V Domenica di Pasqua (Anno C)

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Letture del Giorno:

At 14,21-27;

Sal 144;

Ap 21,1-5;

Gv 13,31-35;

Oggi ci viene riproposto un breve passo del discorso di Gesù agli apostoli durante l’Ultima cena (Giovanni 13,31-35), in cui tra l’altro egli dice: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Queste parole chiariscono una delle due facce dell’unico comandamento da lui lasciato ai suoi fedeli.

In precedenza, quando qualcuno dalla folla che lo ascoltava gli aveva chiesto quale fosse il comandamento principale, egli aveva risposto: “Ama Dio con tutto il cuore, e il prossimo tuo come te stesso” (Marco 12,28-31). L’unico comandamento, di cui i dieci che conosciamo sono solo applicazioni pratiche, è quello di amare Dio, amando il prossimo. In altri termini: ci si può facilmente illudere di amare Dio; occorre verificarlo, e lui stesso dice come: amando coloro che lui stesso ama, vale a dire tutti gli uomini. Succede anche sul piano strettamente umano: una persona non crede al mio amore per lei, se le do dispiacere maltrattando quanti le sono cari.


Sull’amore, ha anche detto Gesù, saremo misurati per avere accesso alla vita eterna: “Venite, benedetti dal Padre mio, a condividere il mio regno: perché avevo fame, e mi avete dato da mangiare; ero nudo, e mi avete vestito; ero malato, e mi avete assistito; ero forestiero, e mi avete accolto” eccetera (Matteo 25,31-46). Conta dunque la pratica, contano i fatti. Ma ci si può chiedere: sino a che punto questo comandamento ci impegna? Quanto, quando, chi amare? Si legge nel vangelo che neppure un bicchier d’acqua dato a chi ha sete resterà senza ricompensa; dunque è sufficiente un gesto gentile ogni tanto, magari compiuto più per educazione che per convinzione? E non basta l’amore cui la stessa natura ci spinge, verso i familiari, gli amici, le persone simpatiche, la squadra del cuore?

La risposta sta nelle parole con cui Gesù ha chiarito il comandamento di amarci gli uni gli altri: “Come io ho amato voi”. La misura dell’amore è lui: e lui, in primo luogo ha amato sempre e tutti; in secondo luogo ha amato non per convenienza, calcolando di averne un vantaggio; terzo, ha amato con tutto se stesso, sino a dare la vita.


Solo praticato così, il suo comandamento è “nuovo”. Infatti, anche prima di lui gli uomini sapevano amare, anche senza di lui si può esserne capaci; ma di suo, quand’anche ama, l’uomo lo fa sempre con qualche riserva: amo tizio ma non caio, amo se non mi costa, amo quando ne ho voglia… La novità di Gesù sta invece nell’abolire ogni riserva, nell’intendere e praticare l’amore come dono totale di sé. Non è facile, certo, per chi ogni giorno deve fare i conti con la propria fragile umanità; ma proprio per questo egli ha voluto lasciarci i suoi aiuti: la sua Parola, i sacramenti, l’esempio suo e dei tanti che hanno saputo imitarlo. Altri hanno saputo amare come Gesù: perché non posso farlo anch’io? Sta scritto, “Tutto posso, con Colui che me ne dà la forza” (Filippesi 4,13).


Uno stimolo a vivere concretamente il comandamento nuovo viene dalla prospettiva aperta a chi lo pratica: la vita eterna. E viene anche dalla consapevolezza che così, solo così, ogni singolo cristiano può compiere un’impresa per cui merita l’universale considerazione. La storia giudica benefattori dell’umanità, artefici del suo progresso, gli scienziati, i filosofi, gli artisti e così via, ignorando i più, ritenuti spesso una massa inerte da smuovere con fatica. Invece Dio, nella sua infinita giustizia, considera ogni singola persona, e a tutti, proprio a tutti, dona la possibilità di concorrere a migliorare il mondo. Ogni singolo uomo può farlo, appunto vivendo il comandamento nuovo, che trasforma i rapporti umani. Ogni singolo uomo, non importa se illetterato o privo di mezzi, può amare di vero amore, ed essere così quel lievito di cui parla Gesù, quella cosa quantitativamente minima, ma tanto efficace da far fermentare tutta la massa in cui è inserita.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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