VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Un grande profeta è sorto tra noi, e Dio ha visitato il suo popolo. (Lc 7,16)

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Gesù guarisce un lebbroso, sottraendolo così all’isolamento assoluto e mandandolo dal sacerdote perché possa essere reintegrato nella società. I miracoli sono segni che ci aiutano a conoscere l’identità di Gesù, il Figlio di Dio che dona a tutti la salvezza.

Forse potrebbe sorprendere ritrovare, in un testo antico come il Levìtico oggi proposto dalla liturgia (I Lettura), temi vicini a noi quale può essere quello della emarginazione sociale. Il lebbroso, che la tradizione d’Israele considera alla stregua di un morto, di un cadavere ambulante, era obbligato dalla legge, durante tutto il tempo della sua malattia (che quasi durava fino alla morte) a non accedere ai villaggi, a vestire in un certo modo, a coprirsi la barba, a gridare alla vista di un’altra persona: «Immondo! Immondo! » al fine di farsi evitare. Gesù, invece, incarnando una logica “accogliente” e davvero “inclusiva”, supera le norme esistenti rispetto agli emarginati, tocca il lebbroso, lo guarisce e lo reintegra nella vita civile (Vangelo). Ai Corinti, san Paolo, seguendo Gesù, rivolge anch’egli una parola che ha per fine quello di rimuovere ogni esclusione ed emarginazione, esortando chi lo ascolta a eliminare tutto quanto porta alla divisione tra le persone, avendo cura di non scandalizzare nessuno e di farsi tutto a tutti per la gloria di Dio (II Lettura).

Un lebbroso cammina diritto verso di lui. Gesù non si scansa, non mostra paura. Si ferma addosso al dolore e ascolta. Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46). Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un’espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi». Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi». E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa, che gli stringe il cuore e lo obbliga a rivelarsi: «Se vuoi». A nome di tutti i figli dolenti della terra il lebbroso lo interroga: che cosa vuole veramente Dio da questa carne piagata, che se ne fa di queste lacrime? Vuole sacrifici o figli guariti?

Davanti al contagioso, all’impuro, un cadavere che cammina, che non si deve toccare, uno scarto buttato fuori, Gesù prova «compassione». Il Vangelo usa un termine di una carica infinita, che indica un crampo nel ventre, un morso nelle viscere, una ribellione fisica: no, non voglio; basta dolore! Gesù prova compassione, allunga la mano e tocca. Nel Vangelo ogni volta che Gesù si commuove, tocca. Tocca l’intoccabile, toccando ama, amando lo guarisce. Dio non guarisce con un decreto, ma con una carezza.La risposta di Gesù al «se vuoi» del lebbroso, è diretta e semplice, una parola ultima e immensa sul cuore di Dio: «Lo voglio: guarisci!». Me lo ripeto, con emozione, fiducia, forza: eternamente Dio altro non vuole che figli guariti. È la bella notizia, un Dio che fa grazia, che risana la vita, senza mettere clausole. Che adesso lotta con me contro ogni mio male, rinnovando goccia a goccia la vita, stella a stella la notte.

E lo mandò via, con tono severo, ordinandogli di non dire niente. Perché Gesù non compie miracoli per qualche altro fine, per fare adepti o per avere successo, neppure per convertire qualcuno. Lui guarisce il lebbroso perché torni integro, perché sia restituito alla sua piena umanità e alla gioia degli abbracci. È la stessa cosa che accade per ogni gesto d’amore: amare «per», farlo per un qualsiasi scopo non è vero amore. Quanti uomini e donne, pieni di Vangelo, hanno fatto come Gesù e sono andati dai lebbrosi del nostro tempo: rifugiati, senza fissa dimora, tossici, prostitute. Li hanno toccati, un gesto di affetto, un sorriso, e molti di questi, e sono migliaia e migliaia, sono letteralmente guariti dal loro male, e sono diventati a loro volta guaritori.
Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia il mondo. E tutti quelli che l’hanno preso sul serio e hanno toccato i lebbrosi del loro tempo, tutti testimoniano che fare questo porta con sé una grande felicità. Perché ti mette dalla parte giusta della vita.

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