XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Letture del giorno:

Ez 2,2-5;

Sal 122 (123);

2Cor 12,7-10;

Mc 6,1-6

La prima lettura parla del profeta Ezechiele; essendo membro di una famiglia influente, fu deportato assieme ad altri numerosi compagni di sventura a Babilonia. Qui, nella solitudine dell’esilio sulle rive del fiume Chebàr, Dio gli si manifesta e lo manda a parlare al suo popolo che, nonostante l’elezione divina, è chiamato con la dura espressione “una razza di ribelli”. Missione ardua quella del profeta! Ezechiele è inviato per denunciare il peccato di Israele come violazione dell’alleanza con Dio, che si radica nel “cuore indurito” dei figli del popolo eletto. Da qui derivano la resistenza e il rifiuto da parte dei destinatari della sua missione. 

La difficile missione di Ezechiele tra i suoi connazionali viene proposta come lo sfondo adatto per capire la disastrosa esperienza di Gesù nel proprio paese, di cui ci parla il brano evangelico. A Nazaret, dove ha passato gran parte della sua vita, Gesù di sabato predica nella sinagoga suscitando un certo stupore e incontrando alla stesso tempo un ostile rifiuto. Di fronte a questa reazione, Gesù non trova altra spiegazione se non quella che la sapienza popolare ha condensato nel proverbio: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Dietro a quel semplice proverbio già si intravede la fine drammatica del Signore. Gesù si predispone a percorrere la sorte dei profeti, che nella storia biblica sono contestati e rifiutati da coloro ai quali sono inviati. L’esperienza di san Paolo non è stata diversa. Ce ne parla egli stesso nel brano della seconda lettura, in cui ci ricorda le difficoltà di ogni genere incontrate nella sua attività di evangelizzatore: oltraggi, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo. Ezechiele, Gesù e Paolo incontrano l’indifferenza, la diffidenza, il rigetto, ma l’esito della loro missione non si misura dall’audience, bensì dalla fedeltà alla parola di Colui che li ha inviati.

 

Se vogliamo trarre da questi passaggi un insegnamento valido per noi, possiamo rivolgere la nostra attenzione in modo particolare al racconto evangelico. Uno dei motivi della freddezza dei nazaretani nei confronti di Gesù è il fatto che egli non era stato e non sembrava essere che uno di loro. I concittadini di Gesù  si erano costruita un’idea del Messia che non combaciava con quella offerta dal “falegname, il figlio di Maria”. Come può essere il Messia uno che non ha niente di straordinario nel suo curriculum? Essi non volevano mettere in discussione i loro schemi mentali. E quindi passano rapidamente dallo stupore, allo scandalo e poi alla incredulità. Uno dei motivi per cui la parola di Dio può essere inefficace in noi è la durezza del nostro cuore, l’attaccamento ai propri schemi di pensiero, alla propria visione delle cose, al proprio modo di affrontare la vita. Il nostro orgoglio ci impedisce talvolta di metterci in discussione e quindi di accogliere il messaggio salvifico che ci invita a cambiare di condotta.

Dio vuole che la verità si imponga per sé stessa, non per i condizionamenti esterni. Egli inoltre si propone come un Dio imprevedibile, che si rivela mediante strumenti e nei momenti più impensati. La sua offerta di salvezza non è legata a formule fisse, e se schemi preferiti ci sono, sono quelli umanamente più fragili, perché si manifesti pienamente la sua potenza (cf. seconda lettura).

 

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