XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

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Letture del Giorno:

Zc 12,10-11;13,1;

Sal 62;

Gal 3,26-29;

Lc 9,18-24;

Due argomenti, trattati nelle letture di questa domenica, le rendono di viva attualità. Il primo riguarda l’uguaglianza tra gli uomini, teoricamente affermata da tutti ma così spesso disattesa: non tutti godono degli stessi diritti; quante discriminazioni si compiono ogni giorno, per motivi di razza, sesso, censo, livello culturale e così via, per non dire di fenomeni aberranti quali la riduzione in schiavitù o il femminicidio.

Quando ne affiora notizia tutti giustamente si indignano e altrettanto giustamente invocano nuove leggi o più decisi interventi delle pubbliche autorità nel far rispettare le leggi esistenti; ma gli scarsi risultati invitano a ricercare motivazioni più profonde per sostenere l’uguaglianza. Anzitutto: gli esseri umani sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio; tutti allo stesso modo, non qualcuno sì e altri no, qualcuno di più e altri di meno. Ai cristiani poi è data una motivazione ulteriore, richiamata dalla seconda lettura (Gàlati 3,26-29): “Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù… Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Se siamo uno, far torto a un fratello significa colpire sé stessi!

Il secondo argomento è suggerito dal vangelo (Luca 9,18-24). Tra i caratteri distintivi del nostro tempo, forse i posteri collocheranno l’uso (e l’abuso) dei sondaggi d’opinione, cui però anche Gesù è ricorso, il giorno in cui ha chiesto agli apostoli: “Le folle, chi dicono che io sia?” e subito dopo: “Ma voi, chi dite che io sia?” Pietro diede la risposta giusta: “Tu sei il Cristo di Dio”, cioè il Messia annunciato; tuttavia Gesù “ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno”. Perché? Non era egli venuto per farsi conoscere, e così manifestare la sollecitudine di Dio per il suo popolo?

Il silenzio era – temporaneamente – necessario, proprio per l’opinione che la gente si era fatta sul Messia: quella di un uomo forte, capace di guidare il popolo d’Israele a liberarsi dall’oppressione dei Romani e restaurare l’antica grandezza dei tempi di Davide e Salomone. Aspettavano colui che desideravano: un altro, un Messia sofferente, non l’avrebbero preso in considerazione; solo vedendolo risorto avrebbero compreso e l’avrebbero seguito. Di qui il preannuncio di quanto sarebbe accaduto: altro che sfolgoranti vittorie militari, altro che un regno tra i regni di questo mondo; sappiate, disse Gesù agli apostoli, che io devo “soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Di più: chi voleva stare con lui, non doveva aspettarsi un percorso diverso; “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.

Prendere la croce, portare ogni giorno la croce: questa è la prospettiva immediata del cristiano. Spesso dei nostri mali ci lamentiamo col Signore, non perché riteniamo siano colpa sua, ma perché, se davvero è nostro amico, lui che può non interviene a porvi rimedio. La nostra prospettiva relativamente al Messia, al Cristo salvatore, in fondo non è tanto diversa da quella dell’antico Israele: dimentichiamo che Gesù non ha promesso la felicità terrena.

La differenza tra chi crede e chi no non sta nell’essere o no felici adesso, ma poi, quando questa vita lascerà il posto a quella definitiva. “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”. Queste parole, con cui si conclude il vangelo di oggi, in altri termini suonano così: chi è aggrappato alla vita terrena, pensando solo di spremerne tutte le possibili soddisfazioni, non ne avrà un’altra; chi invece si fida di me, segue me anche se talora costa rinunce, agli occhi del mondo può sembrare che sprechi la propria vita, ma in realtà gli conviene, perché rinuncia al meno per avere il più.

Fonte:Qumran2.net – Commento di Mons. Roberto Brunelli

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