L’Avvento celebra il “già” e il “non ancora” della salvezza

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Nella stessa parola Avvento (dal latino adventus = venuta, arrivo, ma con sfumature di presenza) si esprime un singolare intreccio di presente e futuro, di possesso ed attesa. Così pure nei testi liturgici di questo periodo dell’Anno ecclesiale il presente e il futuro della salvezza si intrecciano l’uno con l’altro.

Nel MR 1970, il prefazio I di Avvento pone in significativo rapporto la prima venuta di Cristo, “nell’umiltà della nostra natura umana”, con la sua seconda venuta, “nello splendore della gloria”. La lettura patristica dell’Ufficio delle letture della prima domenica propone un brano tratto dalle Catechesi di san Cirillo di Gerusalemme in cui la prima venuta di Cristo è vista come ordinata alla seconda; perciò, dice Cirillo: “non limitiamoci a meditare solo la prima venuta, ma viviamo in attesa della seconda”. Infatti i due eventi sono in stretto rapporto fra loro e si richiamano e completano a vicenda. Anzi possiamo ben dire che i due avvenimenti sono in qualche modo un solo evento: nella cornice dell’unità e dell’unicità del disegno storico-salvifico di Dio, l’incarnazione nel tempo del Figlio di Dio si compirà definitivamente come evento salvifico alla fine dei tempi quando il Signore verrà nello splendore della sua gloria e ci chiamerà “accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli” (colletta della prima domenica). Proprio perché l’incarnazione del Figlio di Dio è il “compimento delle Scritture” (= entelechía), come ci ricorda la 2a antifona dei Primi Vespri dell’1o gennaio, essa è inscindibile dalla parusia, dalla venuta del Cristo nella gloria, quando ciò che avrà trovato compimento in Cristo dovrà trovare compimento in ogni uomo e in tutto il cosmo.

L’Avvento celebra le tre misteriose tappe della storia della salvezza: l’antica attesa dei patriarchi relativa alla venuta del Messia che si chiude con l’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio; il presente della salvezza in Cristo, già realizzata nel mondo, ma non ancora compiuta; il futuro della salvezza che si svelerà nella trasformazione del mondo alla fine dei tempi. San Bernardo riassume queste tre tappe o, come dice egli, tre “venute” del Signore in questo modo: “Nella prima venuta dunque egli venne nella debolezza della carne, in questa intermedia viene nella potenza dello Spirito, nell’ultima verrà nella maestà della gloria” (2a lettura dell’Ufficio delle letture del primo mercoledì).

La liturgia dell’Avvento ripercorrendo le tappe della storia salvifica pone l’esistenza cristiana come in tensione tra gli inizi e la conclusione di questa storia sempre in atto. Tutto Dio si è già rivelato in Cristo e tutto l’uomo è stato salvato in lui, ma rivelazione e salvezza devono compiersi per noi. La storia è dinamicamente tesa verso il futuro, verso una pienezza che porterà finalmente Dio “tutto in tutti” (1Cor 15,28). Il futuro assoluto è quindi costituito dal realizzarsi del Regno di Dio, quando Dio sarà tutto in tutti coloro che lo avranno accolto nella conoscenza credente e nell’amore obbediente. Afferma san Cipriano: “Noi non miriamo alla gloria presente, ma alla futura, secondo quanto ammonisce l’apostolo Paolo: ‘Nella speranza noi siamo stati salvati’…” (2a lettura dell’Ufficio delle letture del primo sabato).

Le letture profetiche della messa e della liturgia delle ore dell’Avvento segnano, con la storia di Israele, anche la nostra storia, e tracciano la continuità e la grandezza del disegno di Dio nell’opera della salvezza. Esse non esigono dalla comunità cristiana alcuno sforzo di finzione: i fedeli di oggi, come quelli di ieri e di domani, noi tutti possiamo condividere le speranze di Israele, in un comune incontro con Dio, nella visione definitiva di lui.

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