Per me vivere è Cristo

La vita plasmata da Cristo. L'insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica.

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Il credente vive la sua adesione a Cristo e al vangelo all’interno dell’avventura, esaltante e faticosa, di diventare pienamente uomo in questo mondo. Ciascuno di noi vive in una realtà, che trova già disegnata senza che gli venga chiesto come, e con questa realtà deve interagire. Trova altre persone con le quali non potrà fare a meno di stabilire dei rapporti, a volte arricchenti a volte difficili, comunque carichi di responsabilità. Ciascuno cresce respirando modi di pensare, gusti e cultura che già plasmano il carattere prima di ogni scelta. Ciascuno riceve in eredità un mondo e una cultura dalle generazioni che l’hanno preceduto, rielabora questa eredità per trasmetterla, rinnovata ed arricchita, alle generazioni future. Progetta e produce trasformazioni del mondo: quello della natura e quello della società e della cultura. In una parola fa storia.

Libertà e responsabilità

Strumento di questo fare storia è l’azione consapevole e libera dell’uomo. Nell’agire, egli impegna tutto lo spessore della sua personalità: intelligenza, cuore, libertà. Nell’azione del presente confluiscono il suo passato e i suoi progetti per il futuro.
L’azione umana rompe il determinismo che regna nell’universo materiale e introduce nel mondo la possibilità della novità, la creazione di qualcosa che prima non esisteva e che senza di essa non sarebbe esistito. In una parola, l’azione umana introduce nel mondo la libertà. Ma, proprio perché nasce dalla libertà, ogni azione comporta una scelta. Le scelte libere dell’uomo non sono mai indifferenti; esse sono cariche di efficacia costruttiva o distruttiva. Attraverso di esse egli trasforma il mondo, costruisce felicità o infelicità per sé e per gli altri, realizza o distrugge la sua umanità: le sue azioni lo rendono responsabile.
Sorgono allora interrogativi ineludibili: in quale direzione camminare e quale progetto realizzare? quali obiettivi proporsi? che cosa e come fare? che cosa è il bene, il bene assolutamente dovuto come bene morale? qual è la sua traduzione in questa situazione?
Dietro questi interrogativi, che esprimono la misura della responsabilità morale della persona umana verso il mondo e verso gli altri, se ne nascondono altri ancora più decisivi: chi essere? che modello di uomo e di donna realizzare? Attraverso le sue azioni, infatti, la persona non costruisce soltanto la storia intorno a sé: costruisce se stesso. Ogni uomo è un progetto aperto; egli è affidato a se stesso, alla sua libertà. Decidendo liberamente cosa fare, l’uomo decide chi essere.
D’altra parte la risposta che ciascuno liberamente dà a questi interrogativi si situa dentro una visione globale della realtà del mondo: qual è il senso di questo mondo? che posto vi occupo io? verso dove è incamminata la mia personale avventura e la storia umana nel suo insieme? vale la pena di lottare per il bene? avrà il bene, alla fine, l’ultima parola? Dietro queste domande già vediamo in filigrana che l’orizzonte dell’uomo non si chiude su se stesso. La sua libertà è, anzitutto e al fondo di tutto, interpellata dal rapporto a cui ci invita Dio stesso, origine, fine e centro della storia. Solo in lui essa raggiunge la sua perfezione; solo il bene rende liberi. È il problema morale, in tutto il suo spessore e in tutta la sua forza: la sfida rivolta alla libertà umana, per quanto sceglie di fare e, prima ancora, per accogliere o rifiutare il dialogo con Dio.

La fede, un ascolto che trasforma la vita

Il credente trova in Cristo, suo maestro di vita, la risposta piena agli interrogativi morali. Cristo è colui che ci rivela il Padre e il suo progetto d’amore nei confronti dell’uomo. La sua parola conferisce senso e garantisce speranza a tutta l’impresa umana, illumina il cammino di ogni singolo uomo e il destino dell’intera storia.
Cristo irrompe nella vita del credente e domanda un’adesione totale alla sua parola e un abbandono confidente all’azione del suo Spirito. Questa adesione e questo affidamento costituiscono la fede.
La Scrittura descrive la fede come una forma forte di ascolto. Già nell’Antico Testamento i modelli della fede sono persone che prestano ascolto alla parola di Dio e fondano su questo ascolto tutta la loro vita: così Abramo, Mosè, i profeti (Eb 11). Un esempio affascinante è quello del giovane Samuele. In piedi davanti alla tenda dell’Alleanza, egli risponde a Dio che lo ha chiamato: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. E la Bibbia aggiunge che, da quel momento, Samuele “non lasciò andare a vuoto” una sola parola del Signore e, per mezzo suo, tutto Israele ricevette questa parola (1Sam 3,1-21).
“Ascolta, Israele…” (Dt 6,4) è l’inizio della professione di fede, che l’ebreo osservante ripete più volte al giorno. Il termine “ascolto” e ricco di contenuti. Chi parla vuole trasmettere verità che aiutano a vivere; e ascoltare significa diventare discepoli, affidarsi a un maestro, lasciarsi insegnare. Chi parla domanda un ascolto che diventi collaborazione libera e intelligente per la realizzazione di un progetto. Dio chiede all’uomo un inserimento responsabile nel suo progetto di salvezza. Ascoltare nella fede significa andare oltre la semplice udienza data a un’opinione fra le altre e dedicare alla parola ricevuta tutta la propria mente e tutte le proprie forze (Dt 6,5). Ascoltare nella fede diventa obbedire (Rm 16,26). “A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede, per la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente” (Dei Verbum, 5).
Colui che parla alla nostra obbedienza di fede non comunica solo verità o indicazioni operative. chi parla comunica se stesso, dice qualcosa di sé, vuole fare dell’ascoltatore un amico, renderlo partecipe della propria vita; credere significa appunto diventare suoi amici. Lo afferma Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).

La fede è dono e libertà

L’iniziativa è di Dio e la fede è risposta a una sua chiamata. Lo ascoltiamo perché egli ci ha raggiunti con la sua parola. Ci affidiamo a lui con un atto di amore riconoscente perché egli ci ha amati per primo. Possiamo accogliere la parola di Dio soltanto perché egli ci ha aperto il cuore all’ascolto: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44). È un dono di Dio la sua parola ed è un dono di Dio anche la possibilità di accoglierla in noi. “Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio, che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio” (Dei Verbum, 5).
Tuttavia la fede non è un meccanismo deterministico, prodotto nell’uomo alla maniera di un riflesso condizionato: è un atto di libertà. Anzi, è l’atto di libertà più profondo che l’uomo possa compiere, perché con esso sceglie di orientare tutta la propria vita secondo quella Parola a cui liberamente aderisce.
Ci sono due diversi livelli di esercizio della libertà: le decisioni anzitutto che riguardano le singole azioni, le cose da fare; ma in queste decisioni ne è in gioco una più profonda, intorno al senso da riconoscere alla nostra esistenza, una decisione che impegna tutta la vita. La fede è un aspetto di questa scelta: una scelta che sta dentro tutte le altre e le qualifica, dando loro significato e orientamento. La nostra fede non è riducibile a nessun atto particolare di fede, ma vive nel concreto di tutta la nostra esistenza, nelle singole scelte della nostra vita, ne costituisce il senso, la direzione e il punto unificante.

Cristo maestro di vita nuova

Grazie alla fede il discepolo vede in Gesù una guida per il proprio agire: le sue parole, il suo esempio, il mistero della sua morte e risurrezione hanno in sé la luce di un preciso orientamento e la forza di un imperativo morale per l’obbedienza del discepolo. Questo è il cammino dell’esperienza morale.
Poiché Dio è Creatore e Padre di tutti, Gesù è Maestro e Signore di ogni uomo e lo Spirito illumina il cuore di tutti i credenti, chi crede trova tracce della volontà di Dio e della sua parola anche attraverso i percorsi della propria retta intelligenza, che umilmente cerca il bene. Il bene a cui Dio ci chiama, non è solo quello esplicitamente proposto alla nostra obbedienza nella Bibbia – i comandamenti, le beatitudini, gli insegnamenti di Cristo e quelli degli apostoli alle prime comunità –, ma anche il bene che si mostra con evidenza ai nostri ragionamenti e alle nostre scelte.
L’obbedienza del discepolo al Signore non riduce il cristiano a un automa né gli risparmia interrogativi a volte drammatici, la faticosa ricerca, le difficoltà e l’esperienza della fragilità umana, propria di ogni cammino morale. Lo Spirito, donato a ciascuno nel Battesimo e poi negli altri sacramenti, rende però possibile questo cammino, poiché ci suggerisce la volontà di Dio e suscita in noi la forza per poterla attuare. La legge di Dio non è più scritta su tavole di pietra, ma è scritta nei nostri cuori (Ger 31,33), nel profondo della nostra vita, a somiglianza della vita di Gesù, Figlio di Dio, nel quale anche noi siamo figli (Ef 1,5).

Credere e conoscere nello Spirito

Tutto il popolo di Dio è dotato dallo Spirito Santo del “senso della fede”, cioè di quell’intuito superiore o istinto soprannaturale per poter aderire indefettibilmente alla verità trasmessa nella Chiesa, penetrarla più profondamente e viverla più pienamente.
Dall’inizio alla fine, la fede è tutta opera dello Spirito Santo. Anzi, non solo l’inizio della fede, ma la stessa disposizione a credere è un dono della grazia, cioè dell’ispirazione dello Spirito Santo, è infatti lo Spirito Santo – ribadisce il Concilio Vaticano I – che “dà a tutti la docilità nel consentire e nel credere alla verità” (Dei Filius, 3). Gesù aveva già dichiarato ai suoi discepoli: “Egli (lo Spirito di verità) vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Il Paraclito infatti non insegna una nuova verità (Gv 14,26), ma assicura una penetrazione più profonda della verità che è Gesù stesso. Mentre il “mondo” non riesce a cogliere l’intima identità di Gesù e il significato più vero della sua missione, la luce dello Spirito agisce nel cuore dei credenti come maestro e memoria vivente, come messaggero e guida, come avvocato e compagno perché i discepoli difendano la causa di Gesù nel grande processo che devono sostenere contro il “mondo”.
La fede pertanto non è una vaga emozione né una sorta di conoscenza inferiore; è anzi la conoscenza più vera, perché permette di guardare a Gesù dalla prospettiva più giusta e di vederlo per quello che egli veramente è: il Cristo. Infatti solo per mezzo dello Spirito si può credere nel Signore Gesù (1Cor 12,3) e si può riconoscere che egli “è da Dio” (1Gv 4,2). Ma la fede permette anche di conoscere il corso sotterraneo della storia, vedendola non come il campo dominato da un destino cieco e capriccioso, ma come una “storia sacra”, che lo Spirito del Cristo risorto continuamente vivifica e feconda con l’energia della Pasqua, facendola passare dal del peccato e della morte al regno della vita e dell’amore.

Il mio vivere è Cristo

Cristo, accolto nella fede, è ben più che un maestro di vita nuova. Egli ha chiesto ai suoi discepoli quello che né Buddha né Maometto, né Socrate né Epitteto hanno mai chiesto ai loro discepoli: fondare la loro vita non solo sul suo insegnamento, ma sulla sua persona. Cristo non ha solo insegnato la via, la verità e la vita; egli ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Ha chiesto ai discepoli di restare nel suo amore (Gv 15,9). Ha promesso di restare con loro fino alla fine dei secoli (Mt 28,20). La fede comporta un rapporto personale con Gesù, molto più profondo di un semplice discepolato intellettuale. Credere significa mettere la persona di Gesù al centro della propria vita, identificarsi con lui, vivere come lui, anzi vivere di lui, lasciare che sia lui a vivere in noi.
San Paolo non trova parole sufficienti per esprimere questa centralità di Gesù: in Cristo siamo stati predestinati a essere figli di Dio, siamo graditi a Dio, e in Cristo abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue (Ef 1,3-14). In lui è la nostra speranza, in lui siamo stati vivificati e salvati. Nella lettera ai cristiani di Filippi, con lapidaria concisione, Paolo afferma: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21).

Un nome alla speranza

In questa fede trova il suo alimento la speranza cristiana, che dà pienezza di senso alla tensione umana verso il futuro e la rende possibile. La vicenda terrena di Gesù Cristo dà un volto riconoscibile alla speranza che sorregge la vita di ogni uomo. Nella risurrezione, vittoria sul potere del peccato e della morte, partecipiamo alla condizione gloriosa del Figlio che siede alla destra del Padre e viviamo la vita divina comunicata a noi dallo Spirito. La speranza cristiana è anche certezza di riconciliazione con tutte le creature (Rm 8,19-25); è speranza di nuovi cieli e terra nuova (2Pt 3,13). “Là noi riposeremo e vedremo; vedremo e ameremo; ameremo e loderemo. Ecco ciò che alla fine sarà, senza fine” (Sant’Agostino, La città di Dio, 22, 30).
Di questa speranza ascoltiamo la trionfale affermazione di san Paolo nella lettera ai Romani: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,3537-39).
La speranza, virtù teologale
La speranza è una virtù teologale: come la fede e la carità, essa abbraccia Dio stesso. Per il credente, infatti, Dio è l’approdo ultimo del desiderio umano di felicità: l’unico capace di saziare veramente l’insaziabilità del cuore umano.
Le preghiere dell’antico Israele e tutta la tradizione biblica testimoniano questo desiderio intenso di Dio sopra ogni cosa e l’impazienza del credente che ne sospira il possesso: “Quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42,3). Nel Vangelo la beatitudine è descritta da Gesù in termini che promettono la visione diretta di Dio: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8).
Proprio perché ha Dio come termine ultimo, della speranza cristiana si può parlare solo per immagini. Un futuro ancora assente, ma progettato dall’uomo, può essere descritto dall’immaginazione; la vita futura dell’uomo in Dio, invece, può essere soltanto suggerita e accennata mediante figure. “Ora – dice san Paolo – vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo a faccia a faccia” (1Cor 13,12).
La speranza cristiana non è un sentimento spontaneo e naturale, non è semplice ottimismo, ma un dono di Dio. E virtù teologale, perché ha in Dio non solo il suo punto di arrivo, ma anche la sua sorgente. Noi possiamo aprirci al futuro promesso da Dio perché, in Cristo, questo futuro ha già raggiunto il nostro presente.
La speranza è anche un frutto della nostra libertà e costituisce, insieme con la fede e la carità, la decisione che sta a fondamento di tutta la vita morale. Il credente pone liberamente in Dio tutte le sue attese di vita e di felicità. La speranza comporta la decisione di abbandonarsi senza riserve alla logica esigente della croce, del seme che muore per portare frutto (Gv 12,24), affidando unicamente a Dio la propria realizzazione e la propria felicità.

La speranza, fondamento di impegno nella storia

A volte si insiste sulla denuncia del carattere illusorio e falso dei beni terreni, erigendo quasi un muro tra cielo e terra, tra divino e umano, tra definitivo e provvisorio, tra Chiesa e mondo, quasi si dovesse scegliere, con sofferenza, tra l’uno e l’altra. La meditazione sulla speranza cristiana matura nella Chiesa la convinzione che la speranza non si edifica sulle rovine dei beni di questo mondo, sulle sue macerie. Essa non distrae dalle realtà e dagli impegni terreni, ma ne costituisce il fondamento e la giusta misura.
Di fronte alla tentazione che il mondo diventi la parola ultima e definitiva dell’uomo, la speranza dei beni futuri aiuta a prendere le misure, ma non sollecita il disimpegno. Anzi, essa rende capaci di scorgere nei beni presenti il segno e l’anticipo dei beni ultimi. E così non svuota il presente, ma lo riempie di senso. “L’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo” (Gaudium et spes, 39). L’uomo della speranza sa che ogni singola avventura umana e il grande fiume della storia sono incamminati verso la manifestazione piena del regno di Dio, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28). L’impegno profuso dagli uomini nella realizzazione della giustizia, della fraternità, di una maggiore libertà e dignità non sarà mai perduto. Ritroveremo tutto il bene compiuto dall’uomo, trasfigurato, portato a compimento e liberato da ogni ambiguità, quando Cristo consegnerà il Regno al Padre.
Questa speranza sostiene il credente nelle lotte e nelle rinunce connesse con l’impegno morale: chi vive la propria vita come partecipazione alla morte di Cristo, partecipa anche alla sua risurrezione (Rm 6,5-7).

La fine senza fine

La speranza che ci spinge in avanti verso il futuro di Dio non è affidata alle nostre fragili forze: è il dono dello Spirito Santo, ed è “per la (sua) virtù” che ci è dato di “abbondare nella speranza” (Rm 15,3). Se questa speranza non rischia il naufragio come tanti nostri poveri sogni e non conosce l’amarezza della delusione, è solo perché “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5,5).
Con il battesimo abbiamo già “la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori” (2Cor 1,21); questa caparra ci assicura che il nostro futuro ultimo sarà lo stesso di Cristo Gesù. Infatti, la storia passata ha già conosciuto la rivelazione dello Spirito come “di colui che ha risuscitato Gesù dai morti”, ma anche il presente è sotto il segno della sua azione incessante, poiché egli “abita” in noi e nel futuro ultimo “darà la vita” anche ai nostri corpi mortali (Rm 8,11). Grazie dunque allo Spirito Santo l’evento del passato si rende presente nell’oggi per realizzarsi pienamente nel compimento definitivo. Lo Spirito è stato “effuso da lui (dal Padre) su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, Salvatore nostro, perché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna” (Tt 2,6-7).
L’ultima parola della storia sarà il grido ardente dello Spirito che unisce la sua voce a quella della Chiesa-sposa e invoca: “Vieni, Signore Gesù!”. Il lento fluire dei giorni, il succedersi drammatico degli eventi, le pagine più luminose degli uomini e dei popoli come quelle più faticose e più buie sono destinate a riassumersi in quel grido, a cui non può mancare l’eco della risposta fedele del Signore che assicura: “Sì, vengo presto” (Ap 22,20).

Alla radice dell’amore

La fede e la speranza diventano vive e operanti attraverso la carità, l’amore divino che anima l’agire dell’uomo.
Gesù ha riassunto tutta la legge e i profeti nel duplice comandamento di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, e di amare il prossimo come se stessi (Mt 22,37-40).
A sua volta san Paolo ha elencato la carità fra “le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità, ma di tutte più grande è la carità!” (1Cor 13,13). Nei vari elenchi dei “frutti” dello Spirito, l’amore non manca mai, anzi occupa sempre una posizione chiave: o apre la serie, come nella lettera ai Galati (Gal 5,22) oppure la chiude, come nella seconda lettera ai Corinzi (2Cor 6,6). Paolo vuole farci capire che il frutto più importante prodotto dallo Spirito Santo è appunto l’amore. L’amore infatti rappresenta la pienezza della legge, è “il vincolo di perfezione” (Col 3,14) e racchiude tutti gli altri frutti dello Spirito, perchè “la carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia…” (1Cor 13,4-7). Nella lettera ai cristiani di Efeso San Paolo collega la raccomandazione di “non rattristare lo Spirito Santo di Dio” al comando di far scomparire ogni mancanza contro la carità (asprezza, sdegno, ira, clamore, maldicenza, malignità) ed esorta la comunità a un esercizio positivo degli atteggiamenti della carità (Ef 4,30-32).
Essendo la carità fraterna virtù eminentemente ecclesiale, lo Spirito Santo la dona anzitutto all’interno della comunità cristiana: “Lo Spirito, unificando egli stesso il corpo (di Cristo) con la sua forza e con l’intima connessione dei membri, produce e stimola la carità tra i fedeli” (Lumen gentium, 7), e così la Chiesa diventa segno e strumento “dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, 1).
Leggiamo in Sant’Agostino: “Interroga il tuo cuore e se lo trovi pieno d’amore, tu hai lo Spirito di Dio” (Trattato sulla prima Lettera di Giovanni, 6, 3, 10). La presenza dello Spirito Santo crea nell’uomo un vero principio divino di vita e di attività: “L’uomo spirituale tende ad agire non principalmente secondo la sua volontà, ma per l’istinto dello Spirito Santo. Così risulta dal testo di Isaia: “Come fiume violento è l’azione che sorge dallo Spirito” (Is 59,19); e da quello di Luca: “Fu portato dallo Spirito nel deserto” (Lc 4,2). Questo non esclude che gli uomini spirituali agiscano liberamente, poiché lo stesso movimento della volontà viene causato in loro dallo Spirito Santo, come insegna l’apostolo: “È Dio che suscita in voi il volere e l’operare” (Fil 2,13)” (San Tommaso d’Aquino, Commento alla Lettera di Romani, 8, 3).

Giudicati sull’amore

Amare Dio significa riconoscere il suo amore per noi, vivere nella fede e nella speranza di questo amore, rendendo sempre grazie a colui la cui fedeltà nell’amarci non viene mai meno, neanche di fronte al nostro peccato o rifiuto.
Ma come è possibile voler bene a Dio attraverso le nostre azioni? Possiamo fare qualche bene a Dio? Parrebbe addirittura irriverente e assurdo porre una tale domanda!
Eppure, il Dio in cui credono i cristiani è un Dio che dialoga con l’uomo, che si è reso accessibile al nostro amore attraverso l’incarnazione del Figlio, divenuto in tutto partecipe della nostra condizione umana. In forza dell’incarnazione del Figlio, Dio si è fatto vulnerabile nella persona di ogni uomo, perché ha voluto che ogni uomo fosse per lui come un figlio. Per ogni uomo Dio piange o fa festa, come piange o fa festa un padre per il figlio smarrito e ritrovato (Lc 15,11-32). Fattosi uomo, povero e bisognoso, il Figlio di Dio è presente in tutti i suoi “piccoli fratelli”; qui lo possiamo veramente amare e aiutare: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare.. . Signore, quando…? Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46).
Partendo dall’immagine del giudizio lasciataci da Gesù, la meditazione della Chiesa ha proposto alla vita dei credenti le cosiddette “opere di misericordia corporale”: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire chi è nudo, ospitare i pellegrini, visitare gli ammalati e i carcerati, cui ha aggiunto la pietà per la sepoltura dei morti. La tradizione catechistica ha poi affiancato a queste altrettante “opere di misericordia spirituale”: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Sono atteggiamenti molto semplici, che possono apparire persino deboli dinanzi al nostro entusiasmo per i grandi gesti di carità. Ma, nella pratica quotidiana di questa carità concreta, matura in noi un costante atteggiamento evangelico.
“Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce, Parole di luce e di amore, 1, 57). In questa luce dobbiamo intendere la stretta parentela tra il secondo comandamento e il primo: “Il secondo è simile al primo”, ha detto Gesù (Mt 22,39). I gesti concreti dell’amore del prossimo sono talmente importanti, che Dio dà loro la precedenza persino sulle manifestazioni dell’amore per lui: “Se presenti la tua offerta sull’altare e liti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro dite, lascia li il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).

L’amore, verità di Dio e dell’uomo

L’amore verso i fratelli in Cristo non è un comandamento come gli altri e neppure una sintesi di tutti i nostri doveri. E una virtù teologale, che si alimenta all’amore di Dio per noi e che traduce in pratica il nostro amore verso di lui. Il credente trova nell’amore di Dio la forza e il perché ultimo del suo amore verso il prossimo: un perché valido anche quando le motivazioni umane decadono, come accade nel caso dell’amore verso i nemici.
Giovanni nel suo Vangelo sottolinea con particolare insistenza il legame tra il dono di Gesù nell’ultima sua ora e il comandamento della carità. La sera dell’ultima cena, Gesù, “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1); in questo contesto egli dice: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).
Anche nella sua prima lettera Giovanni torna sull’argomento, descrivendo l’amore cristiano per i fratelli come risposta riconoscente del credente all’amore di Dio e come partecipazione alla vita stessa di Dio che in Gesù si è rivelato come amore: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore… In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati… Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,7-81016).
La conclusione è semplice quanto profonda: l’amore è la verità di Dio e dell’uomo. Dio è amore e nell’amore si manifesta; l’uomo è fatto per essere amato e per amare.

Amatevi come io vi ho amato

C’è modo e modo di intendere la parola amore. Anche l’amore può essere frainteso. Nella presentazione che ne fa certa letteratura, preoccupata più di piacere che di essere fedele alla integralità del vangelo, il primato dell’amore rischia di dissolvere la fede cristiana nell’attivismo delle opere buone, in un fare che sostituisce del tutto il dialogo con colui che abita nei cieli. Tale riduzione semplificatrice del vangelo compromette il dialogo con Dio e lo stesso esercizio autentico della carità cristiana.
Non è infatti possibile l’amore cristiano per il fratello, se non è generato continuamente dalla fede e dal riconoscimento dell’amore di Dio. L’amore per il fratello può trasformarsi facilmente in desiderio egoista di piacere agli altri per non rimanere soli, in servilismo tutto preoccupato di non inquietare nessuno, in complicità succube e perfino in zelo violento. Per sfuggire a questi rischi occorre risalire al modello insuperabile che è Gesù. Egli ha preso le distanze, non si è adeguato, ha accusato e inquietato coloro che non hanno accolto il suo amore. Per questo fu estromesso dalla città e ucciso. Il suo amore non corrisponde a quello che in genere gli uomini chiamano amore!
Per questo Gesù ha detto: “Amatevi… come io vi ho amato” (Gv 13,34). Non è dunque a partire da noi, dalla nostra esperienza, che si comprende che cosa sia l’amore, ma dalla croce di Gesù. Originario non è il nostro amore, ma quello di Dio manifestato nella vita di Gesù. E Gesù a dirci quale sia veramente l’amore vero, quello di Dio e il nostro.

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