V Domenica del Tempo Ordinario

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Prima lettura: Gb 7,1-4.6-7
Salmo responsoriale: dal Sal 146 (147)
Seconda lettura: 1Cor 9,16-19.22-23
Vangelo: Mc 1,29-39

Il Sal 146 è un inno di gioia e di lode in onore di Dio creatore e redentore. Infatti, Dio rivela il suo amore attraverso la creazione e la provvidenza cosmica e attraverso la liberazione storica del suo popolo. Nelle strofe del salmo riprese oggi dalla liturgia domenicale si intravede nitidamente l’opera di Dio creatore, ma domina l’impegno di Dio nella storia che si concretizza nel “risanare”, nel “fasciare le ferite” e nel “sostenere i poveri”. Noi recitando questo salmo indirizziamo il nostro sguardo verso le opere che Dio ha attuato in Cristo: per mezzo del Verbo tutto è stato creato; con la passione, morte e risurrezione di Cristo il mondo è stato ricostruito.

La liturgia odierna ci invita a riflettere sullo scandalo del dolore nella vita dell’uomo. I lamenti del giusto Giobbe, di cui parla la prima lettura, sono espressione classica di quella continua ricerca di una risposta al senso della sofferenza che percorre la storia dell’umanità e d’ognuno di noi. A Giobbe non viene condonato nulla, la sua sofferenza non è soggetta a sconti. Sprofondato nella tristezza del tempo volato via in fretta e del bene perduto ormai irrimediabilmente, l’avvilimento di Giobbe è così profondo che egli non intravede altro futuro che la morte. Giobbe grida la sua ribellione contro questa situazione, entra in discussione con Dio e da lui vuole una spiegazione. Ecco quindi che al colmo dell’angoscia, che le considerazioni dei suoi amici non riescono ad alleviare, Giobbe si rivolge a Dio, sperando contro ogni speranza in qualcuno che lo libererà dal baratro in cui giace.

La risposta di Dio agli interrogativi di Giobbe e di tutta l’umanità sofferente non è una filosofia o un convincente ragionamento. La risposta definitiva al mistero della sofferenza ci viene data con l’avvento di Cristo, il quale è presentato da san Marco già all’inizio della sua vita pubblica (cf. vangelo) come colui che è efficacemente solidale con i mali dell’uomo ed è quindi capace di liberarlo dalla sua situazione di sofferenza. In questa intensa giornata a Cafarnao, Gesù dopo aver guarito la suocera di Pietro che era a letto con la febbre, guarisce molti malati e indemoniati che vengono condotti a lui. Le guarigioni operate da Gesù, che lo accompagneranno poi durante tutta la sua vita pubblica, sono segno visibile dell’azione sovrana di Dio che in Cristo “risana i cuori affranti e fascia le loro ferite” (salmo responsoriale). Come ricorda il canto al vangelo, “Cristo ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie” (Mt 8,17).

All’immagine di Gesù che percorre tutta la Galilea predicando il vangelo e sanando i malati corrisponde l’immagine di san Paolo (cf. seconda lettura) che si fa tutto a tutti per guadagnare quanti più è possibile alla causa del vangelo. Per l’apostolo la predicazione del vangelo non si esaurisce in un insegnamento teorico, ma diventa personale partecipazione alla situazione di coloro cui si rivolge.

Concludendo queste riflessioni, è doveroso che ne traiamo alcune conseguenze per noi. L’esperienza della sofferenza è in sé una situazione ambigua, può far attecchire l’erba velenosa della disperazione o far sbocciare il fiore della fiducia. Alla luce della nostra fede, la sofferenza non è assurda. Anche se può sembrare paradossale, l’esperienza della sofferenza può costituire un momento di crescita ed essere poi il primo passo per aprirsi al desiderio della salvezza che Cristo annuncia e comunica

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