“Voglio fa’ lu monaco”

Il settimanale di Padre Pio

0 109

Il fervore di mio padre e il carisma di Padre Pio facevano sempre più breccia nel mio cuore. Il Convento dei Frati Cappuccini mi attirava sempre più e papà faceva meno fatica per convincermi a lasciare i giochi e partecipare quotidianamente alle “funzioni eucaristiche”. Il tragitto che facevo per giungere al Convento diventava sempre meno faticoso e durante il cammino canticchiavo i canti che eseguiva magistralmente la schola cantorum, diretta dalla figlia spirituale di Padre Pio: Mary Pyle. La funzione eucaristica terminava sempre con le invocazioni riparatrici antiblasfeme: «Dio sia benedetto, benedetto il Suo Santo Nome…», che venivano sempre cantate con una melodia, che mi piaceva molto, che ricordo tuttora e canticchiavo lungo il tragitto.
Mi rapiva l’atmosfera che si creava intorno al Padre. C’era ressa attorno a lui nella chiesetta antica, ma non era soffocante. Il silenzio irreale veniva interrotto solo dalla preghiera e dai canti, che sembravano venire dal Cielo. Chissà che un giorno anch’io avrei potuto presiedere Celebrazioni simili?

Una notte feci un sogno, che mi rimase indelebilmente impresso. Mi trovavo nel presbiterio della Chiesetta antica, vestivo i paramenti sacri come Padre Pio e con il mento ricoperto dalla sua barba. Dall’altare guardavo fisso il Crocifisso delle stimmate situato sul coro. Il Crocifisso era rivolto verso di me, mentre nella realtà è rivolto verso chi sta sul coro, e io, novello sacerdote, a nome dell’assemblea e con la voce del Padre, smorzata dall’emozione, rivolgevo la preghiera a tutti nota: Eccomi o mio amato e buon Gesù, / che alla tua santissima presenza, / prostrato, / ti prego con il fervore più vivo / a stampare nel mio cuore / sentimenti di fede, di speranza e di carità, / di dolore dei miei peccati / e di proponimento di non più offenderti. / Mentre io con tutto l’amore e con tutta la compassione / vado considerando le tue cinque piaghe, / cominciando da ciò che disse di Te, Gesù mio / il santo profeta Davide: / «Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi, / possono contare tutte le mie ossa».

In realtà da quando riuscivo appena a parlare, a chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande – ed erano in molti – io rispondevo sempre: «Lu monaco», in dialetto sangiovannese. Anche perché respiravo quotidianamente l’atmosfera che emanava quel “Monaco” santo, che era Padre Pio. Ma dopo quel sogno il desiderio si fece sempre più intenso. Benché non l’avessi raccontato a nessuno, papà sembrava aver intuito qualcosa e mi portava più di frequente al sacro Convento e mi presentava ai fraticelli. Tra gli altri mi rimase impressa la dolce figura di fra’ Costantino, anche perché mi coccolava con qualche leccornia. Un giorno papà mi presentò a Padre Pio sul pianerottolo che va dal Convento all’antica sacrestia, alla cui parete è affisso tuttora un quadro dell’Immacolata con la scritta: Gratia me genuit, / gratia me tulit in orbem, / hac duce salvo pios, / hac operante reos. (La grazia mi generò, la grazia mi portò nel mondo, con la sua guida salvo i miei devoti, con la sua azione salvo i peccatori). Il Padre vi sostava sempre per una breve preghiera. Papà a bruciapelo gli disse: «Sto bambino vo’ fa’ lu monaco». Il Padre mi appoggiò la mano piagata sul capo e con una frase un po’ sibillina rispose: «Mo è acqua ancora». Poi però il mio sogno si avverò…

Cf. Fra’ Francesco Savino,
Padre Pio. L’astro del Gargano.
Testimonianza di una famiglia,
pp. 127-129

Servizio Liturgico “Francesco Buenza”

Potrebbe interessarti anche... Altro dello stesso autore

Fai un commento

La tua email non sarà pubblicata.

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Rimani sempre aggiornato direttamente nella tua email!