O Clavis…

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O Chiave di Davide, scettro della casa d’Israele, che apri, e nessuno può chiudere,chiudi e nessuno può aprire: vieni, libera l’uomo prigioniero, che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte. (O Clavis David, et sceptrum domus Israel;qui aperis, et nemo claudit;claudis, et nemo aperit:veni, et educ vinctum de domo carceris,sedentem in tenebris, et umbra mortis).

“O clavis David…” Una citazione d’Isaia, che copre tutta la prima parte dell’antifona, ci introduce nel personaggio di Davide (già annunciato nell’antifona anteriore), della cui dinastia nascerebbe il Salvatore: “Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire” (Is 22,22). Questa stessa citazione la ritroviamo nell’Apocalisse, applicata al Santo, al Verace, al Messia che ha ottenuto già la vittoria (cf. Ap 3,7).

Davide viene proposto qui come figura di Cristo. Davide è l’eletto di Dio per essere unto come re (cf. 1Sam 16,13), colui che consolidò e diede unità al regno d’Israele, colui che trasferì l’arca dell’alleanza a Gerusalemme (cf. 2Sam 6,1-19). Nonostante la sua vita piena di debolezze, l’idealizzazione della sua attuazione come re ha fatto sì che non solo sia stato considerato modello per i re che lo seguirebbero, ma anche figura del Messia atteso. Il popolo d’Israele attendeva la venuta di un nuovo Davide. Così lo testimoniano, ad esempio, le parole profetiche di Geremia: “Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra” (Ger 23,5). E più avanti ancora: “In quel giorno romperò il giogo togliendolo dal suo collo, spezzerò le sue catene; non serviranno più gli stranieri. Serviranno il Signore, loro Dio, e Davide, loro re, che farò sorgere in mezzo a loro” (Ger 30,8-9).

Oltre alla figura di Davide, con cui l’antifona ci immerge nelle attese messianiche dell’antico Israele, troviamo l’immagine della chiave. La chiave è segno di potere. Le chiavi si consegnavano all’amministratore di una casa quando il padrone gli affidava la cura dei suoi beni. Il protocollo della consegna delle chiavi contemplava che esse fossero collocate sulle sue spalle come espressione del peso della responsabilità che assumeva. Probabilmente fa riferimento a questo gesto la profezia d’Isaia: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere” (Is 9,5).

Colui che ha il potere delle chiavi ha un potere definitivo, espresso nell’immagine di aprire o chiudere, azione che soltanto può fare colui che ha tale potere. Questo è il potere che si aspetta abbia il Cristo, come nuovo Davide, come servo scelto e unto perché sia il Messia che salvi il suo popolo e il Re che lo guidi.

Perciò è coerente la supplica indirizzata al nuovo Davide: che apra le porte del carcere affinché possano uscire da essa coloro che sono incatenati e oppressi nelle tenebre, ossia che possano uscire dal carcere coloro che sono condannati a morte.  Tutto ciò era già predetto da Isaia: il Signore lo chiamò “perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Is 42,7). E il Sal 106,14: “Li fece uscire dalle tenebre e dall’ombra di morte e spezzò le loro catene”.

Oltre all’immagine e alle profezie, vediamo che il potere del nuovo Davide è piena realtà, che noi proclamiamo nel Credo. Dopo confessare che Gesù Cristo fu crocifisso, morto e sepolto, confessiamo anche che “discese agli inferi”. Con questa espressione affermiamo che Cristo morendo ha vinto la morte dove essa era padrona; in questo modo, egli “ha infranto le porte di bronzo e ha spezzato le sbarre di ferro” (Sal 106,16) e ha fatto uscire dal carcere della morte coloro che erano rinchiusi in essa. Così la Morte era vinta e la Vita proclamava la sua vittoria.

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