Santissima Trinità (Anno C)

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Letture del Giorno:

Pr 8,22-31;

Sal 8;

Rm 5,1-5;

Gv 16,12-15;

Di recente (era il 2013), per decisione del papa Benedetto avallata dal suo successore, si è celebrato l’Anno della Fede. La solennità odierna invita a tornare sull’argomento, perché celebra la Santissima Trinità, che è al centro della fede cristiana.

Conviene anzitutto considerare il motivo per il quale questa festa sia stata collocata, non a caso, subito dopo la Pentecoste E’ presto detto: la Pentecoste conclude la celebrazione della Pasqua; la domenica successiva è come un volgersi indietro a riconsiderare nell’insieme gli eventi appena celebrati, il cui protagonista non è semplicemente l’Uomo-Dio Gesù. Con lui hanno operato il Padre e lo Spirito Santo, come è accennato anche nel vangelo odierno (Giovanni 16,12-15) e nella seconda lettura (Lettera ai Romani 5,1-5). Dunque, insieme (né potrebbe essere altrimenti), il Padre, il Figlio e lo Spirito, che sono insieme l’unico Dio.

Così è stato rivelato: il che non significa avere tutto chiaro, circa il mistero divino; la realtà del Dio-Trinità concerne il cuore della fede, e più che mai si avvertono qui i limiti dell’umana intelligenza, che di natura sua non può spingersi oltre l’ambito dell’orizzonte sperimentabile: per andare più in là, ha bisogno di qualcuno che le faccia luce e indichi la via. Ecco la fede.

Secondo qualcuno, fede e ragione sarebbero tra loro contrarie e inconciliabili; la ragione che, dicono, è la dote precipua dell’uomo, non può ammettere l’esistenza di qualcosa che sfugga alle sue capacità di comprensione e non sia scientificamente dimostrabile; non ci sono prove, dicono, dell’esistenza di Dio, quindi la fede non ha senso. A costoro si potrebbe rispondere come già fece Pascal: non esistono neppure prove che dimostrino che Dio non esiste; quindi perché il credere dovrebbe essere contro la ragione, e invece il non-credere sarebbe ragionevole? Di fronte a certe questioni (quali il senso della vita, la distinzione tra bene e male, il destino ultimo dell’uomo) non si può rimanere indifferenti, e allora, se si deve scommettere tra l’esistenza o la non-esistenza di Dio, conviene scommettere sull’ipotesi positiva, che vede l’uomo come creatura voluta e amata per un destino buono che la riunirà al Creatore.

Peraltro, la fede non è alternativa alla ragione, come se chi crede rinunciasse a ragionare: tutt’altro. La fede non va confusa con l’irrazionale o l’immaginario; essa anzi richiede l’intelligenza: Dio ha dotato l’uomo di intelligenza, anzitutto perché cerchi Lui nelle tracce che ha lasciato di sé (ad esempio nelle meraviglie del creato: si veda in proposito la prima lettura di oggi, Sapienza 8,22-31). Cerchi Lui, anche ricordando quanto Egli ha fatto a beneficio dell’uomo (che ha toccato l’apice con la Pasqua di Gesù). Cerchi Lui, nei frutti benefici di chi secondo la fede conduce la propria esistenza. Ci vuole intelligenza per capire la Bibbia e tradurla fedelmente nel vivere quotidiano; ci vuole intelligenza per riconoscere che vivere secondo Dio e non seguendo i propri istinti è di gran lunga più consono con la dignità dell’uomo. E se, pur applicando l’intelligenza più acuta, l’uomo non potrà mai capire Dio sino in fondo, anche questo è ragionevole: se potessimo conoscere tutto di Lui, significherebbe che siamo uguali a Lui. Ma allora, presunzione a parte e detto brutalmente, di uno come noi non sapremmo che farcene.
 L’umana ragione non può capire tutto di Dio, ma molto, sì. Egli si è fatto conoscere; addirittura, pur restando sempre Dio, si è fatto uno di noi, si è mosso nel nostro mondo, ha parlato con le nostre parole, ci ha ammesso nella sua intimità. L’unico Dio è tre Persone: se non l’avesse detto lui, non avremmo mai potuto saperlo. Saperlo non significa capirlo, ma quanto meno significa che ci ha ritenuti degni delle sue confidenze, capaci di entrare in amicizia con lui e di condividere un giorno la sua stessa vita.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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