Santissima Trinità (Anno A)

Dio non è lontano dall’uomo. Noi siamo amati da Dio come figli.

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La sapienza della Chiesa pone la solennità della Santissima Trinità dopo la Pentecoste; non si possono penetrare i misteri divini senza lo Spirito Santo che egli ci ha lasciato in eredità. Dio si è progressivamente rivelato ai patriarchi e ai profeti. La misericordia e la fedeltà di Dio convinsero Mosè a chiedere all’Altissimo di camminare con il popolo. Bisognerà arrivare alla manifestazione di Cristo Gesù, per cogliere l’intima essenza della Santissima Trinità. Nell’odierna celebrazione, lo Spirito Santo, ci rivela che il Padre e il Figlio desiderano ardentemente avvicinarsi agli uomini e donare la vita eterna ai credenti (Vangelo). Se il firmamento è sfuocato dalle nubi delle nostre occupazioni e il trono del suo regno è così distante dai nostri abissi, che pur Egli dice di poter penetrare: «Fatevi coraggio a vicenda», esorta san Paolo (II Lettura). L’iniziativa del Padre e del Figlio è di stare accanto all’umanità ancora oggi. Lo Spirito Santo, invocato per la comunità di Corinto, si fa dono e impegno per i battezzati nel nome della Trinità. Noi siamo il tempio santo abitato dallo Spirito.

I termini che Gesù sceglie per raccontare la Trinità, sono nomi di famiglia, di affetto: Padre e Figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito è nome che dice respiro: ogni vita riprende a respirare quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata. In principio a tutto è posta una relazione; in principio, il legame. E se noi siamo fatti a sua immagine e somiglianza, allora il racconto di Dio è al tempo stesso racconto dell’uomo, e il dogma non rimane fredda dottrina, ma mi porta tutta una sapienza del vivere. Cuore di Dio e dell’uomo è la relazione: ecco perché la solitudine mi pesa e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo o trovo amicizia sto così bene, perché allora sono di nuovo a immagine della Trinità.Nella Trinità è posto lo specchio del nostro cuore profondo, e del senso ultimo dell’universo. Nel principio e nella fine, origine e vertice dell’umano e del divino, è il legame di comunione. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio… In queste parole Giovanni racchiude il perché ultimo dell’incarnazione, della croce, della salvezza: ci assicura che Dio in eterno altro non fa che considerare ogni uomo e ogni donna più importanti di se stesso. Dio ha tanto amato… E noi, creati a sua somigliante immagine, «abbiamo bisogno di molto amore per vivere bene» (J. Maritain).

Da dare il suo Figlio: nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare (non c’è amore più grande che dare la propria vita…). Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi o a intenerirsi, ma a dare, un verbo di mani e di gesti. Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato dall’unico grande peccato: il disamore. Gesù è il guaritore del disamore (V. Fasser). Quello che spiega tutta la storia di Gesù, quello che giustifica la croce e la Pasqua non è il peccato dell’uomo, ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere alla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede abbia più vita. Dio ha tanto amato il mondo… E non soltanto gli uomini, ma il mondo intero, terra e messi, piante e animali. E se lui lo ha amato, anch’io voglio amarlo, custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio come frammento della sua Parola. Il mondo è il grande giardino di Dio e noi siamo i suoi piccoli “giardinieri planetari”. Davanti alla Trinità, io mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome amore.

Parola di Dio (QUI per leggere e meditare le letture del giorno)

Es 34,4b-6.8-9. Dn 3,52-56. 2Cor 13,11-13. Gv 3,16-18

Fonte: la-domenica.it – Avvenire.it

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