Natale del Signore (Anno C)

Annunciare la gioia in un mondo di guerra

Consideriamo i simboli di guerra e oppressione della prima lettura della Messa della notte: il giogo, la sbarra, il bastone del sorvegliante, la calzatura militare rumorosa e spaventosa, il mantello segnato dal sangue. Tutto viene abbandonato, spezzato, reso inutile. Il profeta ha il coraggio di classificare come spazzatura ciò che i potenti ritengono vantaggioso, ciò che i sudditi temono, tremando di spavento. L’annunciatore della salvezza non si lascia spaventare. L’amore di Dio, nella sua pazienza e larghezza d’animo, è più forte di tutte le armi.

Consideriamo i simboli di guerra e discordia che abbondano nelle prime pagine dei giornali, nei titoli di testa dei telegiornali. Potremmo indovinare con mesi di anticipo che verso Natale scoppierà qualche polemica, non si spegneranno i conflitti, potrebbe emergere qualche scandalo. Corruzione, commercio di armi, litigi tra le forze politiche. Noi che cosa possiamo fare? Forse potremmo imparare dal profeta: girare pagina e spegnere lo schermo. Merita più attenzione il bambino che nasce anche oggi, nel nostro mondo. Il lieto messaggio della salvezza merita più attenzione dei segnali di guerra.

Il segno della tenerezza di Dio

“Un bambino è nato per noi”: il segno della benevolenza di Dio è un figlio che nasce. L’esegesi fa intuire e ipotizzare che al tempo del profeta quella nascita doveva avere un significato particolare: probabilmente si trattava della nascita dell’erede al trono, forse avvenuta in circostanze difficili. La forza provocatoria della profezia resta intatta: il profeta infatti non celebra le imprese militari, distoglie l’attenzione dai fattori socio-economici, non si unisce al coro lamentoso di chi si preoccupa del futuro: riconosce invece che in quel bambino Dio manifesta la sua potenza, aprendo la strada alla pienezza della rivelazione. La profezia mostra lo stile dell’agire di Dio, che preferisce affidare la sua azione di salvezza a un bimbo, piuttosto che a un esercito, che preferisce partire da ciò che è umile e piccolo, suscitando una rinascita, piuttosto che devastare e condannare.

Intimità e discrezione

Gli evangelisti circondano di intimità e discrezione la narrazione della nascita di Gesù. Matteo la cita di passaggio, senza soffermarsi, per narrare subito la visita dei Magi. Luca, dopo l’ampia digressione sul censimento, procede per sottrazione, limitandosi a due righe di testo e sottolineando tre dettagli. Il primo è il verbo “compiersi”. Dicendo “si compirono per lei i giorni del parto” allude ad un più ampio compimento: le promesse e la storia di Israele sono giunte alla loro realizzazione. La seconda sottolineatura riguarda il fatto che Gesù è il “primogenito”. Stranamente, nella Bibbia i primogeniti di rado sono i prescelti. Giacobbe, Davide, Salomone… sono tutti scelti tra i figli minori, per elezione divina, non rispondendo alla logica umana della primogenitura. Nella Legge però abbiamo una sezione importante che li riguarda, quando si parla del riscatto: il primogenito è consacrato a Dio (Es 13,11-16). Un’altra citazione importante è in Zaccaria 12,10: “faranno il lutto come per un primogenito”. La valorizzazione del primogenito avviene nel contesto dell’offerta a Dio (ricordato poi in Lc 2,23) e nell’oscura previsione di un evento luttuoso, che precede la definitiva redenzione di Gerusalemme. L’evangelista sembra alludere al fatto che Gesù è quel primogenito, pienamente offerto a Dio, pienamente coinvolto nella redenzione del suo popolo, fino alla morte. Infine, l’ultimo dettaglio su cui l’evangelista sofferma la nostra attenzione è la cura con cui il neonato è avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Il primo atto che si ricorda dopo la nascita è la tenerezza materna di cui è circondato il bimbo Gesù. Nell’intimità della relazione tra madre e figlio la misericordia divina si fa presente al mondo, ed è accolta e corrisposta.

Il segno dell’amore del Padre

Ciò che i profeti avevano annunciato da lontano, si realizza in Gesù. Da subito egli è il segno dell’amore del Padre. Ma come può un bimbo, nella sua fragilità, essere il segno dell’infinita carità? Le parole dell’evangelista Giovanni ci mettono sulla strada: “E il Verbo si fece carne”; “la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”. Il semplice fatto dell’incarnazione è già evento di amore; vale a dire, la semplice presenza di Gesù è già presenza di amore. Può amare un bambino? In una mentalità riduttivamente tecnologica, tesa a misurare la rendita, a calcolare ogni possibile guadagno, siamo portati a dire che un bambino può essere amato, ma non può amare. Gli è preclusa ogni operatività, si dubita della sua effettiva consapevolezza. Non può essere una “risorsa umana”. Può tutt’al più essere un richiamo mediatico, come quando la possibilità di filmare e fotografare il figlio di una coppia reale o della star di turno viene venduta in esclusiva: anche così non è un soggetto, ma un oggetto da riprendere e rivendere.

Un bambino che può amare

Noi riteniamo invece che da subito un bambino possa amare, rivelandoci gli aspetti più profondi della carità e della misericordia. Egli è già una persona unica, non comparabile a nessun’altra sulla terra, con una propria dignità. Da subito percepisce i legami che lo stringono ai genitori, alle persone amiche; da subito comincia a corrispondere attivamente, protendendosi verso la consapevolezza e la coscienza. La sua fragilità chiede di essere protetta e custodita; ma non gli impedisce di donare amore. Divenendo un bimbo indifeso, Gesù invita a riconoscere la dignità umana dei piccoli, dei malati, di chi sembra aver perso la coscienza, di chi sembra non avere più nulla da dare in termini di efficienza e produttività: ciò però equivale a riconoscere che anche essi possono amare, essere soggetti di misericordia, e non solo riceverla.

Privilegiare l’umiltà

Lontano dai riflettori, dunque, lontano dalle dinamiche del potere e della fama, il bambino Gesù viene al mondo. Una nuova gerarchia di valori si profila: le mani amorevoli e le fasce della madre sono più importanti del censimento di Cesare. La visita di alcuni semplici pastori è rilevante come quella dei Magi. È interessante notare che vanno a trovare Gesù solo coloro che ascoltano la voce degli angeli (nel Vangelo di Luca) e coloro che guardano i segni delle stelle (nel Vangelo di Matteo). Anche oggi trovano Gesù coloro che si fidano dei segni, del sussurro con cui Dio si rivolge a noi. Coloro che si fidano della sua Parola, che si lasciano educare dal simbolismo della liturgia, che non si adeguano alla gerarchia di valori del mondo.

Fonte: Sussidio CEI Natale 2018

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