Oggi Catechismo: “I Dieci Comandamenti” 10° Comandamento: Non Desiderare la Roba d’Altri

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Il decimo comandamento è il corollario potremmo dire “interiore” del settimo al modo in cui, come abbiamo visto, il nono lo è del sesto. Esso proibisce di desiderare la “roba” d’altri, intendendo con ciò anzitutto il denaro e i beni cosiddetti di fortuna del prossimo (ossia i beni materiali), ma anche i beni “morali” (posto di lavoro, posizione sociale, prestigio, etc.). Come sempre, partiamo anzitutto da alcune illuminanti pagine della Sacra Scrittura per introdurre la tematica inerente il presente comandamento.
Nella prima lettera di san Paolo a Timoteo, si leggono queste illuminanti considerazioni: “Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (1Tim 6,7-10). Simili esortazioni si possono trovare in vari luoghi dei Vangeli. Tra le molte citazioni possibili, ne proponiamo un paio. La prima è l’esortazione rivolta da san Giovanni Battista ai soldati che gli chiedevano cosa dovessero fare a fronte dei moniti alla conversione rivolti loro dal Precursore. Egli rispose lapidariamente: “Non estorcete niente a nessuno. Contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3,14). La seconda è una graziosa parabola del nostro Maestro e Signore Gesù Cristo, che richiesto da un tale di sollecitare suo fratello a dividere con lui equamente l’eredità, lo ammonì, per contro, a guardarsi da “ogni cupidigia”, spiegandone il motivo profondo (“anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”) e proponendo la parabola dell’uomo stolto, che gongolava per i beni accumulati in terra senza sapere che non avrebbe avuto il tempo e il modo di goderne per l’incombere improvviso e fatale di sorella morte corporale (cf Lc 12,13-21).

Tanto basta per porre subito le basi dottrinali e ascetiche per la comprensione di questo importante comandamento, che proibisce ben due vizi capitali (invidia e avarizia, con la sua genitrice che è la cupidigia) ed insegna il retto e ordinato uso dei beni della terra, rimandando – sia pur implicitamente – all’aureo consiglio evangelico della povertà. Diciamo dunque anzitutto che il denaro e i beni temporali, in se stessi e assolutamente parlando, sono beni e non mali e sono indubbiamente necessari per vivere. Aggiungiamo anche (e subito) che la ricchezza, in quanto tale (così come la proprietà privata, come abbiamo visto parlando del settimo comandamento), non costituisce nulla di male e di disordinato davanti a Dio (per cui non sarebbe assolutamente corretto identificare semplicisticamente i ricchi con i cattivi e i poveri con i buoni), per cui il pauperismo (eresia che afferma che solo chi vive effettivamente in situazione di povertà volontaria può essere gradito a Dio, mentre gli altri sono irreversibilmente malvagi e cattivi) è un’eresia condannata dalla Chiesa. Basti pensare che tutto il fermento medievale che diede origine ai movimenti dei mendicanti, nella stragrande maggioranza dei casi (con le uniche due grandi eccezioni di san Francesco e di san Domenico) sfociò in sette ereticali, alcune delle quali vigorosamente condannate della Chiesa (si pensi solo ai Catari e agli Albigesi) e che furono origine di non poca confusione (causando peraltro non pochi danni) all’interno della compagine ecclesiale. Avvertiamo infine che, a quanto ci risulta dalle sacre pagine, il migliore amico di Gesù era Lazzaro di Teofilo, figlio del governatore di Siria, e che questi era dunque tutt’altro che povero (come appare anche dall’episodio del famoso vasetto di nardo preziosissimo versato su Gesù dalla sorella Maria alla vigilia della settimana santa, il cui valore era di 300 denari, equivalenti, oggi a circa 10.000 euro!). Se dunque Gesù avesse condannato perentoriamente la ricchezza e i ricchi in quanto tali, certamente non avrebbe avuto una persona tanto facoltosa come suo migliore amico.
Queste premesse sono, a mio parere, quanto mai necessarie, perché fra le tante sciocchezze che ci è toccato a sentire in questi ultimi 40 anni (e non ancora del tutto sopite…), c’è stata quella che ha dato origine all’eretica corrente teologica nota come “teologia della liberazione”, che unilateralizzando, fraintendendo o addirittura strumentalizzando alcuni passaggi scritturistici, è giunta, nelle sue posizioni estreme, perfino a giustificare la lotta dei poveri contro i ricchi ponendola addirittura sotto l’egida di nostro Signore che rappresenterebbe il loro liberatore contro le ingiuste oppressioni da parte dei facoltosi potenti.

La verità è che i beni di questo mondo, il denaro e alcuni beni “morali” (il successo, il prestigio, il potere, perfino l’onore) rappresentano, nello stato di natura decaduta in cui si trova l’uomo dopo la colpa di origine, dei veri e reali pericoli. In che senso? Nel senso che l’uomo può trasformarli (e purtroppo spessissimo lo fa) da mezzi e fini, cessando di servirsene per vivere e cominciando a vivere per servirli. Il problema si trova dunque nel come ci si rapporta ad essi e nell’uso che se ne fa. In questo senso sono da leggere le espressioni lapidarie di Gesù (“non potete servire Dio e il denaro”, “non potete servire Dio e mammona”) e anche quella celebre frase che pronunciò a commento dell’episodio del giovane ricco (“è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”). I beni di questo mondo sono dei pericoli, reali, seri e gravi e, se sottovalutati, possono essere causa di sciagure su sciagure: invidie, odio, divisioni, discordie anche tra fratelli e nelle famiglie, omicidi, furti, attività illecite e innumerevoli altre immoralità e disonestà, fino a poter essere considerati, come abbiamo visto dire da san Paolo, la radice di tutti i mali. L’unico modo per combattere e difendersi è sanare, alla luce del Vangelo e con l’aiuto della grazia, le cattive radici da cui questi mali possono pullulare, che si trovano nel cuore dell’uomo non nelle cose in se stesse. A questo mira, per l’appunto, il presente comandamento.

Per entrare nel dettaglio di quest’ultimo comandamento del sacro decalogo, è bene riprendere un’importantissima sentenza di san Paolo che abbiamo appena avuto modo di focalizzare: “l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali”. Precisato che il denaro e le ricchezze non sono un male in se stesse e individuato nel cuore malato dell’uomo il vero problema, ecco subito evidenziato l’atteggiamento da cui dobbiamo guardarci e che genera i tre vizi con cui si viola questo comandamento: l’attaccamento. Il denaro e i beni temporali sono e devono sempre restare un mezzo, mai divenire un fine. Dobbiamo desiderarli tanto quanto basta per condurre una vita dignitosa. Qualora eccedessero questo limite, vanno usati semplicemente per fare del bene, nelle vesti di amministratori di un patrimonio che Dio ci dà l’onore di gestire beneficando il prossimo. Qualora fossero limitati allo stretto necessario, ci si accontenterà di questo, senza bramare nulla di più.
I tre vizi contrari a questo comandamento sono la cupidigia, l’avarizia e l’invidia. La cupidigia consiste nel desiderio eccessivo e disordinato dei beni di questo mondo, che porta l’uomo a fare del denaro e dei beni materiali il vero e proprio dio della sua vita, muovendolo ad accumulare, accumulare e accumulare, mai sazio dei nuovi desideri e dei nuovi capricci soddisfatti con l’abbondanza dei beni materiali. Per questo peccato si lavora tranquillamente la Domenica, si lavora anche giornate intere trascurando i doveri religiosi, la famiglia, i figli; e ciò semplicemente allo scopo di avere più soldi per avere più piaceri da godere, esclusivamente per sé, ingenerando spesso il vizio opposto all’avarizia che è la prodigalità, ovvero lo sperpero dei beni di questo mondo in beni e piaceri del tutto inutili e voluttuari, talora il vizio del gioco, anche d’azzardo (per fare soldi facili), altre volte la disonestà (frodi nei confronti del prossimo, mancato pagamento dei debitori e dei dipendenti, etc.).
Il termine avarizia viene, come insegna san Tommaso, dal latino aeris aviditas, che significa “avidità di denaro”. Consiste nell’attaccamento morboso al denaro e ai beni che si hanno, privandosene dell’uso talora anche per cose necessarie, per la paura malata di rimanere privi di sufficienti risorse, pur avendone largamente al di là del necessario. Questo difetto ha dato ispirazione a varie celebri caricature (si pensi all’Avaro di Moliere o al più modesto – ma non meno popolare – Paperon de’ Paperoni di Walt Disney) che ne mostrano i connotati assurdi e ridicoli. Famoso è l’episodio della vita di sant’Antonio da Padova, che combatté strenuamente contro uno dei gravissimi vizi figli dell’avarizia che è l’usura. Alla morte di un celebre usuraio il santo di Padova affermò che nel petto di quell’uomo non c’era il cuore, ma il forziere con le monete: e così di fatto fu constatato. L’avarizia è un peccato dei ricchi e conferma quanto sia pericoloso il denaro se non si pratica una severa ascesi su se stessi e se non ci si obbliga ad essere generosi nel compiere elemosine, sacrificio graditissimo a Dio e assai utile al prossimo, ma anche unico rimedio alla nefasta tendenza dell’attaccamento disordinati ai beni che si hanno, che costituisce l’oggetto formale del vizio dell’avarizia. Si badi che nessuno può essere certo di essere del tutto esente da questo terribile tarlo e che il distacco dal denaro si dimostra più di ogni altra cosa con i fatti e non con le chiacchiere…

Infine abbiamo l’invidia, ovvero il desiderio dei beni altrui, accompagnato dalla tristezza per il fatto che altri abbiano più di noi o si possano permettere ciò che noi non possiamo. A differenza dell’avarizia, di cui l’esperienza insegna essere peccato prevalentemente dei ricchi, l’invidia è spesso ospitata nel cuore delle persone meno abbienti, ovvero in quei poveri che non hanno nulla a che fare con la povertà evangelica (che è anzitutto povertà del cuore e dello spirito, come appare chiaramente dal Discorso della Montagna) e che maledicono i ricchi per il fatto che hanno più di loro e possono permettersi una vita spensierata e nel lusso. Coloro che hanno questo vizio dimenticano le Sacre Pagine laddove esortano a contentarsi di quello che si ha senza fare dell’abbondanza dei beni il fine della propria esistenza. Questa bruttissima passione è stata, purtroppo, alimentata da tutte le funeste ideologie basate sul conflitto di classe, che hanno cianciato a vanvera insegnando che l’unica causa dei problemi e dei disordini della società terrena fosse l’iniqua distribuzione dei beni di questo mondo, prospettando la “rivoluzione proletaria” come la panacea assoluta, come la soluzione finale e definitiva di tutte le tensioni e conflitti sociali, come una sorta di paradiso anticipato sulla terra. Quel che amaramente si deve constatare è che, nonostante gli evidenti e tragici fallimenti che si sono verificati laddove questa folle menzogna è divenuta forma di Stato e di governo, non sono ancora pochi (anche, ahimé, fra coloro che si fregiano del titolo di discepoli di nostro Signore Gesù Cristo) a credere e lottare per queste menzogne che hanno cambiato abito esteriore senza mutare alcunché nella sostanza interiore.
“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto vi sarà dato” (Mt 6,33). I discepoli di Cristo hanno a cuore non i soldi o i beni di fortuna, ma i beni interiori e la salvezza delle anime; sono fermamente convinti di avere un Padre in cielo che conosce le necessità anche materiali dei suoi figli sulla terra e che ad essi provvede; se hanno più del necessario sono pronti a condividerlo liberamente (non forzatamente per improponibili “espropri proletari”) e mantengono quella pace del cuore, quel distacco e quella liberalità che consente di vedere redente anche queste realtà tanto pericolose per il cuore dell’uomo, trasformandole da occasione di peccato e strumento di divisione e odio tra fratelli, in fonte di benedizioni per sé e per gli altri.

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