XI Domenica del Tempo Ordinario

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Letture del giorno:

Ez 17,22-24;

Sal 91 (92);

2Cor 5,6-10;

Mc 4,26-34;

Il Sal 91 è un canto di contemplazione adorante, tutto acceso di sublime ammirazione per il Signore, per le sue meraviglie, per le opere delle sue mani. Scopo specifico del salmo è quello di lodare Iddio, che disperde gli empi e fa prosperare i giusti. I versetti ripresi dalla liturgia odierna fanno riferimento ai giusti. La robustezza, la fecondità e la longevità dei cedri e delle palme, le piante più rigogliose della Palestina, sono un simbolo espressivo della potenza e ricchezza della vita interiore e soprannaturale degli uomini giusti.

La parola di Dio di questa domenica parla di piccolezza, povertà, umiltà e ci invita ad un rapporto di totale e fiduciosa dipendenza da Dio nell’essere e nell’operare. Dio si rivela come colui che dà un futuro all’uomo, in particolare a chi, perché debole e piccolo, è senza speranza. Così vediamo che nella prima lettura il profeta Ezechiele descrive l’azione di Dio adoperando l’allegoria del ramoscello del cedro che egli pianta sui monti di Israele. La piccola pianta – dice il profeta in nome di Dio – “metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico”. Il cedro, con la sua magnificenza, nell’immaginario collettivo dell’antico vicino Oriente è il simbolo dei grandi regni.

Le parole del profeta sono lo sfondo adeguato per la comprensione delle due parabole del vangelo d’oggi che fanno leva sull’immagine del seme che cresce. Gesù parla del regno di Dio, che è come la semente che cresce da se o come “un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto…” Il regno di Dio cresce in noi con il seme della Parola (cf. salmo responsoriale). La fede del credente nella parola di Dio ha una sua manifestazione nella fiducia che san Paolo (cf. seconda lettura) conserva anche davanti alla prospettiva della sua morte. Alla luce della fede, nemmeno la morte è vista come un fallimento; anzi essa può venir trasformata nel compimento pieno dell’obbedienza a Dio.

Da queste riflessioni possiamo ricavare alcune lezioni pratiche. Dio dona un futuro specie al povero e al debole, a chi conta su di lui, al chicco di frumento e di senape; stronca invece il superbo, il prepotente, l’autosufficiente, chi attende tutto e solo da se stesso. Tutto ciò quindi che è fondato unicamente su fattori imposti dall’esterno, su valori non assimilati interiormente, prima o poi è destinato al fallimento. Bisogna rispettare la legge della crescita con i suoi passaggi e le sue fatiche.

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