X Domenica del Tempo Ordinario

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Letture del giorno:

1Re 17,17-24;

Sal 29;

Gal 1,11-19;

Lc 7,11-17

Il Sal 29 è un canto di gioia di colui che ha provato il sapore amaro del dolore e della morte e ora si sente sollevato dalla forza liberatrice di Dio che salva. L’esperienza personale fatta dal salmista può diventare paradigmatica per tutti noi. Infatti, questo inno, ripreso dalla Chiesa, oltre che in questa domenica, nel tempo quaresimale e in quello pasquale, ci ricorda che anche noi, riscattati in Cristo dalla morte, abbiamo visto il nostro pianto mutato in gioia, e la nostra tristezza cambiata in canto di ringraziamento. Sulla morte prevale lo splendore della vita!

Dio è il Signore della vita che vince la morte: questo è il tema centrale della presente domenica. La prima lettura e il vangelo parlano di un fatto miracoloso molto simile, il primo compiuto dal profeta Elia, il secondo realizzato da Gesù: Elia, dopo aver invocato intensamente il Signore, risuscita il figlio della vedova di Zarepta che gli dava ospitalità; anche Gesù risuscita il figlio di una vedova, quella incontrata per le strade di Nain nel momento in cui essa, accompagnata da una grande folla, conduceva il suo unico figlio al sepolcro. Tra i due fatti miracolosi notiamo però una differenza fondamentale. Il profeta Elia per ridonare la vita al ragazzo si rivolge prima a Dio con un’intensa preghiera di supplica, a Dio che è l’unico padrone della vita e della morte. Gesù invece risuscita il giovinetto solo con la forza della sua parola. Diversa è anche la reazione dei testimoni di questi fatti miracolosi. La vedova di Zarepta riconosce in Elia un “uomo di Dio”; tutti coloro invece che sono testimoni della risurrezione compiuta da Gesù a Nain, riconoscono in lui non solo un grande profeta, ma acclamano in modo corale: “Dio ha visitato il suo popolo”. Il miracolo compiuto da Gesù rivela che la singolare presenza di Dio in Cristo è l’unica salvezza e redenzione e liberazione dalla morte; preannuncia inoltre la vittoria definitiva sulla morte realizzata dal Risorto in favore nostro.

La realtà della morte ci sconvolge sempre, anche se è un avvenimento naturale e, in un certo senso, “normale”. Sappiamo benissimo che in questo mondo ogni forma di vita cammina, adagio o in fretta, verso la morte, anche se non riusciamo ad abituarci a questo pensiero. Ecco perché la nostra cultura cerca talvolta di coprire con il velo del silenzio la realtà tragica della morte o di ridurla semplicemente ad un numero della statistica. Per noi cristiani invece, la morte è una realtà che ha senso alla luce di Cristo. Afferma Pascal: “Fuori di Gesù Cristo noi non sappiamo che cos’è la nostra vita, né la nostra morte, né Dio, né noi stessi”. Al centro del vangelo di Gesù c’è una speranza che illumina il mistero del dolore e della morte, l’unico vero grande mistero della nostra vita. San Paolo, nella seconda lettura d’oggi ci ricorda che il messaggio evangelico non è una pura invenzione degli uomini; l’Apostolo offre tutte le garanzie della sua chiara testimonianza per assicurarci che questa parola di speranza è vera “rivelazione di Gesù Cristo”. Se, come afferma la filosofia esistenzialistica moderna, l’angoscia dell’uomo è il prodotto di un incontro col nulla, il cristiano è chiamato a vincere quest’angoscia incontrando nella sua vita Cristo, colui che ha detto di se stesso: “Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25). E’ nel suo nome che la liturgia odierna ci invita a vincere la paura della morte.

Nella comunione eucaristica partecipiamo al pane e al vino che Cristo ha dato per la vita del mondo.

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