L’immagine di Dio Padre

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E’ stato detto e ripetuto frequentemente, almeno fino ai tempi del Concilio Vaticano II, che una delle lacune della dottrina e della spiritualità della Chiesa occidentale è la scarsa attenzione da essa prestata allo Spirito Santo nella riflessione teologica, nella catechesi, nella vita di preghiera. Crediamo invece che si possa affermare che il “grande sconosciuto” sia piuttosto Dio Padre, al quale la Chiesa occidentale ha sempre invocato, lodato, ringraziato e supplicato, ma il cui volto è rimasto non di rado misterioso e lontano per molti credenti. In Occidente, sotto l’influsso del grande sant’Agostino, si è affermata anzitutto l’unità della natura divina e soltanto in un secondo momento si ritrovano i tre modi personali di sussistenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Per gli orientali invece il Padre è l’arché, la fonte dell’intera Trinità. Per la tradizione orientale tutto il discorso trinitario parte cioè dalle persone, più precisamente dal Padre. A conferma di questa nostra dimenticanza del protagonismo del Padre, qualcuno ha osservato che mentre in teologia sono d’uso corrente i termini “cristologia” e “pneumatologia”, che rimandano allo studio intorno a Cristo e allo Spirito Santo, manca tuttora un termine per indicare la ricerca intorno al Padre. Forse Gesù potrebbe rimproverarci ancora con le stesse parole da lui pronunciate all’Ultima Cena: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto…” (Gv 17,25).

L’uso dell’immagine di Dio Padre, potrebbe comportare oggi qualche difficoltà. Si può dire che fino a tutto il secolo scorso questo titolo appariva il più idoneo a esprimere la realtà misteriosa di Dio, perché allora in modo del tutto spontaneo si interpretavano in chiave patriarcale sia i rapporti familiari, sia quelli sociali e religiosi. Si deve riconoscere invece che ai nostri giorni, con l’avvento della civiltà industriale e con la conseguente emancipazione dei rapporti umani, la concezione patriarcale, a tutti i livelli, è andata quasi dappertutto in frantumi. Ecco quindi la grossa fatica che alcuni nostri contemporanei sperimentano a intendere il valore della paternità di Dio. Che senso ha oggi dire che Dio è “Padre”? Bisogna anzitutto ricordare che l’immagine neotestamentaria del Padre non deriva dalla cultura patriarcale contemporanea perché non scaturisce dalla figura della paternità umana, ma dall’esperienza che Gesù fa del proprio rapporto con Dio.

Basti ricordare poi che nel discorso teologico non si può far a meno della necessaria applicazione del principio dell’analogia ogni qualvolta noi usiamo le nostre parole e i nostri concetti per designare la misteriosa e trascendente natura di Dio, quindi anche quando applichiamo a Dio il termine “padre”, con tutti i suoi derivati e affini. Tutti i nostri concetti, compreso quello antichissimo e veneratissimo di “Padre”, vanno di conseguenza applicati a Dio in maniera analogica, che vuol dire certamente affermazione, ma anche negazione purificante e trascendente. “Chiamando Dio con il nome di ‘Padre’, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l’immagine della maternità, che indica ancor meglio l’immanenza di Dio, l’intimità tra Dio e la sua creatura” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.239).

Una preghiera cristocentrica o pneumatologica che, in omaggio alla vicinanza di Gesù o all’esperienza carismatica immediata dello Spirito, dimenticasse la primazia radicale del Padre, svuoterebbe il senso trinitario della preghiera e la stessa verità cristiana. Dio si è rivelato in Gesù nel suo aspetto di Padre (Abbà; cf Mc 14,36; e passim). Nella preghiera che Gesù rivolge all’Abbà, si scopre come in trasparenza l’intimità che egli ha con lui. Essa lascia intendere che i pensieri di Gesù sono quelli del Padre, i suoi atteggiamenti esprimono i sentimenti del Padre, e le sue scelte sono dettate dall’ amore incondizionato per il Padre. Lo stile di vita di Gesù di Nazaret è impensabile senza il rapporto costante con Dio suo Padre. Gesù mostra di avere una confidenza infinita ed esclusiva con lui: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27; cf Gv 10,15). Gesù però universalizza il rapporto di filiazione con Dio e ci insegna a rivolgerci a Lui chiamandolo “Padre nostro”. I discepoli di Gesù quindi impariamo ad adottare questo atteggiamento e ad usare questo linguaggio. La preghiera cristiana è dunque preghiera filiale, resa possibile nel Cristo, grazie allo Spirito Santo. Invocando Dio come Padre ritroviamo la vera identità dell’uomo nuovo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e ricreato suo figlio adottivo in Cristo.

Il movimento vitale della preghiera viene dal Padre, origine del Figlio e dello Spirito e creatore di tutte le cose, e ritorna al Padre attraverso il Figlio nello Spirito. Pregare è lasciarsi trascinare dall’amore del Padre nel Figlio suo e Signore nostro Gesù, perché lo Spirito stesso venga in noi e in lui noi possiamo presentarci al Padre per mezzo di Cristo (cf Ef 2,18).

Nel Tempo di Avvento che ci apprestiamo a vivere, la Chiesa ci ricorda in primo luogo l’iniziativa del Padre che, “quando venne la pienezza del tempo, mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). Siamo poi invitati a prepararci alla seconda e definitiva venuta di Cristo, quando, alla fine dei tempi, il Signore Gesù “consegnerà il regno a Dio Padre” (1Cor 15,24). Il tema della duplice venuta di Cristo, che riecheggia continuamente nei testi liturgici dell’Avvento, ci propone il Padre come principio e termine della salvezza. E’ il Padre che suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al Cristo che viene affinché possiamo possedere il regno dei cieli (cf colletta della I Domenica di Avvento). L’agire salvifico di Dio prende le mosse dal traboccante amore del Padre e riconduce a lui, affinché egli sia “tutto in tutti” (1Cor 15,28). Il Padre è fonte e traguardo finale della storia della salvezza. Il Padre è quindi all’origine della nostra preghiera, ed è lui il fine, il traguardo verso cui si muove la nostra preghiera.

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