Salvare una libreria si può! Il nobile gesto di alcuni lettori

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Sono trentadue cavalieri coraggiosi, o meglio lettori coraggiosi, partiti lancia in resta per salvare la loro libreria. In marzo tutto sembrava finito, le serrande abbassate come quelle del Mocambo di Paolo Conte. Un cartello di speranza in vetrina: «Momentaneamente chiuso». Otto lunghi mesi di black out e ieri, grazie ai cavalieri coraggiosi, che hanno versato ciascuno cinquemila euro, la riapertura della libreria storica Boragno di Busto Arsizio, cittadina in provincia di Varese.

Tra i soci ci sono professionisti e imprenditori, avvocati, commercialisti e medici, piccoli editori locali e nazionali, ma anche casalinghe, insegnanti in pensione e persino studenti che hanno messo a disposizione il guadagno di lavoretti estivi fatti qua e là negli anni. Qualche famiglia ha rinunciato alle vacanze pur di vedere riaperte le vetrine della sua libreria preferita.Un bel negozio nel centro città, in via Milano, un complesso di case di ringhiera, con cortili e piante, che è stato una vera e propria cittadella della carta. Anno di fondazione 1912 in piazza San Giovanni. Poi il trasloco: una cartoleria d’altri tempi, un elegante negozio di penne, una libreria giuridica e una libreria generalista.

Il tutto dove un tempo c’era il glorioso Cinema Castelli. Una sottoscrizione popolare, partecipazione sentimentale oltre che economica, e il gioco è fatto: almeno la libreria è salva. Anche così si batte la crisi delle librerie indipendenti.È fuori di sé dalla gioia Francesca Boragno, che ha cominciato a lavorare nella cartolibreria di famiglia diciottenne, 32 anni fa. È stata lei l’anima degli incontri, delle presentazioni, delle mostre per qualche decennio. Non crede ai suoi occhi il «bionico» papà Carlo, 85 anni, venuto in Lombardia da Finale ligure negli anni 50 per accontentare sua moglie, Anna Pianezza, bustocca doc, erede dei maggiori cartolai della città. I Boragno sono un’istituzione e nessuno avrebbe mai pensato che la crisi potesse dare un colpo di grazia anche ai loro negozi storici.

Invece, in marzo, la débâcle . Ma Francesca, con i suoi fratelli Mario e Ludovico, non vogliono mollare. E immediatamente parte il tam tam: bisogna salvare la libreria. Il «progetto romantico» è stato affidarsi ai cittadini. Alessandro Mazzucchelli è un anziano signore, ex bancario, nominato sul campo presidente della società Bustolibri.com. Con altri amici e il notaio napoletano Mario Lainati, si è dato da fare per «muovere l’aria» e mettere insieme una cordata di soci che rilevasse il magazzino di 25 mila volumi esposti in 90 metri quadri di superficie, i bei mobili in legno, il logo, i computer. E l’afflusso, ieri, non è mancato: intenso e commosso, non si contavano le esclamazioni di gioia, i «complimenti!» e i «finalmente!».

I vecchi impiegati, Anna, Raffaele e Corrado, con le lacrime agli occhi.Michela è la socia più giovane, 28 anni: «Qui ci veniva mia nonna, che mi ha insegnato ad amare i libri». «Via Milano era diventata un buco nero», dice l’ex libraio Rainero Bera. Per questo ha fatto il suo investimento, nonostante sia un precario. «La Boragno ha sempre fatto l’attività culturale che la biblioteca civica non può fare per mancanza di fondi». Emilia Persenico ha insegnato in un liceo artistico, oggi dipinge (in un garage) e non ama le catene librarie. Appena la Boragno ha chiuso, ha mandato una mail alla sua amica Francesca: «Cosa possiamo fare?»: «Questa città che credevo addormentata mi ha stupita», dice. Nei giorni scorsi, si è prestata per svuotare scatoloni, risistemare gli scaffali e mettere i bollini rossi delle promozioni. «Questa è anche casa mia», aggiunge con un bel sorriso. Un’altra socia è Elisabetta Farioli, anche lei bustocca da generazioni, si definisce «giornalista a riposo»: «Passare da qui e vedere le vetrine oscurate e il negozio inanimato era un’angoscia: la Boragno è stata l?anima culturale di Busto, è un luogo in cui incontrare, parlare, respirare». È arrivata all’inaugurazione con una rosa bianca per la sua amica Francesca. Anche i fratelli Antonio e Mariella Pecchini, lui sculture, lei ex insegnate elementare, hanno voluto rimediare al «deserto» dei mesi scorsi. Così lo chiamano. Idem l’architetto Giorgio Faccincani: «Perché ho aderito? Perché non amo i negozi di libri, ma amo le librerie». Un esempio per le tante librerie indipendenti che soffrono? Perché no?

fonte: corriere.it

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