Torniamo ad apprendere la disciplina del silenzio e della pazienza

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OMELIA DELL‘ARCIVESCOVO DI CANTERBURY
 
Santità, Fratelli e sorelle in Cristo,
è per me un grande onore trovarmi qui, nel luogo in cui i miei predecessori stettero nel 1989 e 1996, e offrire ancora una volta, come abbiamo fatto più recentemente in Westminster (e Assisi), il sacrificio della lode, che dobbiamo al Signore nel cui nome siamo battezzati: l’unico Signore che per mezzo del suo Spirito rende riconoscibile in ogni membro del suo Corpo sacramentale l’immagine e la vita abbondante del Cristo suo Figlio, attraverso le tentazioni e le lotte della nostra vocazione battesimale.
San Gregorio Magno ha parlato molto delle lotte e delle tentazioni proprie di coloro che sono chiamati a rivestire un ministero nella Chiesa di Dio. Essere chiamati a questo servizio significa essere chiamati a diversi tipi di sofferenze – il tormento della compassione, come egli lo chiama (Moralia 30.25.74), la consapevolezza quotidiana delle urgenti necessità, corporali e spirituali, dell’umanità, e il tormento delle lodi ricevute, dell’adulazione, della posizione che si occupa (ib. 26.34.62). Quest’ultima è un tormento poiché quanti sono chiamati a questo ministero sono ben consapevoli della loro propria debolezza ed instabilità interiore. Ma questa consapevolezza è una consapevolezza salutare, che, fra le altre cose, ci aiuta a servire effettivamente quanti sono in difficoltà, e ci ricorda che noi possiamo trovare stabilità,soliditas, solo nella vita del Corpo di Cristo, non nel nostro risultato (Homilies on Ezekiel).
Sono, queste, intuizioni profondamente radicate nella formazione monastica di San Gregorio. L’umiltà è la chiave di ogni ministero fedele, un’umiltà che cerca costantemente di essere immersa, introdotta nella vita del Corpo di Cristo, senza mirare ad un eroismo o ad una santità individuali. Ed è questa umiltà che l’autore della prima vita di San Gregorio, scritta in Inghilterra all’inizio dell’ottavo secolo, pone in testa alla lista delle sue virtù di santo, associandola con il dono della profezia, che gli permetteva di vedere ciò di cui il popolo inglese aveva bisogno e di rispondervi con l’invio, da questo luogo, della missione di Sant’Agostino. Lo stesso San Gregorio, in verità, opera quest’associazione tra umiltà e profezia nei Dialoghi. Il vero pastore e guida nella Chiesa è colui che, essendo rapito nell’eterno atto di auto-offerta di Gesù Cristo attraverso i misteri sacramentali della Chiesa, è libero per poter vedere le necessità degli altri come veramente sono. Ciò può causare tormento, poiché questi bisogni possono essere tanto profondi e tragici; ma ciò ci spinge anche all’azione, per rispondere a questi bisogni nel nome e con la forza di Cristo.
E qui si trova il cuore della visione monastica di Gregorio, quella visione che sino ai nostri giorni cercano di vivere i fratelli e le sorelle di Camaldoli, il cui millennio celebriamo qui oggi con profonda gioia. Essere immersi nella vita sacramentale del Corpo di Cristo richiede l’immersione quotidiana della contemplazione: senza di essa, non possiamo vederci gli uni gli altri con chiarezza; senza di essa non riusciremo a riconoscerci veramente e ad amarci veramente gli uni gli altri, e a crescere insieme nel suo Corpo uno, santo, cattolico e apostolico. Nella vita monastica, l’equilibrio tra solitudine da una parte, e lavoro e preghiera in comune dall’altra – un equilibrio particolarmente sviluppato nella vita di Camaldoli – è qualcosa che cerca di rendere possibile una chiara, direi addirittura profetica visione degli altri. Vederli, come suggerisce la tradizione cristiana orientale rappresentata da Evagrio, nella luce della loro autentica essenza spirituale, non in quanto relazionati alle nostre passioni o alle nostre preferenze. L’impresa inseparabile di azione e contemplazione, solitudine e comunità, ha a che fare con la costante purificazione della consapevolezza che abbiamo gli uni degli altri nella luce di Dio, che incontriamo nel silenzio e nella dimenticanza di noi stessi.
Santità, cari fratelli e sorelle, sarebbe sbagliato suggerire che noi entriamo nella contemplazione al fine di vederci gli uni gli altri più chiaramente; e tuttavia, se qualcuno dovesse dire che la contemplazione nella Chiesa è un qualcosa di superfluo, qualcosa di immateriale per la salute del Corpo, noi dovremmo rispondere che senza di essa ci troveremmo ad avere a che fare costantemente con ombre e finzioni, non con la realtà del mondo nel quale viviamo. La Chiesa è chiamata a mostrare quel medesimo spirito profetico che è riconosciuto a San Gregorio, la capacità di vedere dove si trova il bisogno autentico e di rispondere alla chiamata di Dio che si manifesta nella persona del bisognoso. Per fare ciò, ci è richiesto un habitus di discernimento, la capacità di penetrare al di là dei pregiudizi e degli stereotipi che colpiscono anche i credenti, in una cultura che è così precipitosa e superficiale in tanti dei suoi giudizi. E all’habitus del discernimento appartiene l’habitus di riconoscerci gli uni gli altri come agenti della grazia, della compassione e della redenzione di Cristo.
Un tale habitus si svilupperà unicamente se noi apprenderemo quotidianamente la disciplina del silenzio e della pazienza, aspettando che sia la verità a manifestarsi a noi, mentre noi lentamente lasciamo da parte le storture nella nostra visione, causate dall’egoismo e dalla cupidigia. Negli ultimi anni, abbiamo visto svilupparsi un sistema di irrealtà estremamente sofisticato, creato e sostenuto dall’avidità; un complesso di comportamenti economici nei quali i bisogni degli esseri umani reali sembrano essere quasi interamente oscurati. Siamo divenuti familiari con una cultura febbrile della pubblicità, in cui veniamo indotti a sviluppare desideri irreali e sproporzionati. Noi tutti – cristiani e pastori inclusi – necessitiamo di una disciplina, che purifichi la nostra visione e ci ridoni un qualche senso della verità del nostro mondo, anche se ciò può produrre il “tormento” di sapere più chiaramente quanto la gente soffre e quanto poco possiamo fare per loro a partire dai nostri soli sforzi.
Santità, nel 1989, qui a Roma, i nostri predecessori di venerata memoria, Papa Giovanni Paolo II e l’Arcivescovo Robert Runcie, definirono “certa ma imperfetta” la comunione che le nostre due chiese condividono. “Certa”, a motivo della comune visione ecclesiale alla quale entrambe le nostre comunità sono impegnate, condividendo la convinzione che la Chiesa sia per carattere insieme una e particolare: la prospettiva della restaurazione della piena comunione sacramentale, di una vita eucaristica che sia pienamente visibile, e perciò di una testimonianza che sia pienamente credibile, in modo che il mondo confuso e tormentato possa entrare nella luce accogliente e trasfigurante di Cristo. E tuttavia “imperfetta”, a motivo del limite della nostra visione, e del deficit nella profondità della nostra speranza e pazienza. Il nostro riconoscere l’unico Corpo nella vita corporativa gli uni degli altri è instabile e incompleto; e senza un tale definitivo riconoscimento noi non siamo ancora pienamente liberi di condividere il potere trasformante del Vangelo nella Chiesa e nel mondo.
La verità vi farà liberi“, dice Nostro Signore. Nella disciplina della contemplazione e della quiete, noi siamo condotti più vicini alla verità, e così anche più vicini alla croce del Signore. Apprendiamo le nostre debolezze e apprendiamo qualcosa del mistero di come Dio si relazioni ad esse – non ignorandole o rigettandole, ma abbracciandone le conseguenze nell’incarnazione e nella passione di Cristo. Il suo auto-svuotamento richiede il nostro rinnegare noi stessi – un tema appropriato per questo tempo di Quaresima. Noi impariamo a mettere da parte le nostre agende piene e auto-referenziali, e a permettere al Cristo che dona se stesso di vivere in noi, di aprire i nostri occhi e di renderci capaci di servire. Oggi, mentre rendiamo grazie per un millennio di testimonianza monastica, celebriamo i doni della vera e chiara visione che sono stati resi possibili da tale testimonianza. E preghiamo per tutti coloro che sono chiamati ad esercitare un ministero pubblico nella Chiesa di Cristo, affinché sia loro concessa la grazia della disciplina contemplativa e della chiarezza profetica nella loro testimonianza, in modo che la gloria della croce di Cristo risplenda nel nostro mondo anche in mezzo alle nostro debolezze ed insuccessi.
(Traduzione non ufficiale)
 
Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury
(fonte: avvenire.it)

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