VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

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La liturgia di oggi ci invita a riflettere su alcune questioni fondamentali della vita di fede. Il Vangelo ci sollecita a chiederci se ci rassicura di più la fedeltà di Dio o la sicurezza del denaro e se crediamo per davvero che il Signore assiste coloro che danno la vita per la causa del Regno. Prima di esporci in un giudizio su di noi o sugli altri, Paolo ci ricorda che Cristo Signore conosce le intenzioni profonde del cuore dell’uomo (II Lettura). Solo il suo tenero amore può abitare l’intimità delle nostre anime.
È certo che avere un’esistenza sicura è la speranza dell’umanità. Ogni fedele però fa esperienza di incertezza e di dubbio sulla presenza operante di Dio: «Il Signore mi ha dimenticato». È in questi momenti che il nostro cuore si mette a nudo. In questi passaggi della vita siamo chiamati a prestare fede alla Parola che lo Spirito Santo ci dice attraverso il profeta: «Non ti dimenticherò mai» (I Lettura). Il salmista testimonia la fedeltà di Dio, per questo invita gli uomini di ogni tempo ad aprire il cuore dinanzi al Padre, a cercare riparo e consolazione presso Cristo, roccia della nostra salvezza.

“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. Sono parole del Signore, comprese nella prima lettura (Isaia 49,14-15): parole rassicuranti, che introducono quelle di Gesù nel vangelo odierno (Matteo 6,24-34), a loro volta scritte, si direbbe, per gli uomini d’oggi, sempre così di corsa.

Uno dei caratteri distintivi della nostra società è l’attivismo frenetico, che gli esperti dicono motivato da due ragioni: si corre per afferrare l’attimo fuggente, per non farsi scappare soddisfazioni che si teme non si ripresenteranno, oppure si va di fretta per fare tutto quello che si pensa possa assicurare un domani senza preoccupazioni. In fondo, le due ragioni hanno la stessa matrice: l’inquietudine circa il proprio domani. E così, nell’illusione di evitare (ipotetiche) ansie future, riempiamo di ansie (vere) il presente.

Questo in verità non deve essere solo un atteggiamento di oggi, se già duemila anni fa Gesù ne denunciava l’assurdità, invitando piuttosto a confidare nella Provvidenza: il che non significa vivere da incoscienti, senza far nulla, aspettando la manna dal cielo; significa non dare alle cose materiali un’importanza maggiore di quella effettiva. Voi “cercate invece anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia”, vale a dire, ciò che è giusto davanti a Dio: il resto verrà da sé; Dio è Padre o, per dirla con Isaia, è come una madre che non dimentica il proprio figlio. E aggiunge parole d’oro, da scrivere su tutti i muri: “Non preoccupatevi del domani; a ciascun giorno basta la sua pena”. Quale saggezza, quale conforto!

“Cercate anzitutto il regno di Dio”. L’esortazione è rivolta ad ogni cristiano, senza eccezioni. Nella seconda lettura (1Corinzi 4,1-5) Paolo la applica a sé, “servo di Cristo, amministratore dei misteri di Dio”: tremenda responsabilità, su cui devono riflettere quanti sono chiamati a continuare la missione degli apostoli, e in particolare il papa, i vescovi, i preti; tutti, a cominciare da chi stende queste note, saranno chiamati a renderne conto.

Paolo ricorda poi a chi, lui e tutti gli “amministratori dei misteri di Dio”, devono rendere conto: non ai fedeli, e men che meno a chi si pone fuori dall’ottica della fede. Con la consueta franchezza, senza giri di parole, egli dice: “A me importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano. Il mio giudice è il Signore!”

Si trova qui la risposta alle critiche che, dentro e fuori la Chiesa, sono spesso rivolte ai suoi pastori. Quante volte essi sono stati tacciati di oscurantismo o di insensibilità, di non essere al passo coi tempi, di cocciutaggine nel riproporre “vecchie” dottrine (ad esempio, solo ad esempio, circa la morale sessuale: divorzio, convivenze, omosessualità eccetera). Quante volte si contesta il papa perché dice quel che non si vorrebbe sentire o, scondo altri, perché non lancia anatemi su quanti contravvengono alle teorie del momento. Quante volte il comportamento dei singoli preti viene criticato senza appello, e non solo da chi non va mai in chiesa.

Riflettiamo: anche i pastori possono sbagliare; anch’essi sono uomini, con i loro limiti; ma solo Dio può giudicare se sbagliano sapendo di sbagliare, o se invece sono convinti di agire come Lui vorrebbe. E allora, mentre le critiche provenienti da fuori la Chiesa possono essere irrilevanti perché mosse da una logica diversa da quella del vangelo, i fedeli preoccupati del bene della Chiesa, di cui sono parte, hanno il diritto-dovere di presentare ai responsabili le proprie opinioni, però con l’umiltà di chi riconosce i rispettivi ruoli, cioè senza la pretesa che si faccia a loro talento. Piuttosto, senza dimenticare di pregare per i pastori, perché siano aperti a comprendere e docili nel seguire non le mode, non gli interessi umani, ma unicamente la voce di chi un giorno li giudicherà.

Letture del Giorno: Is 49,14-15; Sal 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34;

Fonte: la-domenica.it lachiesa.it – qumrar2.net (Commento al Vangelo Mons. Roberto Brunelli)

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