V Domenica di Pasqua (Anno B)

Rimanete in me e io in voi, dice il Signore, chi rimane in me porta molto frutto. (Gv 15,4a.5b)

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Parola di Dio

At 9,26-31: Bàrnaba raccontò agli apostoli come durante il viaggio Paolo aveva visto il Signore
Sal 21: R. A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea
1Gv 3,18-24: Questo è il suo comandamento: che crediamo e amiamo
Gv 15,1-8: Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto

 

Commento

La liturgia di questa domenica del Tempo di Pasqua è caratterizzata dal brano evangelico, tratto dal discorso di addio di Gesù nel Vangelo di Giovanni, che ha al suo centro l’immagine della vite e dei tralci (Gv 15,1-8). Nella prima lettura il testo degli Atti degli Apostoli (At 9,26-31) descrive i primi passi del ministero di Paolo e fornisce un altro quadro della Chiesa nascente nel sommario finale. Il brano della seconda lettura (1Gv 3,18-24) offre alcuni spunti per rileggere l’unione del credente con Cristo.

In questo Tempo pasquale, nel quale la Chiesa medita e celebra la presenza del Signore risorto in mezzo a lei come fonte della sua vita e senso del suo camminare nella storia, risuona la parola di Gesù che si definisce come la «vera vite»; i discepoli sono come i tralci che da lui traggono la vita. Emerge innanzitutto la necessità di rimanere uniti a Gesù per avere la vita. È questo il rapporto tra i tralci e la vite: essi rimangono in vita grazie alla linfa che ricevono dalla vite.

Perché viene sottolineato con forza il legame tra Gesù e i suoi discepoli, tanto da essere paragonato a quello che i tralci hanno con la vite? In che cosa consiste tale legame? Qual è la linfa che scorre dalla vite ai tralci?

Per poter rispondere a tali domande, dobbiamo cercare di interpretare le parole di Gesù. Egli parla di una «vite vera»: se Gesù è la vite vera, allora Israele, il popolo di Dio dell’antica alleanza, non è la vite vera, ma quella falsa? Tale conclusione è inaccettabile sia per l’insegnamento delle Scritture sia per il più recente magistero ecclesiale.

Ma vi è un altro modo di leggere tale espressione. Non dobbiamo dimenticare che il mondo della Bibbia spesso utilizza categorie che sono differenti da quelle per noi abituali. Se nella cultura greca, dalla quale dipendiamo, «vero» si oppone a «falso»; in quella ebraica, dalla quale nascono le Scritture ebraico-cristiane, «vero» è piuttosto corrispondente a ciò che noi potremmo definire «fedele». Pertanto potremmo affermare che Gesù identifica se stesso non tanto con la «vite vera», ma con la «vite fedele». Gesù dice: «Io sono la vite, quella fedele».

Emerge allora l’immagine dell’Israele fedele, del resto di Israele che ha custodito la fedeltà al suo Signore e alla Torah, di cui già le Scritture ebraiche ci parlano. Gesù è il Figlio obbediente al Padre, è colui che ha fatto la volontà di Dio e ha donato la sua vita fino alla fine, facendone un capolavoro di umanità. Allora la linfa che scorre dalla vite ai tralci e li mantiene in vita è appunto la «fedeltà», la possibilità di essere figli nel Figlio, di vivere la stessa logica di vita che egli ha vissuto nel suo rapporto con Dio, con i fratelli e le sorelle. Questo è il frutto che i discepoli di Gesù, se rimangono uniti a lui come i tralci alla vite, possono portare; si tratta del frutto nel quale Dio è glorificato, cioè si rivela come operante nella vita dei credenti e risplende davanti agli occhi di tutti.

Questo è il frutto pasquale, il dono che la liturgia di questa domenica celebra e che dobbiamo custodire nella nostra vita. L’eucaristia è la cattedra dalla quale il Signore Gesù ci rivela la sua fedeltà al Padre; partecipando al suo pane e al suo calice anche noi siamo in comunione con questa fedeltà, uniti a lui come i tralci alla vite, per portare frutto e per divenire con la nostra vita una risposta al canto d’amore che Dio canta per la sua vigna.

Tuttavia l’adesione al Signore come il tralcio alla vite non è una questione puramente individuale. C’è una dimensione ecclesiale e comunitaria che è imprescindibile. È quanto emerge nel racconto degli Atti degli Apostoli (prima lettura), nel quale Paolo, dopo l’adesione al Signore, deve necessariamente, grazie alla mediazione di Barnaba, far parte della comunità ed essere accettato in essa per poter svolgere il suo ministero. Gli Atti sottolineano come non ci possa essere adesione autentica al Signore senza un inserimento nella comunità, che passa attraverso la mediazione di altri.

Il testo della seconda lettura sottolinea ancora una volta in che cosa consista la possibilità di «rimanere» in Dio: «Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui» (1 Gv 3,24). Oggi i discepoli di Gesù possono rimanere uniti a lui, come i tralci alla vite, se custodiscono le sue parole. Aderire a Gesù Cristo e alla sua parola, e vivere nell’amore reciproco in comunità è il modo concreto con cui oggi si può avere vita, ricevendo la linfa dalla vite che è il Signore risorto.

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