Oggi Tecno: L’Italia, un paese felice e lo scrive su Facebook

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Tristi  o allegri, annoiati o ottimisti. Lo spirito degli italiani nel 2011 in  una mappa disegnata dai social network. E da chi vi ha raccontato il suo… di RICCARDO LUNA

SIAMO STATI  felici, nonostante tutto. Anzi lo siamo diventati. Da agosto,  sicuramente il mese nero per la felicità oltre che per le Borse, c’è  stata una lenta rincorsa. Fino a novembre quando, in coincidenza con le  dimissioni di Berlusconi, la felicità è esplosa e questa crescita non si  è più fermata. Anche la preoccupazione, però è esplosa a novembre e  continua a crescere. Mentre l’ottimismo, uno stato d’animo praticamente  ignoto quest’anno fino all’insediamento del governo Monti, si starebbe  già incrinando.
Siamo stati felici, dunque. Anche confusi,  strani, tristi, tesi. A volte preoccupati e disperati. Ma felici di più.  E questo probabilmente perché la felicità è spesso un fatto privato,  intimo, legato agli affetti e alle realizzazioni personali più che ai  grandi fatti del mondo. La novità è che i nostri sentimenti li abbiamo  scritti su Facebook. Per tutto il 2011.
Migliaia e migliaia di aggiornamenti di status, parole lasciate sulla  bacheca del proprio profilo, commenti a grandi e piccoli fatti. Per noi  erano sentimenti da condividere con gli amici in rete; ma dal punto di  vista di un computer, gli stati d’animo sono soltanto dati. Una valanga  di dati.
Big Data, li chiamano in inglese. Così sono stati presi  e analizzati in tempo reale da un motore di ricerca semantico che ha un  nome latino (Cogito); dopo di che sono stati suddivisi in una  cinquantina di categorie dello spirito, minuto per minuto.

  Provando in  tal modo a rispondere ad una domanda banale eppure difficilissima: noi,  iTaliani, come stiamo oggi? E quindi, alla fine dell’anno, come siamo  stati in questi dodici mesi?
Il progetto si chiama Italian Mood ed è stato realizzato dai ricercatori  del Cattid, un laboratorio tecnologico della università la Sapienza di  Roma. Era una installazione di Stazione Futuro, la mostra sulla  innovazione realizzata a Torino per le celebrazioni di Italia150. Il  primo a utilizzarla in pubblico è stato Giorgio Napolitano. È accaduto  il 18 marzo scorso, in occasione della inaugurazione: il presidente  della Repubblica si è fermato a lungo davanti ai cerchi colorati che  indicavano i differenti umori italici. Poi ha voluto aggiungere il  proprio status: “Scriva, per favore: Soddisfatto. Punto. Oggi. Punto.”.
Il  tentativo di usare la rete e i social network per studiare lo stato  d’animo del mondo sta diventando una cosa seria. “Un paio di anni fa  Facebook lanciò un Gross National Happiness Index che misurava la  felicità interna lorda nei vari paesi – ricorda lo studioso del web  Vincenzo Cosenza – L’ultima rilevazione è del maggio 2010 ma non hanno  mai dichiarato ufficialmente di aver interrotto il progetto”.
In  realtà per le analisi sociali è il momento di Twitter: infatti il  social network da 140 caratteri è considerato molto più adatto a capire  “come sta il mondo”. E questo per almeno due motivi. Il primo è che  quello che scriviamo su Facebook è solo in piccola parte accessibile da  terzi; su Twitter invece la stragrande maggioranza dei profili sono  pubblici, tutti possono leggere tutto.
Il secondo motivo è la  quantità: si calcola che ogni giorno vengano mandati in rete 230 milioni  di tweet, una messe di dati che aumenta vertiginosamente dopo i grandi  fatti di cronaca come i terremoti quando il flusso può raggiungere  picchi di oltre 5mila messaggi al secondo.
“Con Twitter è come avere un microfono che ascolta in tempo reale tutte  le conversazioni mondiali”, ha spiegato qualche giorno fa in un convegno  a Torino il ricercatore della Northeastern University di Boston, Alan  Mislove per il quale “ogni singolo messaggio, da solo, non dice molto,  ma quando li metti tutti assieme e li fai analizzare da un computer  rivelano verità che possono anche spaventare”.
Lo scorso anno  Mislove ha analizzato 300 milioni di tweet e ha scoperto che gli stati  d’animo agiscono secondo schemi predeterminati dalle ore del giorno  (siamo più felici al mattino e la sera tardi), e dai giorni della  settimana (stiamo meglio dal venerdì alla domenica). Prevedibile? Forse  sì, ma il bello viene adesso ed è questo a spaventare semmai: infatti ci  sono centinaia di scienziati che stanno provando ad usare i dati che  vengono dai social media non solo per raccontare il passato ma per  prevedere il futuro. Cose come: che film vedremo, cosa faremo in Borsa e  addirittura per chi voteremo. Twitter, forse, lo sa.
Fare questa operazione può assomigliare al tentativo di fare l’oroscopo  del pianeta: una cosa che ha poco senso; in realtà è un nuovo filone di  ricerca di grande successo per informatici, ingegneri, fisici e  sociologi che appartiene alla “scienza dei sistemi complessi”.
Sorprenderà alcuni scoprire che nel primo team che si è occupato  seriamente di queste cose, ormai otto anni fa, c’erano, in posizione di  leadership, tre italiani. Tre “cervelli in fuga”: il fisico Alessandro  Vespignani che era a Parigi; l’informatico Filippo Menczer che era nello  Iowa; e lo statistico Alessandro Flammini che faceva la spola fra il  Mit di Boston e Losanna. Li aveva riuniti un preside della università  dell’Indiana, Mike Dunn il quale aveva intuito che con l’esplosione dei  social network e dei new media, l’informatica e le scienze sociali erano  destinate a sposarsi, anzi, a ibridarsi.
Ai tre italiani si  affiancarono l’esperto di intelligenza artificiale Luis Rocha e un mago  di analisi semantica, Johan Bollen. “Decidemmo presto di usare Twitter  come base dati”, ricorda Vespignani (che oggi lavora alla Notheastern  University). Il primo progetto metteva in relazione le conversazioni in  rete e la diffusione delle epidemie, permettendo di tracciarle e  individuarle con buon anticipo rispetto ai rilevamenti ufficiali  (esempio: se tutti parlano di influenza in un dato posto, vuol dire che  probabilmente è arrivata).
Ma ben presto Bollen propose di spostare l’attenzione sulla finanza:  “L’ipotesi era che gli andamenti di Borsa influissero sugli umori delle  persone”, ricorda Vespignani, “in realtà scoprimmo che avveniva il  contrario”. Lo stato d’animo delle persone influiva sulla Borsa, ne  determinava la crescita o la caduta. Analizzando i tweet, Bollen era  infatti in grado di prevedere cosa sarebbe accaduto sui mercati  addirittura con tre o quattro giorni di anticipo. Nel caso del Dow Jones  della Borsa di New York, l’accuratezza era dell’86 per cento.
Lo  studio venne pubblicato nell’ottobre 2010: tanto è bastato, perché un  filone di ricerca divenisse uno strumento per fare soldi. Lavorando  assieme alla università di Manchester, Bollen ha infatti realizzato un  algoritmo e lo ha ceduto alla Derwent Capital Markets di Londra che a  sua volta ha predisposto un apposito fondo di prodotti finanziari  esplicitamente basati su Twitter. Funziona così: analizza il dieci per  cento di tutti i tweet e li divide in sei stati d’animo (calmo,  allarmato, sicuro, vitale, gentile, felice).
Il resto sono le  classiche regole dei mercati: “Quando le persone su Twitter manifestano  ansia per i soldi, dopo due o tre giorni sappiamo che ci sarà un  crollo”, ha spiegato il fondatore della Derwent, Paul Hawtin. Banale?  Finora ha funzionato: lo scorso luglio la Derwent ha reso noto che  mentre l’indice Standard & Poor 500 aveva perso il 2,2 per cento, il  loro fondo aveva guadagnato l’1,85. Sono tanti soldi.
Ormai di fondi che usano Twitter ce ne sono decine, secondo il Wall  Street Journal. Nel frattempo il Social Computing Laboratory della  Hewlett Packard, con lo stesso metodo è riuscito a prevedere il successo  o il flop di 24 film. E il team dell’università dell’Indiana ha  lanciato il progetto Truthy, che studia come le reti sociali influenzano  la politica e quindi determineranno gli esiti della prossima corsa alla  Casa Bianca per esempio. I proprietari di Twitter si sono accorti di  essere seduti su una montagna di dati preziosi, e quindi di soldi.
Ergo, se all’inizio il team di Vespignani aveva avuto accesso ai tweet  gratis per fini scientifici, ora i tweet vengono venduti a tutti con una  rata minima di 360mila dollari l’anno. Ma c’è anche una conseguenza  “filosofica”: le previsioni di comportamenti collettivi li amplificano  fino a determinarli. Insomma, se un algoritmo che si basa sui tweet dice  che la Borsa andrà a fondo, tutti venderanno e la Borsa andrà ancora  più a fondo. Twittate con prudenza.

 Fonte: La Repubblica

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