XII Domenica del Tempo Ordinario

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Letture del giorno:
Zc 12,10-11; 13,1;
Sal 62;
Gal 3,26-29;
Lc 9,18-24.

Il Sal 62, che dà voce all’anima assetata del Signore, rappresenta uno dei vertici della spiritualità anticotestamentaria. Un desiderio ardente sospinge il salmista, che ricerca Dio come il terreno palestinese arido, assetato, screpolato dalla calura attende l’acqua. Cercare Dio, aver sete di lui, significa che egli è già venuto a cercare noi e ha ridestato in noi, figli prodighi, la coscienza della nostra povertà e il bisogno di tornare alla sorgente della vita. Il salmo è un grido assetato di amore, che Dio stesso suscita nel profondo di ogni anima che lo cerca con cuore sincero, e che si stringe a lui sostenuta dalla forza della sua grazia. La comunione con Dio porta all’orante tanta dolcezza che diventa l’unico motivo della sua vita. I Padri della Chiesa hanno sempre favorito una lettura escatologica di questo salmo.

Se vogliamo riassumere in poche e semplici parole il contenuto della parola di Dio di questa domenica, possiamo dire che ci viene ricordato che, sull’esempio di Gesù, si entra nella gioia passando attraverso la prova della croce. La prima lettura riporta un breve testo del profeta Zaccaria in cui si parla profeticamente del Cristo “trafitto” (cf. Gv 19,37). Nella liturgia di questa domenica, questo brano profetico ha lo scopo principale di preparare le parole di Gesù riportate dal vangelo, dove il Signore afferma: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Dopo l’annuncio della passione, Gesù invita tutti a seguirlo portando ogni giorno la propria croce anche a rischio di perdere la propria vita. Si tratta di assumere esistenzialmente il destino di Gesù come destino nostro. Il testo di san Luca parla di un atteggiamento perseverante, bisogna cioè portare la propria croce “ogni giorno”. Ciò significa che il legame con Gesù deve mostrarsi indissolubile e dev’essere rinnovato di fronte a ogni nuova situazione di ostacolo o di prova.

Il messaggio della seconda lettura si collega facilmente al tema del vangelo odierno che abbiamo brevemente illustrato sopra. San Paolo ricorda che l’esperienza battesimale opera una ricostruzione radicale del nostro essere (cf. Rm 6), per cui si può affermare che non siamo più noi che viviamo, ma Cristo in noi (cf. Gal 2,20). Possiamo quindi dire che noi tutti siamo “uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28) e quindi concludere che la sorte di Cristo è la nostra sorte. Certamente la croce è un fatto del passato; Cristo vive ormai al di là della sua morte, ma rimane in eterno in stato di offerta, che si rende presente per noi nella celebrazione eucaristica. Nell’eucaristia ci nutriamo del corpo e sangue del Cristo e diventiamo in lui un solo corpo e un solo spirito. Perciò possiamo chiedere al Padre che “faccia di noi un sacrificio perenne” a lui gradito (preghiera eucaristica III).

Alla luce della parola di Dio di quest’oggi il mistero della sofferenza trova un senso in Cristo. Chi soffre per una giusta causa partecipa alla sofferenza del Cristo e collabora con lui alla continua trasformazione e liberazione degli uomini.

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