
1 Gv 3,1-2: Vedremo Dio così come egli è
Gv 10,11-18: Il buon pastore dà la propria vita per le pecore

 

Commento

La IV domenica del Tempo di Pasqua è caratterizzata in tutti i cicli liturgici dalla figura del pastore, che compare nel brano evangelico (Gv 10,11-18). Il rischio è quello di cogliere questo aspetto  in modo troppo tematico e slegato dal mistero della Pasqua che la Chiesa celebra in questo tempo. Non si tratta di prendere il tema di Gesù come pastore in modo generico, ma di comprendere questa prerogativa come uno dei frutti della sua Pasqua per la vita della Chiesa: con la sua morte e risurrezione il Signore è divenuto «pastore» che guida i suoi discepoli verso i pascoli del Regno (cf. Ap 7,17). Nella prima lettura degli Atti degli Apostoli (At 4,8-12) troviamo la testimonianza davanti agli anziani e agli scribi a Gerusalemme di Pietro e Giovanni, arrestati dopo la guarigione del paralitico e la predicazione nel Tempio; nella seconda lettura (1 Gv 3,1-2) della nuova condizione di figli di Dio nella quale si trovano i credenti.

Il messaggio principale del brano evangelico di questa domenica, tratto dal cap. 10 del Vangelo di Giovanni, emerge principalmente dall’uso di due verbi: «deporre» e «riprendere». In questi due termini l’evangelista sintetizza, nella figura del pastore, tutto il senso della vita di Gesù e della sua Pasqua.

Innanzitutto, a proposito del primo verbo, notiamo che Gesù si definisce come il Pastore «bello» [kalos] perché «depone» la vita. Il verbo «deporre» nel Vangelo di Giovanni compare diverse volte. Solamente una volta nella prima parte del Vangelo (Gv 2,10), mentre ben sedici volte nella seconda parte, proprio a partire dal discorso di Gesù sulle pecore e sul pastore (Gv 10,11.15.17; 11.34; 13,4.37; 15,13.16; 19,19.41; 20,2.13.15.). È un verbo importante e indica il gesto di Gesù che esprime il senso più profondo della sua vita, della sua missione, della sua relazione con il Padre e con i suoi discepoli, cioè il dono della vita. È lo stesso verbo che compare quando il Signore nel cenacolo, per compiere il gesto che nel Vangelo di Giovanni esprime massimamente il senso della sua morte, cioè la lavanda dei piedi, «depone» le sue vesti per lavare i piedi (Gv 13,4) ai suoi discepoli e lasciare loro un esempio, un modello da seguire. Il suo corpo, inoltre, dopo la morte, è «deposto» in un sepolcro, e Maria piange la sua scomparsa perché non sa dove l’hanno «deposto». Quindi questo primo verbo ci dice che la bellezza/bontà del «bel Pastore» dipende dal suo amore, che arriva «fino alla fine», fino a «deporre» la sua vita (Gv 13,1).

Il secondo verbo è «riprendere». Il senso della bellezza/bontà del Pastore non è unicamente nel verbo «deporre», che esprime il suo amore e il dono della vita. Gesù, Pastore delle pecore, è detto bello/buono anche per la sua libertà, resa dall’espressione «prendere nuovamente». Gesù depone la sua vita, ma lo fa in piena libertà poiché ha il potere di donarla e di riprenderla di nuovo (Gv 10,18). Proprio perché Gesù vive nella libertà il suo amore, il suo deporre la vita, la sua esistenza può comunicarsi a coloro che gli appartengono. Per questo la sua morte diviene vita nuova, nuova creazione, risurrezione. Come nell’amore, nel deporre la vita, Gesù è un modello di bellezza per i suoi discepoli, così  anche nella libertà. Le pecore che ascoltano la voce del pastore e lo seguono non sono chiamate solo a deporre la propria vita come lui, ma anche a vivere la libertà. Ai suoi discepoli, nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32).

In questo senso la IV domenica del Tempo di Pasqua celebra il Signore risorto come buon Pastore: è il frutto della sua Pasqua. La sua vita donata e vissuta nella libertà diventa vita anche per i suoi discepoli. In questo senso egli è il «pastore vero», quello che dona la vita in pienezza e sa condurre su vie sicure.

Nella prima lettura Pietro, davanti agli anziani e agli scribi, rende la sua testimonianza interrogato ancora circa il prodigio della guarigione del paralitico e la sua predicazione. Nelle parole di Pietro, che ribadisce ancora una volta che la guarigione è avvenuta nel nome del Risorto, troviamo altri termini che descrivono il mistero pasquale di Gesù: egli è la pietra scartata, che è divenuta pietra angolare. Così l’azione di deporre e riprendere di nuovo descritta nel Vangelo, viene riletta nell’orizzonte del piano di Dio che rende pietra angolare ciò che il mondo ha scartato, ciò che viene ritenuto debole. Solo in questa «pietra scartata», cioè nella logica che lui ha incarnato, ci può essere salvezza per la vita di ogni uomo e di ogni donna.

Seguendo Gesù buon pastore, ogni uomo e donna può sperimentare il grande amore di Dio che lo rende realmente «figlio», come afferma Giovanni nella seconda lettura. Il credente, «conosciuto» dal pastore, entra nella medesima relazione tra il Padre e il Figlio e diviene così «figlio nel Figlio». È questo un frutto della Pasqua di Gesù che si rende attuale nella vita dei credenti di ogni tempo, chiamati a seguire il Pastore buono/bello nel cammino verso la pienezza del Regno.

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