Oggi Catechismo: “I Dieci Comandamenti” 5° Comandamento: Non Uccidere

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Abbiamo cercato di delineare l’oggetto formale del quinto comandamento, precisando che esso si specifica direttamente e primariamente nella tutela della vita umana dal punto di vista fisico, ma aggiungendo che il suo ambito si estende alla tutela della vita umana in senso largo, proibendo ogni forma di indebita violazione della dignità della persona. Prima di iniziare la disanima delle singole fattispecie concrete che cadono sotto l’oggetto del quinto comandamento, è bene ricordare la verità di fede che lo anima e lo informa: Dio è vita, è l’autore della vita, è il creatore della vita ed è l’unico Signore della vita, Colui che solo ha il diritto di darla e di toglierla come vuole, quando vuole e a chi vuole. Tutti gli enti creati ricevono da lui, che solo li possiede per essenza e in forma piena e perfetta, l’essere e l’esistenza e alcuni fra di essi (le creature intelligenti, cioè gli angeli e gli uomini) ricevono anche l’immagine e somiglianza con il Creatore, che rende le loro vite sacre e preziose e, in quanto tali, assolutamente indisponibili ad ogni forma di aggressione, violazione e arbitraria manipolazione.

La prima grave violazione del quinto comandamento avviene con i gravissimi peccati dell’omicidio e del suicidio, attraverso i quali un uomo toglie a un suo simile o a se stesso la vita senza una giusta e gravissima motivazione. Precisiamo subito che mentre in presenza di alcune giuste cause (legittima difesa o esercizio corretto delle funzioni di pubblica sicurezza o dell’attività militare) l’omicidio perde il carattere di peccaminosità, per il suicidio, secondo l’opinione più comune, ci possono solo essere circostanze che diminuiscono agli occhi di Dio la responsabilità morale del suicida, ferma restando l’intrinseca e irreversibile peccaminosità dell’atto. È per questo che fino a qualche tempo fa, la Chiesa proibiva la celebrazione delle esequie del suicida e oggi le consente solo qualora sia chiaro che esso sia avvenuto in presenza di circostanze che possano far presumere uno stato di disperazione o comunque di gravissima instabilità e disagio psico-emotivo della persona e non quando questo sia stato perpetrato con coscienza lucida in spregio della morale cattolica (si pensi, tanto per fare un esempio molto noto, alla giusta negazione delle esequie in seguito al caso di Piergiorgio Welby, al quale nel 2006 fu praticata l’eutanasia con il suo pieno e deliberato consenso).

Strettissimamente connessi con queste prime due fattispecie sono gli esecrandi delitti dell’aborto e dell’eutanasia. Il primo, infatti, altro non è se non un gravissimo omicidio aggravato ulteriormente da due circostanze ed il secondo non è nient’altro che un suicidio che, pur ammantato di ”nobili motivazioni e fini”, non è nient’altro che un’usurpazione del diritto, spettante a Dio solo, di stabilire la fine della vita umana.

Che l’aborto fosse un abominevole delitto, come giustamente lo definiva già la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes nel 1965 (cf GS 51) era oltremodo chiaro alla coscienza della Chiesa primitiva, che considerava l’aborto uno dei peccati in assoluto più gravi (insieme all’apostasia e all’adulterio) fino al punto che più di qualche autore, anche molto ragguardevole, metteva in dubbio la possibilità che potesse essere assolto in questa vita. È abominevole perché colpisce un essere umano (un vero essere umano, come la vera e onesta scienza conferma e non un ammasso di cellule come alcuni pseudo-scienziati si sforzano di far credere) assolutamente indifeso (prima circostanza aggravante) attraverso la persona alla cui custodia e protezione quest’essere è affidato e che, per compiere un atto tanto grave e spregevole, deve vincere un istinto naturale fortissimo presente anche nelle specie più efferate di mammiferi (seconda circostanza aggravante). Nonostante teli evidenze, è stato necessario ribadire la grave peccaminosità intrinseca del delitto di aborto attraverso un intervento magisteriale forte e preciso da parte del beato Papa Giovanni Paolo II, che nella lettera enciclica Evangelium Vitae (1995) scrisse a chiare lettere: “Con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi — che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina — dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale” (EV 62). Subito dopo il beato Pontefice aggiunge, rincarando ulteriormente la dose: “Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa” (ibidem).

L’eutanasia, dal canto suo, come abbiamo accennato, non può non essere annoverata tra le forme di vero e proprio suicidio volontario. Nell’enciclica appena citata, il Papa, dopo aver operato gli opportuni distinguo tra eutanasia e accanimento terapeutico, precisando che “la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte” (EV 65), afferma senza esitazione: “Fatte queste distinzioni, in conformità con il Magistero dei miei Predecessori e in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale. Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell’omicidio” (EV 65).

È quanto mai necessario che i cattolici siano ben formati su queste delicatissime ed attualissime dottrine ed abbiano il coraggio di annunciare senza timore e senza esitazioni il Vangelo della vita, in modo tanto più urgente e chiaro quanto subdole e reiterate continuano ad essere le aggressioni dei nemici di Dio, che dopo essere riusciti a legalizzare l’aborto vorrebbero fare altrettanto con l’eutanasia, che peraltro già è legge in alcuni stati europei. La vita è bene indisponibile, sempre e comunque. Non si tema di alzare la voce per gridarlo ai disgraziati uomini del nostro tempo.

AMNIOCENTESI, FECONDAZIONE ARTIFICIALE, MANIPOLAZIONI GENETICHE

Affianco all’aborto e all’eutanasia, si collocano alcune fattispecie nuove e moderne di veri e propri crimini contro la vita umana: l’amniocentesi, la fecondazione artificiale e le manipolazioni genetiche.

L’amniocentesi è una particolare procedura che consente di fare una diagnosi prenatale circa lo stato di salute di un feto. Essa è moralmente inaccettabile per due motivi: 1) perché si tratta di un processo invasivo che pone a repentaglio la vita del feto; 2) perché il motivo per cui viene praticata è quello del ricorso ad un eventuale aborto terapeutico (o eugenetico), ovvero all’eliminazione di un feto affetto da malformazioni o da malattie non curabili. Esistono altri sistemi (perfettamente leciti, come l’ecografia) per monitorare lo stato di salute di un feto e predisporre eventuali rimedi e accorgimenti in presenza di problemi suscettibili di qualche soluzione.

La fecondazione artificiale, come è noto, consiste nel riprodurre in provetta (“in vitro”) il processo di fecondazione e generazione umana, con successivo impianto nell’utero della donna di una serie di ovuli fecondati, nella speranza che almeno uno sopravviva alla gravidanza. Senza anticipare alcune considerazioni che faremo a suo tempo, allorquando tratteremo del sesto comandamento, è evidente che quand’anche non sussistessero (come di fatto sussistono) serie riserve sulla liceità di “fabbricare in laboratorio” una nuova vita violando la legge naturale, tale pratica pone in essere dei veri e propri aborti preventivati, accettati e realizzati. La famosa legge 40 italiana (sostenuta, come si ricorderà, anche da ambienti ecclesiali) aveva come unico merito (se è lecito esprimersi così) il fatto di limitare per legge il numero di impianti di embrioni possibile (non più di tre) a fronte di legislazioni di altri paesi europei che, non ponendo alcun limite, causavano la morte di decine di embrioni ad ogni tentativo di fecondazione in vitro. Oltre a questo la medesima legge ha l’ulteriore “merito” di proibire la clonazione e la fecondazione eterologa. In ogni caso, chi ricorre a questa pratica sa che alcuni degli embrioni “creati” in provetta moriranno; e ciò rende questa tecnica gravemente contraria al quinto comandamento oltre che, come ribadiamo e vedremo a suo tempo, alla santità e alla dignità dell’amore umano in quanto luogo e culla della vita. La difesa della legge 40 (che è comunque moralmente inaccettabile) da parte di ambienti ecclesiali fu fatta in nome del “male minore” concretamente praticabile nella situazione di fatto e per impedire i gravissimi eccessi tuttora vigenti in molti paesi europei.

Le manipolazioni genetiche sono tutta quella serie di esperimenti e di studi praticati su embrioni umani creati “ad hoc” per questi fini. Penso che più o meno tutti i lettori avranno tante volte sentito parlare del famoso problema delle cellule staminali, che gli scienziati “laicisti” vorrebbero estrarre da embrioni umani al fine di curare malattie serie o addirittura mortali, non esclusi i tumori. Le cellule staminali altro non sono che cellule “totipotenziali”, ovvero, per usare un linguaggio comprensibile, ad uno stadio di maturazione non ancora completo che le rende non ancora “specializzate” e quindi capaci di “prendere la direzione” che eventualmente si dia loro attraverso un procedimento pilotato in laboratorio. Illustri scienziati e medici cattolici (un nome su tutti: il professor Angelo Vescovi), dopo aver confermato l’importanza di tali cellule soprattutto per la scienza medica, hanno però dimostrato che non è affatto necessario andarle a cercare tra gli embrioni, anzi le cellule estratte da organismi adulti (sia dello stesso paziente che di altri) producono e hanno un’efficacia assai maggiore di quelle estratte da embrioni di pochi giorni di vita. Quand’anche ciò non fosse vero (come invece lo è, come dimostra la fine delle polemiche roventi dopo tanti polveroni sollevati), “usare” un embrione umano come mezzo per fini anche santissimi e utilissimi, è totalmente inaccettabile dal punto di vista morale e rappresenta un’ulteriore e grave violazione del quinto comandamento. Su questo punto perfino un ateo come Kant, con la sua “morale laica”, sdottoreggiava che la persona umana deve essere sempre trattata come fine e mai come mezzo… Se ci era arrivato un campione di “ateismo illuminato” come il celebre filosofo tedesco, non si riesce a capire da quale fonte (malefica) sia stata ottenebrata la mente di tanti suoi moderni seguaci… Diverso discorso, ovviamente, è da farsi con gli embrioni di specie animali, che possono essere utilizzati per sperimentazioni di vario genere (per esempio per verificare l’efficacia di vaccini o medicinali), purché non si causino loro sofferenze abnormi, gratuite oppure sproporzionate ai fini. Un animale è infatti una creatura di Dio e come tale va accolta e rispettata, ma sottomessa all’uomo e pertanto lecitamente utilizzabile per fini buoni all’unica condizione che gli si risparmi un’eccessiva e inutile sofferenza.

A questo proposito, per concludere questa prima parte dedicata a temi che oggi si chiamano di “bioetica” (etica della vita), è opportuno spendere una parola su uno dei paradossi assurdi e mostruosi di questi nostri malati tempi: l’animalismo. È noto infatti che i fautori più accaniti del libero aborto, della libera eutanasia, della libera fecondazione e delle libere manipolazioni gridano allo scandalo e si stracciano le vesti se vedono un cane abbandonato d’estate oppure se si incaglia un delfino in qualche scogliera, o se si apre la nuova stagione della caccia o sciocchezze del genere. Prolificano associazioni di ogni tipo a tutela degli animali e si tratta come carne da macello la vita umana. Intendiamoci bene: nessuno sta dicendo (o vuole dire) che si possa torturare o massacrare gli animali a proprio piacimento. Si vuole tuttavia denunciare con forza l’inaccettabile inversione dei valori per cui si scatena un putiferio per impedire che il Panda si estingua e si accetta la continua e ininterrotta carneficina di esseri umani perpetrata (a spese nostre, circa 5000 euro a aborto!) nelle sale dei più moderni e sofisticati ospedali del mondo.

Il Signore ha creato tutte le creature perché siano sottomesse all’uomo e l’uomo come signore del creato, l’unico creato a sua immagine e somiglianza. La vita umana ha pertanto dignità unica e assolutamente inviolabile. Le altre meritano rispetto e considerazione, ma possono essere sacrificate (per giuste e nobili cause) all’interesse dell’uomo, in maniera perfettamente conforme alla volontà di Dio. Non dimentichiamolo mai e non cessiamo di proclamarlo con chiarezza e fermezza.

INGIURIE, OFFESE, LITI E IMPRECAZIONI

Nel celebre discorso della montagna, in cui Gesù affermò chiaramente di voler dare “pieno compimento” (cioè “completamento”) alla legge mosaica (cf Mt 5,17), espressa in primis nei precetti del decalogo, Egli volle puntualizzare la modalità in cui la Sua Legge nuova si innestava su alcuni comandamenti specifici, tra cui il quinto. Sentiamo le sue splendide e chiarissime parole: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Se dunque presenti la tua offerta sull`altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all`altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. Mettiti presto d`accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l`avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!” (Mt 5,21-26). Dal tenore del testo, di comprende come Gesù faccia riferimento a una vasta gamma di fattispecie: dall’ira all’offesa, da questa alla litigiosità, alla discordia, al rancore. Speriamo che queste parole di Gesù e il doveroso commento che meritano contribuiscano a sfatare il luogo comune tanto noto ai confessori: “padre, io non faccio peccati, perché non ammazzo e non rubo”. Chi comprende bene questo Vangelo dovrà correggere questa tendenza a troppo frettolose e incaute “auto-assoluzioni”.

Già l’ira, secondo Gesù, quando è rivolta ad un proprio simile è un vero e proprio peccato veniale. Più grave è l’ingiuria o insulto lieve (dire “stupido”), mentre diventa peccato mortale (si badi!) l’offesa grave al proprio fratello (“sarà sottoposto al fuoco della Geenna”, cioè andrà all’Inferno!). L’offesa grave contro il proprio fratello può compiersi nella forma dell’imprecazione diretta (augurare il male ad una persona, dicendo espressioni tipo: “ti prenda un accidente”, “ti colga la morte” o altre più triviali che tralasciamo per ovvi motivi), dell’ingiuria grave (mortificare gravemente con insulti pesanti una persona, volgari o non volgari che siano), oppure dell’odio manifesto e manifestato, con parole pesanti o con atteggiamenti non equivoci. Si pensi a quanto questi gravissimi peccati sono oggi diffusi, anche attraverso i mezzi di comunicazione, le scene inguardabili che si vedono nei “talk-show” e che coinvolgono, talora, anche pubbliche personalità, parlamentari e onorevoli, che non hanno più un briciolo di ritegno e dignità. Si pensi alla vergognosa diffusione dei “reality-show” dove il campionario di insulsaggini, trivialità, volgarità, beceraggini e cafonate è spiattellato sotto occhi compiacenti di milioni di spettatori (a parere di chi scrive, chi guarda questi orridi e immorali spettacoli non può certamente ritenersi esente da peccato mortale).

Logico corollario di questo discorso è che Dio non accetta alcuna offerta presentata ai suoi altari che non sia preceduta dalla grande offerta della carità fraterna, cioè la pace e la concordia con tutti. Si badi che Gesù non dice di perdonare prima di presentare l’offerta all’altare (il perdono lo esige e lo raccomanda in un’altra sezione del discorso della montagna come nella parabola del servo spietato), ma di riconciliarci con chi ce l’ha con noi, presumibilmente perché gli abbiamo fatto qualcosa. Dunque non perdonare, ma chiedere perdono a chi abbiamo offeso, prima di presentarci davanti a Dio, cosa che per la nostra superbia è spesso ancora più difficile e ostico che concedere il perdono. Inoltre raccomanda di farlo, addirittura, non prima della comunione, ma prima dell’offertorio!!! Significa che l’essere in discomunione con qualcuno perché l’ho offeso è cosa talmente grave agli occhi dell’Altissimo da rendere non accetto il sacrificio rituale. Ora, quanta gente non solo rimane tranquilla all’offertorio ma si accosta senza alcuno scrupolo alla santa comunione dopo aver vomitato veleno a destra e a sinistra, stando in lite con Tizio, non parlando con Caio e serbando odio, rancore e desideri di vendetta vari con Sempronio? Si badi alle parole di Gesù: “vatti prima a riconciliare e poi torna ad offrire il tuo dono”. Altrimenti Dio si girerà dall’altra parte, perché tra i sacrifici a Lui sommamente graditi (oltre a quello dell’ubbidienza a Lui, che è il primo) c’è anzitutto quello del balsamo dell’amore vicendevole che i suoi figli devono avere con tutti. Si potrebbe obiettare: e se io vado a riconciliarmi e il mio fratello non vuole saperne? In tal caso agli occhi di Dio sono giustificato e posso sentirmi tranquillo, perché san Paolo, probabilmente con l’intenzione di chiosare questo insegnamento Gesù, scrive limpidamente ai Romani: “Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm 12,18).

Che dire infine delle vergognose liti tra fratelli e familiari per questioni ereditarie, che danno luogo a rotture gravissime e lunghissime, seminando tristezze, malcontenti, malanimi? Io so di gente che non è stata nemmeno al funerale del fratello o della sorella con cui era in lite, di gente che ha tolto la parola ai genitori, per qualche miserabile spicciolo di eredità o questioni di vera e propria lana caprina. Gente che non ha nessunissima vergogna di presentarsi al sacerdote osando ricevere la Sacra Particola, convinta di essere dalla parte del giusto e che quello che fa sia tutto normale… Se Gesù ha raccomandato la composizione pacifica delle liti con tutti, come esorta nell’ultima parte della pericope evangelica che stiamo analizzando, cosa farà a questa gente, cosa dirà loro? Come possono essere tanto miopi da non vedere il baratro e la fossa in cui camminano?

Ci sarebbe molto da dire su un altro grave peccato, analogo ai precedenti, contro questo comandamento ovvero l’invidia, peccato che quasi tutti commettono ma che quasi nessuno confessa, direttamente contrario alla carità fraterna, luciferino in senso stresso e oltremodo odioso, soprattutto quando prende la forma delle gelosie assurde e inutili tra fratelli, tra marito e moglie, tra amici e non di rado addirittura tra parrocchiani!!! Si ricordino bene, al riguardo e a mo’ di conclusione queste parole dell’Apostolo delle genti: “Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio” (Gal 5,19-21). Come si vede sono “opere della carne” non solo quelle contrarie al sesto comandamento (su cui torneremo a suo tempo) ma anche “inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni e invidie” (tutti peccati contrari al quinto) e che anche per queste è pronunziata la severa minaccia: “chi le compie non erediterà il regno di Dio”.

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