Oggi cinema: una recensione dal web di “12 anni schiavo”

0 118

Pasolini diceva “visto un film, abbiamo sempre alla fine un senso di perdita”; e proprio la perdita, l’inquietudine, il disagio sono tutte sensazioni che lo spettatore, una volta uscito dalla sala dopo aver assistito a un film di Steve McQueen (il regista inglese, mi raccomando, non l’attore anni ’60-’70) non può non esimersi dal non provare. PrimaHunger, poi Shame; tutti film che non si limitano, senza tanti filtri e censure, a mostrare la realtà dura e cruda per come essa è, ma sono film nati con la necessità di scuotere chiunque li stia guardando, di far male, di svuotarci psicologicamente devastandoci.Neanche 12 anni schiavo, storia vera di Solomon Northup, talentuoso violinista di colore nato libero e poi divenuto schiavo con l’inganno nell’America pre-guerre di secessione – nonché ultimo film diretto proprio da McQueen –  si esula da questo stile. Eppure bisogna dirlo, il passaggio di McQueen da regista indipendente a quello di director acclamato anche a Hollywood e per questo finanziato, rispetto ai primi due film, con un budget più corposo, si percepisce abbastanza in questa sua ultima fatica.

Perché destinato già dall’inizio a un pubblico più ampio, e distribuito in maniera molto più capillare rispetto a Shame, e soprattutto rispetto a Hunger, in 12 anni schiavo si sente che quella volontà così tipica dello stile di McQueen di far male, di colpire attraverso semplici immagini lo spettatore è come attenuata. 12 anni schiavo ha fatto sì male, ha colpito, ha procurato ematomi ed escoriazioni all’anima, ma non ha affondato. Niente KO, solo qualche lacrima. Ora, non voglio dire che quella di McQueen è una visione della storia intrisa di buonismo, come invece ci si aspetterebbe partendo dalla lettura dell’autobiografia di Solomon, tutt’altro. La macchina da presa di McQueen, che indugia sulla pelle lacerata dalle continue frustrate sulla nuda schiena della serva Patsey (una straordinaria Lupita Nyong’o, alla sua prima prova d’attrice) con un estremo susseguirsi di dettagli cruenti, vuole lacerarci l’anima; vuole farci male, distruggerci, farci a pezzi, proprio come Solomon fa a pezzi il proprio adorato violino. Eppure si sente che manca qualcosa. Uscita dalla sala dopo aver visto Shame, ad esempio, mi ricordo che stetti male. Quella visione fu un’esperienza devastante; ero svuotata psicologicamente; rimasi senza fiato. Tutto questo, invece, non l’ho provato per 12 anni schiavo. Ero commossa, rattristita, ma non c’è stato niente di psicologicamente destabilizzante in questo film.

Parliamoci chiaro, se il film alla fine fa male e riesce a raggiungere quei picchi di pura crudeltà che tanto ricordano il puro e vero stile di McQueen, è grazie alla presenza di Michael Fassbender. Per quanto Chiwetel Ejiofor sia stato bravo nei panni di Solomon Northup, è il demoniaco Edwin Epps (interpretato appunto da Fassbender) il vero cuore pulsante del film; è lui che toglie ogni elemento buonista alla pellicola; sono le sue risate demoniache, i suoi sguardi che atterriscono a salvare la pellicola da ogni caduta verso un finale smielato. Siamo tutti bravi a fare i buoni, la vera sfida sta nel riuscire a dare vita ai cattivi senza cadere nel ridicolo. E McQueen grazie a Fassbender (divenuto oramai il suo più stretto e fido collaboratore) questa sfida l’ha vinta. Di certo non ha aiutato la pellicola la presenza di Brad Pitt (che del film è anche il produttore) entrato in scena come l’ennesimo eroe buono americano, disposto a tutto pur di aiutare Solomon. La sua presenza è stata davvero disturbante, e anche se il suo personaggio è realmente esistito e doveva pur apparire nella storia, con esso si è rischiato davvero di cadere in un sentimentalismo e in un buonismo poco consono al normale operare di McQueen.

Detto questo, non me la sento di bocciare in toto 12 anni schiavo; si tratta comunque di un film ammaliante, scomodo per certi versi (come scomodi sono poi tutti i film di Steve McQueen), con una regia straordinaria. Le inquadrature, il montaggio, tutto sembra rimandare ad una danza crudele ballata all’inferno sulle note delle bellissime musiche firmate da Hans Zimmer; una danza che cerca di smuovere l’anima dello spettatore, di svuotarlo. Una danza che può trasformarsi in una corsa; corse disperate che solo Steve McQueen sa regalarci; prima la corsa fatta verso l’autodistruzione da Brandon Sullivan inShame, poi con quella portata a termine, immobile, verso la morte da Bobby Sands inHunger; ora con 12 anni schiavo la corsa verso la perdita dell’anima. Con McQueen ritorna il vero cinema, quello che conta, quello che fa aprire gli occhi allo spettatore, quello che “alla fine, ci lascia un senso di perdita”.

Potrebbe interessarti anche... Altro dello stesso autore

Fai un commento

La tua email non sarà pubblicata.

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Rimani sempre aggiornato direttamente nella tua email!