Quando non poteva strappare la grazia…

Il Settimanale di Padre Pio

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Tra il 1957 ed 1958 venne a San Giovanni Rotondo l’attrice napoletana Titina De Filippo che, presentata da una conoscente a Padre Pellegrino, gli disse: «Sto poco bene e desidero chiedere a Padre Pio una preghiera e una benedizione per me».
A questo nostro confratello, che aveva l’hobby della commedia napoletana, non sembrò vero di poter soddisfare il desiderio della grande artista e, dopo averla fatta accomodare nel recinto esterno del piccolo chiostro, si portò dal Padre e gli chiese se poteva scendere nel chiostro, per incontrare Titina. Padre Pio notò subito l’interessamento ed il calore con cui egli perorava la causa e disse: «Vengo, perché so che questa tua amica è malata come me. Sono sempre disposto a mettere la firma sulle sofferenze che uniscono gli uomini, mai su quelle che li separano».
Così Padre Pellegrino descrive la scena commovente dell’incontro: «Padre Pio con uno sguardo dolce, calmo e fisso scrutò Titina per un attimo, non come se la vedesse la prima volta, ma come se avesse di fronte una vecchia conoscenza; e con l’evidente intenzione di accrescere nell’animo della pellegrina il gaudio della fede, con aria molto lieta le offrì quello che considerava per lei piacevole e rassicurante: un sorriso luminoso di paradiso. Titina, intimamente commossa, si trasformò subito, nel volto, da triste a sorridente, come se, ricevuto un ordine perentorio di allontanare ogni timore, lo avesse eseguito alla perfezione. Di fronte alla sua richiesta di preghiere, Padre Pio, in un impeto di comprensione e di compassione, le disse con semplicità e convinzione che da quello stesso momento lei poteva contare su tutte le sue preghiere. L’offerta fu accettata da Titina con genuina gioia temperata dalla realtà della malattia, ma raddolcita dalla speranza. Padre Pio le mise, con affetto e naturalezza, la mano guantata sulla testa. Ed anche Titina fu felice di mettere nelle sue mani la propria anima ed ascoltò lusingata e devota le parole di conforto dette dal saggio e cordiale Cappuccino. Contenta di quanto aveva già ottenuto e di contemplarlo come la persona più cara del mondo, non disse più niente ma poi, ritenendo troppo breve il dolce incontro, anche perché non gli aveva baciato la mano, allungò verso di lui le mani imploranti e carezzevoli… Padre Pio tornò indietro e si lasciò baciare e ribaciare la mano dall’artista, come se fossero tutti e due in procinto di partire e si dicessero l’estremo addio. Padre Pio la benedisse ancora e, mentre si allontanava, si rigirò tre volte verso di lei per salutarla con altrettanti gesti delle mani ed altrettanti sorrisi. Quando fu solo con me, dietro la prima porta imboccata, asciugò con il suo fazzoletto azzurro un rivoletto di sangue sgorgante da sotto il guanto lungo l’indice della mano sinistra e disse, commosso la seguente preghiera: «Non mi ribello, Signore. Però convieni anche Tu che è un po’ troppo amaro non potere esprimere a fatti verso una povera inferma il sentimento di generosità, che Tu stesso hai messo nel mio cuore. Certamente io non posso dare niente a nessuno, se prima non ricevo da Te. E questa situazione, o per amore o per forza, l’accetto con umiltà. Ma Tu mi fai soffrire non tanto perché non mi dai, quanto perché non mi metti in condizione di offrire qualcosa né a Te, né ad altri. Tuttavia sia fatta la tua volontà, Signore».
Padre Pellegrino capì che per Titina Padre Pio non aveva potuto strappare dalle mani di Dio la guarigione. Ed amareggiato borbottò, fece quasi delle rimostranze. Il Padre con calma, ma anche con severità ribatté: «Non si può forzare la volontà di Dio oltre certi limiti… Le grazie non le faccio io, che poi non sono neppure un santo. Io per questa tua amica, come per gli altri del resto, ho offerto a Dio tutti i dolori della mia vita, senza nessuna riserva. Che avrei dovuto fare di più?».
Ma, sembrandogli il confratello un puledro in preda ad una furia scatenata, ammonì: «Di fronte a qualsiasi sofferenza dovrebbero passare in second’ordine o scomparire i sentimenti di simpatia e di antipatia per far posto a quelli della compassione e dell’amore».
E, ammettendo e riaffermando Padre Pellegrino che egli, oltre ad avere solidarietà, nutriva per Titina anche grande simpatia, Padre Pio, nonostante che avesse il cuore amareggiato, suggerì: «Faresti molto meglio ad andare oltre il sentimento della simpatia, per vedere in lei i milioni di sofferenti sparsi in tutto il mondo. L’amore così non diminuisce, ma si accresce e si perfeziona».
Alcuni anni dopo, nel 1963, Padre Pellegrino apprese la triste notizia della scomparsa di Titina De Filippo e, nel comunicarla a Padre Pio, disse tra l’altro che alla prima occasione sarebbe andato a deporre sulla sua tomba un fiore colto nell’orto del convento. Il Padre si commosse, e gli disse: «Il fiore su quella tomba è già sbocciato. Dille piuttosto una Messa». Ma, quando Padre Pellegrino gli assicurò che la Messa l’aveva celebrata, egli sorrise: «Bene! Se proprio vuoi andare a visitare quella tomba, di fiori portane almeno due: uno per te, uno per me».

Padre Marcellino IasenzaNiro,
Il Padre. Sacerdote carismatico. Testimonianze,
pp. 414-417

Servizio Liturgico “Francesco Buenza”

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