V Domenica di Quaresima (Anno C)

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Letture del Giorno:

Is 43,16-21;

Sal 125;

Fil 3,8-14;

Gv 8,1-11;

Domenica scorsa abbiamo letto la storia del figlio prodigo: una parabola, cioè una vicenda inventata, pur se in stretta corrispondenza con la realtà. Oggi la realtà si presenta con una vicenda davvero accaduta (Giovanni 8,1-11). Gesù sta insegnando nel tempio, quando scribi e farisei gli trascinano davanti, perché la giudichi, una donna sorpresa in adulterio. Allo scopo gli ricordano la legge di Mosè, che prevedeva la lapidazione per la colpevole; ma lo fanno non per zelo verso la legge: in realtà questi presunti uomini “per bene” vanno alla ricerca di un pretesto per accusarlo, cogliendo l’accusa dalle sue stesse parole.

Infatti, se non avesse approvato la lapidazione l’avrebbero accusato di porsi contro la legge, ritenuta sacrosanta da tutto il popolo d’Israele, mentre se l’avesse approvata l’avrebbero accusato di durezza di cuore, in contraddizione con i suoi tanti richiami alla misericordia divina. Era dunque, la vicenda dell’adultera, una trappola ben congegnata dai nemici di Gesù, simile a quella sul tributo a Cesare: comunque avesse risposto avrebbe – secondo i loro calcoli – sbagliato.

Questa pagina del vangelo presenta qualche particolare da chiarire. Ad esempio, un adulterio si compie in due: dov’è qui l’uomo? Perché gli zelanti non accusano anche lui? E quando gli accusatori sollecitano una presa di posizione da parte di Gesù, perché, come riferisce l’evangelista, egli si mette a scrivere per terra? Che cosa scrive? Forse non lo sapremo mai; importa però che, coerente con quanto aveva sempre insegnato, Gesù riaffermi anche davanti a quella donna l’infinita misericordia divina.

Anzitutto si rivolge agli accusatori, sollecitandoli a prendere coscienza delle loro colpe: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Così sgombera il campo, perché “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno” (e, aggiunge l’evangelista con un tocco di realismo non privo di ironia, “cominciando dai più anziani”); egli resta solo con la donna e, costatando come ogni accusa sia automaticamente caduta, le dice: “Neanch’io ti condanno”.

Con un’interpretazione di comodo, questa frase è stata a volte fraintesa, pretendendo che con essa Gesù abbia manifestato tolleranza verso comportamenti ufficialmente sbagliati e però largamente diffusi quali appunto l’adulterio, riducendoli a colpe lievi, e magari neppure colpe. Tuttavia, interpretare così le sue parole sarebbe fargli torto; basti ricordare che egli ha detto di non essere venuto ad abolire l’antica Legge divina (i dieci comandamenti, per intenderci, il sesto dei quali è proprio relativo all’adulterio) ma a darle compimento. Gesù non poteva approvare l’adulterio: e difatti le sue parole alla donna, lette per intero, assumono tutt’altro significato di quello che qualcuno gli attribuisce. “Neanch’io ti condanno”, dice Gesù; e aggiunge: “va’ e d’ora in poi non peccare più”.

In altri termini, egli non ha cambiato le regole; di nuovo, ha portato la disponibilità a perdonare chi quelle regole ha violato e lo riconosce, pentendosene. Non è forse anche la logica dell’Anno santo della misericordia?

L’episodio, che è di quelli in grado di dare pace a tanti uomini e donne tormentati dai loro trascorsi, ha anche un risvolto sociale. Consapevoli di essere tutti – tanto o poco, prima o poi – peccatori, permettersi di giudicare la coscienza altrui è ingiusto e ingeneroso. Ed è sciocco; davanti a Dio, più dei fatti contano le intenzioni: e chi le può conoscere? Quanti uomini e donne non hanno mai commesso adulterio, ma lo avrebbero desiderato! E così per altri desideri, coltivati sotto un’apparenza di impeccabilità, che però non inganna l’occhio di Dio.

Per nostra fortuna, quel Dio che avrebbe tutti gli elementi per punirci, non lo fa; nei confronti di chi si riconosce peccatore, nei fatti o nelle intenzioni, il suo stile è la misericordia: come il padre del figlio prodigo, come Gesù con l’adultera.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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