O Adonai…

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O Signore, guida del tuo popolo, che hai dato la Legge a Mosè sul monte Sinai: vieni a liberarci con la tua potenza.        (O Adonai, et Dux domus Israel, qui Moysi in igne flammae rubi apparuisti, et ei in Sina legem dedisti: veni ad redimendum nos in brachio extento).

“O Adonai…” Non è abituale riferirsi a Cristo col nome di “Adonai”, nome che il popolo ebraico dava a Dio per evitare rispettosamente di pronunciare il nome di Yahvé che egli stesso aveva rivelato a Mosè… Il fatto di darlo qui al Redentore è un modo di sottolineare la sua divinità. Il nome di Adonai si dava a colui che si riconosceva come signore assoluto di qualcuno, così come pure a colui a cui si riconosceva il potere creatore. Israele lo dava a Dio riconoscendo che era lui colui che lo aveva creato come popolo. Così nel Sal 100,3: “Riconoscete che solo il Signore è Dio; egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo”. In quest’antifona troviamo insieme questo nome con una espressione parallela che spiega il titolo di Adonai: “Dux domus Israel” (duce, guida, signore della casa d’Israele).

Però immediatamente dopo l’invocazione a Cristo, l’attenzione dell’antifona si concentra in Mosè. E’ verso questo personaggio, e verso la sua tipologia con Cristo, che intende condurci l’antifona, quasi convertendolo nel centro del testo antifonale. Riferirsi a Mosè è riferirsi alla creazione d’Israele e anche alla prima alleanza di Dio col popolo che egli aveva scelto come suo. Mosè ci trasferisce idealmente all’esodo, al grande pellegrinaggio attraverso il deserto verso la terra delle promesse.

Il riferimento a Mosè ci fa ricordare nell’antifona due momenti significativi dell’azione di quel primo “dux” di Israele: il racconto del roveto che ardeva senza consumarsi, dinanzi al quale Dio rivela il suo nome a Mosè (cf. Es 3,2; 6,2.3) e il racconto della prima alleanza divina, concretizzata dalla consegna della legge nella montagna del Sinai (cf. Es 19,20-20,21). Questi eventi biblici ci rimandano a Cristo che è venuto a rivelarci che il nome di Dio era quello di “Padre” e a completare la legge con le beatitudini proclamate dall’alto del monte, e soprattutto dando ai suoi il nuovo precetto dell’amore prima di sigillare col suo sangue l’alleanza definitiva di Dio con gli uomini.

Non possiamo dimenticare, dall’altra parte, che nel racconto del roveto che ardeva senza consumarsi i Padri hanno visto un’immagine della verginità di Maria, che in essa, scelta per essere madre del Salvatore, rimase sempre intatta. Probabilmente questo accenno mariano fu la causa per cui il redattore dell’antifona scelse l’episodio del roveto ardente e non un altro episodio relativo a Mosè.

Il contesto dell’antifona ci invita a desiderare la venuta di un nuovo Mosè, signore e guida del nuovo Israele, il Mosè che con la sua venuta doveva portare a compimento le promesse fatte da Dio al primo Mosè: “Dì agli Israeliti: Io sono il Signore! […] vi libererò dalla schiavitù degli Egiziani e vi riscatterò con braccio teso…” (Es 6,6). Noi chiediamo che il Signore venga a liberarci dalla schiavitù del peccato e che lo faccia con la piena manifestazione del suo potere (“in bracchio extento”), perché il nuovo popolo, nato dall’opera redentrice di Cristo, possa dare al nuovo e vero Mosè il nome di Adonai.

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