XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

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Letture del Giorno:

2Sam 12,7-10.13;

Sal 31;

Gal 2,16.19-21;

Lc 7,36-8,3;

Il re Davide e un’anonima donna di strada: due persone che non potrebbero essere più differenti; eppure la Bibbia, nelle letture di oggi, ne accomuna il comportamento.

La prima lettura (2Samuele 12,7-13) condensa l’episodio del re che, invaghitosi della bella Betsabea, prima commette adulterio con lei e poi, per tenersela come ennesima moglie, ne fa uccidere il marito. Nel complesso, la Bibbia presenta Davide come un grand’uomo, modello di fede, colmato da Dio di favori straordinari; tuttavia non nasconde che anch’egli fu peccatore, e per motivi non certo di poco conto: in proposito la sua grandezza sta nel riconoscere di avere peccato e nel chiederne umilmente perdono.

Colpevole di gravi peccati è anche la donna al centro del vangelo (Luca 7,36-8,3). Anche lei chiede perdono, e l’ottiene, a differenza di chi si ritiene “a posto” davanti a Dio. Tale era il fariseo che un giorno invitò Gesù a pranzo, e con sorpresa dovette assistere a una scena per lui disgustosa. Occorre ricordare che i farisei erano, nell’antico Israele, gli esponenti di un movimento politico-religioso che tra l’altro professava una rigorosa osservanza anche delle più minute pratiche legate alla fede; per questo godevano di generale rispetto e ammirazione, ed essi stessi si consideravano superiori alla gente comune. Occorre ricordare inoltre certe usanze della “buona società” di allora: quando un ricco accoglieva un ospite alla propria mensa, anzitutto chiamava un servo a lavargli i piedi, che i sandali non riparavano dalla polvere della strada; poi lo baciava, e gli versava sul capo qualche goccia di olio profumato. Va precisato ancora che il banchetto era pubblico: chiunque poteva entrare ad osservarlo.

Un giorno, dunque, un fariseo di nome Simone invitò l’ormai famoso Gesù, si intuisce non per ammirazione verso di lui ma per “studiare” da vicino quell’uomo da molti considerato un profeta, cioè un inviato da Dio. Durante il banchetto entrò nella sala una nota “peccatrice” (così la chiama l’evangelista), la quale si gettò piangendo ai piedi dell’ospite. Gesù la lasciò fare; poi, leggendo il pensiero del padrone di casa con il suo giudizio sprezzante (“Se costui fosse un profeta, saprebbe che genere di donna è questa e non le permetterebbe di toccarlo”), gli si rivolse con una domanda: “Un creditore aveva due debitori, uno di cinquecento e l’altro di cinquanta denari; non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro lo amerà di più?” “Suppongo il primo”, fu la giusta risposta. Gesù allora riprese: “Vedi questa donna? Sono entrato a casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto di olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”. E rivolto alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”

Non sappiamo le reazioni dei due personaggi; ma possiamo immaginare la consolazione della donna e l’imbarazzo del fariseo, smascherato da quelle parole. Da sprofondare nella vergogna, per un uomo che si riteneva superiore, sentirsi rinfacciare la maleducazione nei riguardi dell’ospite, e addirittura vedersi anteposta una prostituta. Evidentemente, dei due debitori lui era il secondo, quello dei cinquanta denari; ma la donna, pentita dei suoi ben più gravi peccati, era stata perdonata, mentre lui, se non riconosceva i propri, restava col suo debito davanti a Dio.

Nessuno è perfetto; tutti abbiamo un debito davanti a Dio, e non importa quanto grande: basta ammetterlo, con umiltà. Tra le prime parole del papa Francesco ha colpito il richiamo che Dio non si stanca mai di perdonare: siamo noi, che ci stanchiamo di chiedere perdono. Verissimo, precisando che per chiedere perdono occorre riconoscere di averne bisogno.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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