Vedere per credere: una riflessione sulla bellezza

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Il legame tra fede e bellezza, che trova espressione nelle varie forme dell’arte, non può essere considerato accessorio. Come ricordava l’allora cardinale Ratzinger nel saggio Lo spirito della liturgia, «la totale assenza di immagini non è conciliabile con la fede nell’incarnazione di Dio. Nel suo agire storico Dio è entrato nel nostro mondo sensibile perché esso divenisse trasparente in ordine a Lui». Il Figlio di Dio ha assunto la natura umana, ha posto la sua dimora nel mondo, ha superato quella sorta di incomunicabilità e immette nella storia, per la prima ed unica volta, ciò che l’uomo attendeva per poter approdare a un rapporto con Dio che fosse coerente con la sua stessa natura.

Il mistero del Verbo incarnato, del «più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3), consente di sperimentare quanto la bellezza riesca a comunicare meglio di altre forme il mistero della fede. Gesù è «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), è icona del Padre, come Egli stesso spiega a Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). La fede in Gesù, verbo incarnato, rende l’arte non un mero elemento ornamentale quanto, piuttosto, la descrizione di un’esperienza di fede che deve essere raccontata, perché nelle immagini il mistero può essere riproposto in quanto creduto, celebrato e contemplato.

Ciò consente, nello stesso tempo, di non lasciar cadere la provocazione derivante da uno dei grandi equivoci del nostro tempo: la bellezza, che da sempre affascina come particolare forma di contemplazione che spinge all’amore, sembra scomparire lentamente dal nostro mondo, esponendolo al pericolo dell’insipienza. Dove viene a mancare la bellezza, infatti viene a mancare l’amore e con esso il senso della vita e la capacità di generare futuro.

Oggi si parla spesso di bellezza; eppure sembriamo incapaci a pensarla, promuoverla, difenderla e realizzarla. Quando la bellezza, infatti, si esaurisce nella forma narcisistica del culto di sé, diventa incapace di suscitare il genio che produce opere in grado di perdurare negli anni e diventare eterne. Si scivola nell’effimero e si perde il senso della verità e della bontà. Venendo meno la loro forza di attrazione, si diventa incapaci di creare cultura e, di conseguenza, anche la vita personale e sociale diventa insipida.

Per questo è sempre più urgente che, nel cammino della nuova evangelizzazione, attingendo all’inestimabile patrimonio artistico custodito e difeso dalla Chiesa, si trovino forme adeguate per l’annuncio del Vangelo presso tanti battezzati che non comprendono più il senso di appartenenza alla comunità cristiana e sono vittime del relativismo e del secolarismo, che ha portato l’uomo a escludere Dio dal proprio orizzonte. La via pulchritudinis rappresenta un percorso, probabilmente privilegiato per questi nostri contemporanei che, pur essendosi allontanati dalla fede, possono ritrovare la nostalgia di Dio attraverso la contemplazione della bellezza che parla di Lui.

da: annusfidei.va

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