Sei tu colui che deve venire?

Sappiamo rispondere alla domanda "Chi è Gesù"?

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Più che parlare di se stesso, Gesù ha parlato del regno di Dio, ma ha anche posto tutte le premesse per identificarlo con la sua persona.Il Vangelo di Marco si apre con queste parole: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). Potremmo riesprimerle così: la lieta notizia consiste nel fatto che Gesù di Nazareth è il Messia, è il Figlio di Dio. È chiaro che per l’evangelista la lieta notizia non è soltanto l’annuncio del Regno fatto da Gesù, bensì Gesù stesso.

Ma chi è Gesù?

Non è facile rispondere a questa domanda, perché nella persona, nelle azioni e nelle parole di Gesù c’è come una tensione: da una parte, la sua pretesa di essere il Figlio di Dio e le opere potenti che la manifestano; dall’altra, la sua realtà così fragile, quotidiana, che sembra smentirla. Da una parte i miracoli, dall’altra la croce. Ma è proprio in questa tensione che sta la verità di Gesù.
Rispondere alla domanda su chi è Gesù non è facile anche per un secondo motivo. Nel racconto del processo, Pilato domanda a Gesù: “Di dove sei?” (Gv 19,9). Ma a questa domanda Gesù non risponde; non collabora, lasciando Pilato solo di fronte all’interrogativo che lo turba: o perché è inutile dire, dal momento che tutto è già stato detto; o perché la risposta va cercata nei fatti, che Pilato può constatare, e non nelle parole soltanto.
Di fronte al mistero di Gesù, che interpella e inquieta, ogni uomo deve trovare personalmente la risposta. È una decisione personale, che non si può delegare a nessuno.
Nella stessa direzione va l’episodio, riportato da Matteo e da Luca (Mt 11,2-6Lc 7,18-23), in cui Giovanni Battista, dal carcere, invia messaggeri a Gesù, per domandargli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. A questa domanda Gesù non dà una esplicita risposta. Offre gli argomenti per rispondere, in particolare i suoi miracoli e la sua accoglienza dei diseredati, ma anche lo “scandalo” che tutto questo suscita; lascia però la conclusione a chi gli ha posto la domanda.

Il dibattito su Gesù

L’interrogativo “Chi è Gesù?” è il filo conduttore dei Vangeli. Essi si presentano come racconti, all’interno dei quali si svolge un dibattito: personaggi differenti, scorgendo ciò che accade, dicono il loro parere intorno a Gesù e prendono posizione, chi in un modo chi nell’altro.
Nel Vangelo di Marco, ad esempio, il dibattito intorno a Gesù si allarga progressivamente man mano che la vicenda procede. Alcuni abbandonano tutto e si decidono a seguirlo (Mc 1,16-202,143,13-14). La gente lo attornia da ogni parte – al punto che Gesù ordina di tenergli a disposizione una barca, per non essere oppresso dalla folla (Mc 3,9) –, lo ascolta con simpatia e resta affascinata dalla novità e dall’autorevolezza del suo insegnamento (Mc 1,27); soprattutto è attratta dai miracoli che egli compie e ne resta ammirata. Tuttavia non comprende a fondo e non si decide: rimane a guardare.
Tra gli scribi e i farisei, invece, c’è chi prende subito posizione e oppone un netto rifiuto: non può accettare il modo in cui Gesù intende la Legge (Mc 3,6) e interpreta i suoi gesti non come opera di Dio, ma come inganno di Satana (Mc 3,22). Gli stessi abitanti di Nazareth passano da un iniziale stupore allo scandalo e al rifiuto(Mc 6,16).

Il Messia crocifisso

In una pagina molto densa, collocata proprio al centro del suo Vangelo, Marco sembra voler riassumere l’intero dibattito; raccogliendo i diversi pareri su Gesù (Mc 8,27-9,13). Gesù stesso pone la domanda: “Chi dice la gente che io sia?”. E poi ai discepoli: “E voi chi dite che io sia?”. La gente pensa che egli sia un profeta. Per i discepoli, invece, egli è il Messia. Interviene Gesù stesso, precisando di essere il Figlio dell’uomo incamminato verso la croce. Infine, nell’episodio della trasfigurazione, si ode la voce celeste: egli è il Figlio unigenito, che occorre ascoltare.
Fra i due estremi del dibattito – il parere della gente e la rivelazione della voce celeste – c’è un contrasto fra Pietro e Gesù. Oggetto del contrasto sono la messianicità e la croce, appunto i due aspetti che a prima vista sembrano elidersi e che invece occorre collegare se si vuole cogliere la vera identità di Gesù. Pietro vorrebbe una messianicità senza croce: la sua immagine di Dio non lascia spazio alla croce. Gesù invece svela la sua identità proprio attraverso la croce.
Un analogo contrasto lo si ritrova ai piedi del Crocifisso (Mc 15,29-39). Di fronte a Gesù, se si guarda la scena dal punto di vista dei presenti, si notano due atteggiamenti. Da una parte stanno coloro che pretendono che il Messia abbandoni la croce e compia miracoli: “Scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”. Dall’altra il centurione pagano, che coglie la divinità di Gesù proprio sulla croce: “Vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio””.
L’autentico credente è per Marco questo centurione, che accoglie e riconosce Gesù come Figlio di Dio e lo riconosce proprio perché Gesù non accetta di salvare se stesso. La discriminante per accogliere o rifiutare Gesù, per dare di lui una risposta o un’altra, è la croce, evento che continua anche oggi a interpellarci con la stessa forza di allora (1Cor 1,18).

Fonte: Educat.it

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